sabato, Dicembre 7

Islam: la guerra fa bene, se … La legittima, virtuosa, etica guerra islamica. Con lo studioso di scienze islamiche Jihād, Nabil Al-Fouly Mohamed Munji, una riflessione sulla guerra secondo l’Islam e le storture di questi ultimi anni, tra gli islamici e in Occidente

0

Nabil Al-Fouly Mohamed Munji, docente presso la Facoltà di Scienze Islamiche all’Università di Sultan Mohamed Fateh di Istanbul, da un trentennio studia l’Islam come si è evoluto nei Paesi islamici e come è vissuto epensato in Occidente. Occidente nei confronti del quale lo studioso è tutt’altro che ‘tenero’, lo considera, anzi, alla base delle criticità e delle blasfemie che stanno corrompendo l’IslamCon Nabil abbiamo avuto la possibilità di fare una approfondita riflessione sul concetto e la pratica della guerra in riferimento a come l’Islam si è palesato sulla scena internazionale negli ultimi anni. 

 

Professore, l’Islam ha davvero legittimato la guerra? 

Nella sua visione del tema della guerra l’Islam pare realistico. La religione è sempre stata realistica nel trattare le questioni della vita e della gente. Tuttavia, questo atteggiamento è legato ad etiche virtuose. Dunque, l’Islam non invoca l’abolizione della guerra. Praticamente è irraggiungibile; quando sorgono controversie e conflitti tra persone per interessi si fa ricorso alla guerra come strumento di risoluzione, ovvero come mezzo per raggiungere obiettivi buoni o cattivi. E’ vero che vi sono pensatori e filosofi che vogliono vietare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione come lo storico celebre Arnold J. Toynbee. Ma ciò lo sostengono soltanto gli utopisti. Oltre a ciò la Sharia’a islamica non ha oltrepassato il regime etico stabilito dall’Islam nel caso di pace. Siccome la guerra è un atto violento e cruento per natura, la cura dell’etica nel corso della guerra è un dovere islamico. E’ un peccato mancare il rispetto a questa condizione. La religione islamica sostiene la protezione del proprio regime etico persino nei campi di battaglia e pone anche una barriera psichica tra il musulmano e l’atto bellico, in modo che sia disprezzato dalla sua anima. Il vero musulmano non si appassiona dello spargimento di sangue senza motivo, e nemmeno fa della guerra un atto sacro. Il profeta dell’Islam afferma: «Non desiderate incontrare il nemico. Chiedete a Dio la buona salute. Se lo incontrate, abbiate pazienza!».

Secondo alcuni pensatori islamici, la guerra è solo un caso eccezionale della politica islamica. L’Islam regolarizza l’atto bellico con una serie di leggi particolari e precise che comprendono le ragioni, gli strumenti, le premesse, le modalità per affrontare i danni, in presenza di prigionieri, morti e i feriti, e l’accordo di conciliazione, ecc. E siccome la guerra non è un’eccezione nella vita degli esseri umani  -come lo dimostra la storia- non può essere vista come un caso eccezionale dalla Shariaa islamica, altrimenti l’Islam non sarebbe stato una religione realistica come ho detto. Tuttavia queste leggi sono documentate per essere messe in atto quando è necessario. La loro presenza non significa invocare la guerra, anzi, possedere il potere in Islam non è un appello alla guerra. Ma all’opposto, è un deterrente che rende chi lo possiede temibile. L’Islam è realistico e leale. Non bisogna credere che l’Islam faccia la guerra con audacia e entusiasmo, né pensare che voglia lo spargimento di sangue. L’Islam non ha neppure nostalgia per l’uccisione. Al contrario, questa religione ha instaurato dei limiti rigidi alla guerra, anche se ha incitato i fedeli a offrirsi in sacrificio nel momento in cui scoppia una guerra come unico strumento di risoluzione. Invocare l’offrirsi in sacrificio non significa fare appello alla violenza, bensì incita a difendere in maniera leale i propri beni ed i propri diritti. 

Alcuni studiosi islamici sostengono che la guerra sia un mezzo per la retta via, la salvezza e la pace. Non può essere vista come obiettivo perché lo scopo della religione è quello di diffondere la pace.
In realtà, questa visione islamica della guerra è di base storica. Le guerre scoppiate in seno all’Islam,  in Siria, Iraq, Iran e Egitto…ecc, hanno permesso ai popoli di conoscere le istruzioni islamiche in maniera diretta. La tolleranza dei conquistatori islamici è stata impressionante. La gente ha abbracciato l’Islam tanto che è divenuto religione della maggioranza nella maggior parte degli Stati conquistati in un secolo e mezzo circa, senza imposizione. Insomma, per l’Islam la guerra è uno strumento legittimato per diffondere il messaggio islamico perché ha permesso alla gente di conoscere la religione in maniera diretta. E’ vero che per l’Islam la guerra non è un obiettivo, ma solo uno strumento di risoluzione di alcune problematiche imposte dalla realtà ed irrisolvibili pacificamente. Ma andando a valutare le prime più grandi guerre islamiche, si deduce che le conseguenze storiche e i progressi economici e demografici che sono avvenuti a seguito di questi conflitti sono stati benefici per la popolazione degli Stati conquistati. Al contrario, le guerre Mongole che si sono diffuse nel mondo nel 13° e il 14° secolo hanno avuto dei danni ingenti. Allo stesso modo il movimento coloniale europeo in Oriente e le due guerre mondiali sono stati eventi distruttivi per gli Stati invasi. 

