domenica, Novembre 17

ISIS: tra kalashnikov e strategie di marketing

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Tutta la comunicazione dello Stato islamico è stata fondata sulla ‘grande narrazione’ che i gruppi storici jihadisti, soprattutto al Qaeda, hanno creato dopo la guerra in Afghanistan contro i sovietici.  Questa narrazione include il furto di simboli islamici collettivi come la bandiera nera, ma soprattutto Il messaggio fondamentale di questa propaganda rimane lo stesso nel tempo: le menzogne ​​della salvezza di accedere all’unica ‘vera comunità dei credenti’ e guadagnando un biglietto VIP per il paradiso attraverso gli attacchi suicidi. Così il nucleo della propaganda di IS resta invariato. È stata aggiunta solo un’altra menzogna di salvezza, quella dell’apocalisse collettiva e la lotta finale tra il bene e il male a Dabiq. Escludendo le nuove menzogne, la propaganda del sedicente Califfato ha solo beneficiato della rivoluzione tecnica del Web 2.0 per la sua diffusione nelle reti sociali”. Alla domanda sulle principali differenze comunicative tra Isis ed al Qaeda ci risponde così Asiem El Difraoui, politologo ed economista di origine egiziana-tedesca, regista cinematografico conosciuto dal grande pubblico per il successo del 2008 di ‘The al Qaeda Code’ .

Vista l’imminente sconfitta in Iraq e in Siria dell’autoproclamato Stato Islamico (IS) e l’uccisione ormai data come certa del suo sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi, l’attenzione per le strategie comunicative della galassia jihadista è ancora più forte, considerando che parte di quei 5000 combattenti occidentali che si erano arruolati tra le fila del gruppo, sarebbe pronta a rientrare in suolo europeo. Il 29 giugno 2014, il discorso di al Baghdadi dalla moschea di Mosul e il comunicato diffuso in rete, che annunciava che lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil) avrebbe cambiato nome, ha dato inizio al processo di oscuramento di al Qaeda per qualità e diffusione della propria comunicazione.

Nel comunicato ISIL annuncia di essere da allora lo Stato Islamico ed aveva assegnato al suo leader il ruolo di califfo, come successore del Profeta che chiede al mondo arabo di giurargli fedeltà e delegittimando ogni altro gruppo. Il primo video La fine di Sykes-Picot , annuncia la fine delle politiche nate con i patti franco-britannici del 1916, meglio noti come ‘Asia Minor Agreement’, con i quali Francia e Inghilterra si erano spartite le zone in Medio Oriente dopo il Primo Conflitto Mondiale e che la storia sta per essere riscritta. Da quel video si capiva quali erano gli obiettivi del leader e i suoi adepti e quali le capacità cinematografiche di IS sul piano comunicativo, che da sempre riveste una viscerale importanza oltre al campo di battaglia. Il video dura 15 minuti e 4 secondi, le riprese sono in Full HD, le inquadrature sono studiate, così come le luci e l’audio. In alto a destra compare il simbolo della casa produttrice, ‘al Hayat’, che sarà autrice di quasi tutti i contenuti media di stampo jihadista sunnita.

Con IS anche il processo di arruolamento ha nuova vita. Con al Qaeda il cammino tra la radicalizzazione, l’arruolamento, il combattimento e il martirio, avveniva nell’ombra e in segreto. Dei mujaheddin responsabili degli attacchi, si conoscevano i volti e i nomi solo dopo il jihad (sacrificio), quando ormai si erano trasformati in ‘shahid’, cioè in martiri. La comunicazione dell’IS oggi, rappresenta il 90% della preparazione degli attacchi. Essa avviene in internet dove i combattenti e gli affascinati delle filosofie jihadiste discutono, postano video e foto dei reclutati, raccontano la loro dottrina quotidiana, promuovendo modelli di vita alternativi a quella occidentale. I futuri terroristi trovano un palcoscenico in cui possono essere protagonisti già in questo mondo, prima del paradiso rivolgendosi a una platea globale e sconfinata che garantisce una popolarità insperata in una sorta di ‘Saranno Famosi’ islamico che promette l’immortalità nella storia attraverso il compimento di atti eroici: così come accade ad Aby Safiyya, il cileno che nel video non si esprime nemmeno bene in arabo, prediligendo l’inglese.

La produzione video, anche se sorprendente, non è la sola capacità nelle mani dei terroristi. Sia al Qaeda che la sua costola ora nemico, IS, godono di riviste e redazioni rispettivamente ‘Inspire’  per il primo; ‘Dabiq’ e ‘Rumiyah’ per IS, dove la comunicazione dimostra le sue avanguardie giornalistiche: un’impaginazione da fare invidia a molte testate occidentali, una correttezza morfosintattica tipica delle scuole di giornalismo, con tanto di interviste con domande in neretto e risposte: uno stile che permette al lettore di identificare l’intervistatore come un elemento esterno alla narrazione. Le interviste e i racconti sono spesso corredati da foto tratte da video altrettanto agghiaccianti e i testi sono spesso la trascrizione integrale delle discussioni riprese dai video. Tutto questo lascia intendere un lavoro redazionale di preparazione, nonché la conoscenza da parte del sedicente califfato del processo di ottimizzazione nella pubblicazione di contenuti giornalistici. La produzione di IS ha funto da ‘acceleratore’ all’evoluzione comunicativa del gruppo del defunto Bin Laden che trova nella rivista ‘Inspire’ la sua massima forma di espressione .  Con Asiem El Difraoui, che oltre che regista, è senior fellow all’Istituto europeo per i media e la comunicazione politica, parliamo di questi cambiamenti e dei rischi di radicalizzazione dei soggetti occidentali tramite la rete, ma anche delle responsabilità dei media occidentali, in quello che rischia di divenire un reality show islamico.

La concorrenza tra Al Qaeda e IS si è manifestata sul campo di battaglia, ma ancor più sul piano comunicativo.  IS ha funto da acceleratore per il secondo portando il premium brand dello Stato islamico ad imporsi su quello di al Qaeda?

Sì, l’IS ha creato un vero e proprio brand, il suo logo la calligrafia araba in un cerchio bianco su sfondo nero è conosciuta in tutto il mondo e i media occidentali hanno contribuito molto a farlo conoscere. E in realtà non è il loro logo, ma il furto del simbolismo collettivo islamico. Hanno rubato il sigillo del profeta e la sua bandiera nera. Ma Al Qaeda ha fatto la sua parte, ha dato un sacco di idee ed esempi per la Propaganda di Daesh attraverso il magazine ‘Inspire’, che è servito come ispirazione per ‘Dabiq’, la rivista ufficiale di IS.

Al Qaeda ha risposto alla sfida modificando il proprio registro di comunicazione, è stata una scelta di successo?

Non c’era molto altro da fare per acquisire un sacco di occidentali e giovani arabi nati in Occidente già in grado di usare un i-pad, poi un Kalashnikov. I giovani sono stati altresì esposti alla peggiore spazzatura dei media occidentali, di film horror prodotti soprattutto a Hollywood, ai terroristi è bastato copiarli in una pornografia horror della vita, impiegando un sacco di risorse per le loro produzioni di terrore. L’attrattiva di IS è altrettanto grande, perché sono riusciti a controllare un territorio, la dichiarazione del Califfato è stata un enorme trovata di propaganda. La capacità di comunicazione ISIS del 2014/2016 si basava sulle competenze e sui record di comunicazione tecnica occidentale. Ciò è imputabile all’imponente afflusso di “jihadisti occidentali tecnicamente preparati”.

Oggi, con la sconfitta dell’ISIS a livello territoriale, questo afflusso è minore e la qualità delle produzioni video propagandistiche diminuisce sempre di più. Possiamo dire che l’ISIS può essere sconfitto anche limitando la manodopera specializzata?

ISIS sarà sconfitto a breve, ma questa sconfitta forse doppierà il loro sforzo di propaganda. Comunque la propaganda dei jihadisti continuerà dopo la distruzione del pseudo califfato.  Anche Bin Laden è stato ucciso, ma guardi cosa è successo dopo … Ci sono così tanti gruppi là fuori, non solo IS. Ci sono tantissimi movimenti islamici radicali in diverse tonalità, con alcuni di loro purtroppo dovremo fare i conti in futuro

È giusto ipotizzare che gran parte della produzione comunicativa jihadista avvenga già in Occidente?

No, non credo, anche se hanno già chi si occupa della loro propaganda in Occidente.

 Come crede che possa evolvere la comunicazione dopo la sconfitta territoriale per dimostrare che IS è ancora vivo?

Difficile da dire, io credo si stiano concentrando molto sulla propaganda, ma poiché essa è efficiente solo se dimostra successo in termini di attacchi, ce ne saranno altri.  Il tipo di funzionalità operativo viene mantenuto, eventuali modifiche saranno necessarie per continuare a lavorare nel sottosuolo e molto pazientemente…

 Crede che i combattenti uccidano in nome di Dio? Oltre la favola del martirio (listisshadi), che cosa spinge un ragazzo cresciuto in Germania, Francia o Italia ad uccidere e morire in nome di Dio?

 Non uccidono in nome di Dio, ora ci sono sempre più studi sulla motivazione dei combattenti stranieri e non esiste un profilo standard. I motivi sono svariati: il sentimento di esclusione, il sentimento di ingiustizia contro i musulmani, la discriminazione sociale, la rivolta, la ricerca di un senso di vita, la ricerca di un’identità, di appartenenza ad un gruppo ed altre ragioni psicologiche. Questo è veramente un argomento con cui si potrebbe scrivere dei libri, non può bastare un’intervista. Sintetizzando le posso dire che la propaganda svolge anche un ruolo importante, ma è spesso sopravvalutato: quasi ogni jihadista è stato influenzato dalla sua rete personale e dall’ambiente circostante all’autore del gesto folle.

Dopo i massacri, come Manchester, gli stessi media occidentali hanno mostrato immagini forti, non corriamo il rischio di emulazione?  

Il trattamento da parte dei media degli attacchi è stato spesso un disastro, creando così tanta attenzione per gli aggressori, che li ha resi degli eroi. I media spesso non spiegano cosa sia il jihadismo, non parlano della causa principale nel mondo arabo qui in Europa. Alcuni media sono più responsabili di altri: in Francia, per esempio, i documentatori più importanti non mostrano più le immagini dei killer.

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