sabato, Settembre 19

ISIS: inizia l’era del post Al Baghdadi? il Califfo è morto?

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Il leader dell’Is Abu Bakr Al Baghdadi potrebbe essere stato ucciso il 28 maggio in un raid russo alla periferia di Raqqa, nel nord della Siria. La notizia -in corso di verifiche- è stata diffusa dal Ministero della Difesa di Mosca. Il terrorista più ricercato del pianeta è stato dato in più occasioni per morto o ferito dalle autorità irachene; il fatto che ora la notizia provenga da una fonte notoriamente cauta come quella russa depone a favore.

Poche sono le notizie certe su al-Baghdadi. Si ritiene sia nato a Samarra, a nord di Baghdad, nel 1971. Venne catturato a Falluja ed è stato prigioniero degli americani in Iraq per dieci mesi, fra febbraio e dicembre 2004. Al-Baghdadi si rivelò al mondo tre anni fa: nell’estate 2014, poche settimane dopo che l’Is aveva preso il controllo della città di Mosul, al-Baghdadi apparve in un video che lo ritraeva nella moschea Al-Nouri mentre pronunciava un sermone in cui ordinava ai fedeli musulmani riuniti di obbedirgli e si autoproclamavaCaliffodi un territorio che si estendeva dalla Siria all’Iraq, ovvero dalla provincia di Aleppo fino a quella di Diyala.

Negli anni il Califfato ha fatto di Mosul e Raqqa le sue roccaforti e l’Isis ha terrorizzato e continua a terrorizzare l’Occidente. Dopo l’avvio dell’offensiva delle forze irachene per la riconquista di Mosul, il 17 ottobre del 2016, al-Baghdadi ha esortato i combattenti a resistere e a difendere la città. Nel frattempo Mosul Est è stata riconquistata e nelle mani dei jihadisti restano solo poche aree della parte occidentale della città, mentre a Raqqa si prepara all’offensiva finale contro i jihadisti.

ll Ministero della Difesa di Mosca, usando il condizionale, ha detto che il capo dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi potrebbe essere rimasto ucciso in un attacco delle forze aeree russe alla fine del mese scorso. Al Baghdadi potrebbe essere stato eliminato insieme ad altri leader del gruppo estremista in un raid delle forze aeree russe su Raqqa. Il Ministero lo ha reso noto attraverso un comunicato, ma con grande prudenza.
Ma nel testo c’è di più. Il raid, se le informazioni venissero confermate, avrebbe decapitato l’intero comendo dello Stato islamico. Nel testo si citano tra i terroristi che sono stati uccisi: il cosiddetto emiro di al Raqqa, il capo del servizio di sicurezza dell’Isis e un altro signore della guerra che controllava la zona tra al Raqqa e Suhnah. In sostanza l’intero consiglio militare dell’organizzazione.
«Il comando russo delle truppe nella Repubblica araba siriana aveva ricevuto informazioni di una riunione a Raqqa dei leader del gruppo terroristico Isis nella periferia meridionale della città», si rende noto dal Ministero della Difesa di Mosca.
«Durante la verifica delle informazioni, è stato ulteriormente chiarito che lo scopo della riunione era progettare le vie di uscita dei combattenti da Raqqa attraverso il cosiddetto corridoio Sud».
Un drone aveva effettuato la ricognizione prima del raid. Il raid russo è avvenuto il 28 maggio 2017 (secondo l’ora di Mosca, ma era ancora il 27 secondo il fuso orario italiano), «dopo la conferma da mezzi senza equipaggio della posizione e dell’ora della riunione dei capi di Isis, della riunione dove erano presenti i signori della guerra». Dalle 23.35 alle 23.45 ora italiana i velivoli russi hanno fatto fuoco. Come conseguenza dell’attacco, gli aerei Su-35 e Su-34 hanno ucciso i grandi capi del gruppo terrorista, ossia gli appartenenti al cosiddetto Consiglio militare dell’Isis, «così come circa 30 comandanti di medio livello e fino a 300 militanti».
Il Ministero della difesa russo, secondo la nota, aveva informato in anticipo i militari americani dell’ora e del luogo dell’attacco.
In precedenza, erano apparse informazioni sui media che la città siriana di al Mayadin, in provincia di Deir Ezzor era diventata la nuova ‘capitale’ dell’Isis. L’11 giugno era stato anche riferito che il leader al Baghdadi era stato liquidato a Raqqa.
Proprio ad al Mayadin si erano invece concentrati i raid della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, nel nord est della Siria.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, alcune ore dopo la diffusione del comunicato della Difesa ha dichiarato che la notizia non può ancora essere confermata.
Anche la Coalizione internazionale guidata dagli Usa ha dichiarato che non può confermare la morte del leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi.

