venerdì, Dicembre 13

ISIS, spodestato dal Medioriente il Califfato fa affari altrove Chiara Lovotti, ricercatrice ISPI: "nessun Paese europeo si può dire completamente immune dal rischio"

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Il volgere al termine dei conflitto siriano e la conseguente perdita di controllo sui territori iracheni e siriani hanno ‘costretto’ il Daesh a trasformare i suoi orizzonti finanziari, investendo quindi in Paesi stranieri, tra cui anche l’Europa. La tesi è stata confermata martedì da Dimitry Feoktistov, vicedirettore del Dipartimento per le nuove sfide e minacce del Ministero degli Esteri russo in un’intervista citata da più fonti, tra cui Al-Awsat, Al-Masdar, Al-Arabyya e Agc News. Ancor prima di Feoktistov, però, anche il deputato europeo britannico, Sir. Julian King, aveva fatto riferimento al rischio di una possibile inversione di marcia finanziaria dell’ISIS verso l’Europa. Infatti, secondo un articolo pubblicato lo scorso 7 settembre dall’Indian Express, Sir. King avrebbe dichiarato di fronte al parlamento Europeo che «…avendo riscontrato successo contro il Daesh in Siria e in Iraq, -l’ISIS- sta trasferendo i suoi fondi al di fuori della Siria e dell’Iraq….vi è un reale rischio dell’aumento di flussi destinati a finanziare attività terroristiche».

Secondo un report dello scorso mese delle Nazioni Unite, lo Stato islamico starebbe continuando a inviare dei pagamenti all’estero. Si tratterebbe di somme di denaro minime – spesso giustificate con fini di beneficienza per centri religiosi, sociali o umanitari, o sotto forma di zakat (elemosina, uno die cinque pilastri dell’Islam), e quindi difficili da intercettare. Questo cambio di rotta dei fondi dello Stato Islamico non solo servirebbe a finanziare le cellule dormienti sparse in Occidente, ma indicherebbe un suo tentativo di incrementare il suo impegno e i suoi sforzi nei Paesi stranieri, e quindi in Europa.

Fino ad oggi, le fonti di denaro del gruppo estremista erano concentrate, soprattutto, nei territori occupati -Siria e Iraq- ed erano principalmente dei profitti dovuti in parte al petrolio (l’ISIS controllava la maggior parte dei pozzi petroliferi in Siria), in parte alle tasse imposte sulle popolazioni locali – costrette a dover vivere sotto il controllo de Daesh. Oggi che l’organizzazione ha perso il controllo in maniera del tutto evidente sulla maggior parte dei territori prima conquistati, il Deash si starebbe, quindi, attrezzando per poter individuare nuovi canali dove poter investire. Secondo Kutnestov, infatti, starebbe trasferendo i suoi fondi nei Paesi europei per finanziare le cellule dormienti, un obiettivo che allarma evidentemente l’Unione Europea e tutto l’Occidente. Oltre ciò, secondo Agc news, Mosca sarebbe in possesso di informazioni riservate, secondo le quali le banche del Medio Oriente sarebbero i canali utilizzati dal Daesh per investire in progetti presenti nell’Europa occidentale.

La stessa agenzia sostiene, inoltre, che il Cremlino avrebbe condiviso delle informazioni riservate al riguardo – tra cui i Paesi dove l’ISIS starebbe cercando di investire- con gli Stati Uniti, un’ulteriore prova, forse, di come la lotta al terrorismo e la nuova minaccia estremista riescano a convogliare gli sforzi di due Paesi dalle tendenze e interessi contrastanti.

Qualora fosse vero, quali sarebbero i canali che l’ISIS sfrutterebbe per investire in Europa? E soprattutto, quali conseguenze comporterebbe?

Abbiamo intervistato Chiara Lovotti, ricercatrice ISPI ed esperta in materia, per cercare di ricostruire un quadro più ampio ed esaustivo del rischio percepito.

Secondo lei, quanto asserito da Kutsestof può essere veritiero?