Quali sono le fondamenta del messaggio politico bellico dell’Islam? E quali le finalità?
Non vi è un messaggio particolare dell’Islam in tema di guerra. L’Islam vede la pace e la guerra con lo stesso sguardo: l’Islam vede tutte le creature come servi di Dio e impone un regime etico da rispettare, sia con i parenti sia con gli altri esseri umani; applicare la giustizia e respingere la violenza portano ad abbandonare l’utilizzo della forza. Siccome il musulmano è obbligato ad attuare un comportamento retto in commercio, viaggio, soggiorno, e con i suoi familiari, i suoi amici e i suoi compagni di fede, allo stesso modo deve rispettare le misure etiche instaurate dalla religione in guerra. Originariamente, queste misure non sono contraddittorie a quelle stabilite in pace. Citerei la ‘misericordia’ come misura etica dell’Islam tra pace e guerra. Essa si manifesta in pace quando si aiutano i soggetti deboli, si trattano bene gli anziani, si hanno buone relazioni con i vicini di casa e si tende a servire gli altri senza contraccambio. La misericordia in guerra è data dal dover dare priorità alla pace nel momento in cui il rivale decide di intraprendere la pace, dal divieto di violentare i guerrieri ed i civili, dal proibire di uccidere i feriti e di torturare i cadaveri dei morti e dall’obbligare i musulmani a seppellirli in modo che non siano preda per animali selvatici..ecc. 

La religione islamica stabilisce, dunque, delle regole etiche da attuare nel corso della guerra.
Certo. Il vero musulmano non rinuncia alla sua etica in nessuna situazione. Anzi, la guerra è un atto concreto che dimostra quanto l’Islam sia attento alle etiche virtuose. Vi sono parecchi testi e storie islamiche che presentano testamenti e pratiche islamiche sofisticate, che obbligano i guerrieri e i leader musulmani ad attuare etiche assenti in tutti gli altri regimi religiosi e laici. Il profeta dell’Islam vietava di uccidere le donne e i bambini, sia in guerra sia in pace, e quando mandava combattenti segreti gli chiedeva di essere pietosi: «Proseguite in nome di Dio e per Dio, non torturate i corpi dei vostri nemici, non imbrogliate, non uccidete nessun bambino!». Nel suo libro ‘Zad al-Ma’ad’ (la provvista del rivale) il famoso studioso teologo Ibn-Qayyim ha riassunto le etiche e le attitudini del profeta in guerra e in battaglia, anche se questo libro necessita una revisione del sommario secondo le fasi della guerra stessa. 

Spieghiamo ancora una volta, per favore, cosa significa la parola ‘al-jihad’ in Islam. E quali sono le tipologie di al-jihad? e quali le finalità?
Nell’idioma arabo la parola ‘al-jihad’ significa ‘lo sforzo esagerato’, mentre nel linguaggio comune è sinonimo di ‘guerra’. L’Islam ha scelto ‘al-jihad’ come sinonimo della parola ‘guerra’ per incitare il guerriero musulmano ad offrirsi in sacrificio ed essere estremamente paziente in guerra. La religione islamica lo obbliga anche a sforzarsi astenendosi dall’uccidere i bambini, le donne e gli anziani, dal bruciare il paese e dal rovinare i terreni agricoli..ecc. Dunque, in Islam ‘alJihad’ si riferisce alla guerra. Ma ‘Al-jihad’ non sottintende l’amore per la distruzione, né per l’uccision,e né per l’imprigionamento, bensì riporta ombre forti per l’offrirsi in sacrificio, per l’indirizzare l’intento in modo che sia per Dio. Per mezzo di al-jihad l’essere umano deve aspirare solo a soddisfare Dio. Però, soddisfare Dio non significa distruggere, né uccidere a meno che sia necessario quando viene commesso un crimine. 

In considerazione di tutto quanto ci dice, gli attentati dei gruppi islamici che colpiscono e hanno colpito in questi anni i cristiani o comunque l’Occidente, sono blasfemi per l’Islam.

Coloro che commettono questi gravissimi errori non conoscono la dottrina islamica e sono vittime di sofferenza psicologica dovuta alla situazione dei loro Paesi d’origine, Paesi sottomessi alla tirannia politica con la complicità del mondo occidentale. Sinceramente, senza il sostegno occidentale queste tirannie non sarebbero state così esasperate. Quando un musulmano legge un po’ della storia islamica comprende il rispetto dell’Islam per la dignità umana, contestualmente valuta la realtà personale e quella islamica generale. Di conseguenza, prende coscienza di un paradosso massacrante. Parecchi gruppi islamici sono entusiasti, e questo loro entusiasmo li spinge spesso ad interagire e resistere ragionevolmente, o irragionevolmente in altri casi. Ma tutto ciò è dovuto ai ‘castelli’ tirannici edificati nelle nostre patrie in alleanza con gli europei e gli americani.

Anche il rapimento e il tenere in ostaggio persone è un crimine?
E’ un crimine imperdonabile, ma curarlo necessita valutarne le ragioni. È un atto criminale che si cura quando vengono sradicate le ragioni che sono alla base. 

 

[La seconda e ultima parte sarà pubblicata il 23.08.2019]

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore