lunedì, Aprile 6

ISIS, tra successi e sconfitte

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Dopo un 2015 di espansione in Libia, ISIS si è trovato di fronte una controffensiva che lo ha costretto a ripiegare ma che non è ancora riuscita a sconfiggerlo del tutto. Per esempio i miliziani sono stati scacciati dalle truppe del generale Haftar da Bengasi all’inizio dell’anno, ma il 6 luglio un’autobomba, la terza nel giro di poche settimane, ha ucciso sette militari libici mostrando come la sicurezza e la stabilità non siano totali. Inoltre il 28 luglio sempre a Bengasi le truppe di Haftar  si sono scontrate con unità fedeli a Shura Council of the Benghazi Revolutionaries (SCBR) e 17 soldati sono rimasti uccisi. Questo episodio dimostra ancora una volta la frammentazione dello scenario politico e delle milizie libiche al di là del pericolo rappresentato da ISIS. Sirte rimane al momento l’unica grande città libica ancora in mano, almeno parzialmente, all’ISIS che però controlla altre zone rurali e desertiche del Paese. A Sirte si combatte da mesi e per esempio il 13 luglio era stata lanciata un’offensiva contro la città con l’appoggio anche di attacchi aerei ufficialmente condotti dal governo libico, ma la resistenza dei miliziani di ISIS si era dimostrata forte a sufficienza da resistere e respingere l’attacco.

Per quanto riguarda invece il fronte iracheno, dove ISIS è sicuramente più radicato e forte e di conseguenza le azioni militari occidentali sono più massicce, la situazione è un po’ diversa. Qui la campagna militare contro ISIS è guidata dagli Stati Uniti e sostenuta da altri 65 stati, il cui impegno è però piuttosto limitato. Infatti, ad oggi, solo 15 paesi (tra cui Belgio, Danimarca, Francia, Paesi Bassi e Regno Unito) hanno effettuato degli attacchi aerei: 12.685 in totale, di cui 8.661 in Iraq e i restanti in Siria. Il 76% degli attacchi in Iraq sono stati condotti dagli Stati Uniti, mentre la percentuale sale al 94% per ciò che riguarda quelli in Siria che sono stati rivolti principalmente a Raqqa, Ayn Isa e nella zona di Aleppo. Le operazioni in Iraq, invece, hanno preso di mira in particolare la zona di Mosul e hanno fornito supporto alle operazioni per liberare Ramadi, Falluja e altre cittadine nella regione di Al-Anbar. Per quanto riguarda il fronte siriano poi andrebbero presi in considerazione anche gli attacchi russi (circa 1000 raid, ma di cui solo una piccola percentuale diretti contro ISIS) iniziati il settembre scorso.

Se in Libia possiamo contare solo qualche decina di operatori di truppe speciali occidentali sul terreno, la situazione in Iraq è molto diversa. Gli Stati Uniti schierano 2750 consiglieri militari e soldati impegnati vicino al fronte oltre a circa 250 membri di Forze speciali, mentre altri 50 operano probabilmente in Siria compiendo ricognizione e omicidi mirati di leader di ISIS, come ad esempio il governatore della Siria, Abu Ali al-Anbari.

Un tale dispiegamento di forze a cui vanno poi aggiunte tutte le unità dell’esercito iracheno e le milizie sciite, sta ottenendo risultati concreti, anche se non definitivi. ISIS è ormai da circa un anno sulla difensiva e ha perso porzioni importanti del territorio conquistato dal 2014, comprese città cruciali anche dal punto di vista simbolico come Falluja.

Malgrado ciò ISIS si è dimostrato capace di compiere attacchi sanguinosi a Baghdad, a Tartus in Siria dove si trova la base russa e in Europa. Come abbiamo detto all’inizio la sconfitta su un campo di battaglia non significa che altrove il gruppo non possa essere operativo ed efficace. La strategia occidentale deve quindi prende in considerazione tutti e tre i campi di battaglia e agire di conseguenza.

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