E’ difficile provare questo genere di notizie. Quello che è certo è che lo Stato Islamico ha perso una parte considerevole del suo territorio nella regione siro-irachena. In Iraq, infatti, la sua presenza resta praticamente circoscritta alla città di Tel Afar e altre zone al confine con la Siria – a seguito della battaglia di Mosul. In Siria, invece, la battaglia si concentra al momento a Deir el-Zor e continua anche a Raqqa. Qui lo Stato Islamico si trova sempre più sotto pressione. Si può, quindi, asserire che il Daesh stia spostando le sue ambizioni e i suoi obiettivi in altre zone, una di queste potrebbe essere, ad esempio, l’Europa, ma anche l’Asia centrale. Anche se è difficile confermare queste notizie riportate, si può comunque dire che è una possibile osservazione, trattandosi quasi di una necessità dello Stato Islamico per sopravvivere. Basta pensare che, per quello che resta del Daesh in Siria e in Iraq, è difficile anche fare propaganda nelle aree locali. Non si tratta di un rapporto immediato ed esatto di causa-effetto, però di sicuro anche il fatto che si siano moltiplicati gli attacchi nelle città europee, ad esempio, è significativo.

Quali sarebbero le cause che avrebbero spinto l’ISIS a spostare il loro interesse finanziario in Europa? La perdita dei loro territori in Siria e in Iraq è l’unico motivo?

La perdita del territorio e quindi la ricerca di un nuovo bacino di riferimento è sicuramente uno dei driver principali. Probabilmente, poi, in Europa ISIS ha creduto di poter trovare dei canali ancora ampiamente inesplorati e quindi meno controllati rispetto a quelli in Iraq o in Siria, non solo a livello di strutture finanziarie ma ad esempio a livello di traffici illeciti. Probabilmente, il declino dello Stato islamico in Siria e in Iraq ha reso l’Europa – e non solo – un terreno più fertile da cui attingere capitale sia finanziario che umano.

Qualora così fosse, quali secondo lei sarebbero i Paesi a rischio? L’Italia è uno di questi?

Purtroppo è difficile individuarli con esattezza. Probabilmente non c’è alcun Paese europeo completamente immune dal rischio. Di sicuro i Paesi dove si sono già verificati questi attentati, o che rappresentano un punto di transito importante, potrebbero essere più vulnerabili. E’ comunque difficile individuare quale Paese sia più a rischio, o se l’Italia lo sia o meno. Di sicuro, nessun Paese europeo si può definire completamente non a rischio, in quanto si tratta di una minaccia di facile diffusione e difficile da individuare, come se si espandesse a macchia d’olio. A tal proposito bisogna considerare che è già capitato che jihadisti europei riuscissero a passare da una nazione all’altra, come qualsiasi altro cittadino europeo che prenda un treno – ad esempio – da Bruxelles e in un’ora e mezza raggiunga Parigi, o arrivi in Germania. Si tratta di una minaccia decisamente difficile da definire e controllare, la cui gestione ovviamente spetta ai servizi di sicurezza.

Se l’ISIS iniziasse a investire in Europa quali sarebbero le conseguenze immediate, quali invece quelle a lungo termine?

In realtà, se intendiamo investimento in senso ampio (non per forza finanziario), l’Europa si trova nel mirino dell’ISIS già da tempo, e le conseguenze immediate hanno ricadute soprattutto sugli apparati di sicurezza. Ovviamente, gli sforzi degli apparati di intelligence e sicurezza variano a seconda della minaccia, e purtroppo questo genere di traffici possono essere rilevati solo attraverso questi apparati. Mentre, individuare una conseguenza a lungo termine risulta più difficile, ma ha sicuramente a che vedere con un’azione di prevenzione del fenomeno di radicalizzazione, il quale – purtroppo – dimostra di essere sempre più europeo. Il fenomeno andrebbe dunque affrontato da due punti di vista, il primo è quello del controllo – e quindi compito dei servizi di sicurezza – , il secondo è quello della prevenzione della radicalizzazione, ovvero un processo decisamente complesso e i cui risultati si giocano sul lungo termine.

Come sarebbe possibile, secondo lei, prevenire il trasferimento di questi fondi?

Anche questo è un compito che spetta ai servizi di sicurezza, dal momento che si tratta di individuare questi traffici, di controllarli e poi eventualmente di smantellarli.

Quali sarebbero, secondo lei, i settori che l’ISIS sfrutterebbe per investire in Europa?

I canali più battuti sono sicuramente quelli dei traffici illeciti, come ad esempio il riciclaggio di denaro, il traffico di droga o di esseri umani.

Dovremmo aspettarci una sempre più appurata e fitta collaborazione tra lo Stato Islamico e le organizzazioni criminali organizzate?

Purtroppo una collaborazione tra i due attori si è già verificata. Credo, quindi, che potremmo aspettarcelo e che comporterebbe, inevitabilmente, delle maggiori complicazioni per le operazioni di monitoraggio.

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