Su di lui pende una taglia di 25 milioni di dollari. Abu Bakr al Baghdadi è già riuscito a sfuggire alla morte almeno in un paio di occasioni. Quanto ad essere catturato, una volta fu preso e poi rilasciato: ancora non era considerato il terrorista più pericoloso sulla faccia della Terra come lo abbiamo raccontato fin da subito nell’agosto 2014, e non si era ancora proclamato il leader spirituale e operativo di Daesh.
In effetti l’arresto aveva avuto luogo 10 anni prima dell’autoproclamazione: era il 2004, e lui fu preso a Falluja, roccaforte dei sunniti. L’Iraq era stato invaso un anno prima dagli americani e dai britannici, e la città irachena era in quel momento sottoposta ad un assedio in cui gli occidentali non risparmiarono sull’uso delle armi al fosforo bianco. Più tardi quelli che erano considerati semplicemente degli insorti o dei nostalgici di Saddam Hussein si sarebbero radicalizzati, dando vita al sedicente Califfato che solo ora, dopo aver seminato stragi e terrore tra Mosul ed Aleppo, ma anche in Libia, pare essere in ritirata.
La sua prigionia comunque durò cinque anni, il tempo necessario per fargli fare un salto di qualità all’interno dei ranghi di Al Qaeda. Quasi un percorso obbligato per questo ex studente di teologia coranica nato a Samarra nel 1971 ma sempre vissuto a Baghdad. Si dice che abbia preso il potere all’interno della fazione irachena di Al Qaeda facendo credere di aver ricevuto l’investitura direttamente dalle mani di Al Zawahiri. Ma forse e’ solo una diceria, frutto della leggenda nera che ora lo circonda.
Ad ogni modo, nel 2014 riappare in pubblico a Mosul per definirsi leader del Califfato dello Stato Islamico, nel frattempo scissosi da Al Qaeda. Inaugura anche quello che sarà il suo stile da quel momento in poi: basso profilo, scarse manifestazioni, lunghi e rari sermoni fatti circolare con grande perizia sui social in tutto il mondo. Ad attrarre in qualsiasi Paese radicali isolati e emigrati della seconda generazione dall’integrazione fallita.

Altro tratto saliente della sua personalità è la brutalità. Con lui l’Isis non solo conquista un territorio enorme tra Iraq e Siria, ma manda i suoi uomini a combattere su uno scacchiere ben più ampio che va dalla Libia all’isola filippina di Mindanao, dove non è mai stata del tutto debellata la guerriglia islamica del Fronte di Liberazione Nazionale Moro, nato negli anni ’70. All’interno dei territori conquistati vige la legge del terrore e della ferocia: ai trasgressori della Sharia sono applicate le pene più severe, ai prigionieri delle potenze straniere spetta la decapitazione, magari eseguita materialmente da bambini. Persino Al Qaeda, quando ancora lui ne fa parte, reputa eccessive le sue pratiche.
Nelle zone liberate dall’Isis si fa strada un fenomeno che il mondo islamico non conosce più da almeno 40 anni, quello del desiderio di secolarizzazione. E’ la reazione a chi ha usato la religione come giustificazione per l’orrore.
Se possibile, quando la pressione internazionale si fa più intensa e il Califfato perde terreno la ferocia si fa ancora piu’ forte. In Siria gruppi anche di 160 civili vengono uccisi per la strada perchè colpevoli di aver cercato la salvezza lontano dall’assedio di Aleppo, ed i loro cadaveri lasciati a marcire senza sepoltura (per l’Islam, cosi’ facendo, si nega ai morti la possibilita’ di essere accolti in paradiso).
Contemporaneamente l’Isis rivendica tutti i grandi attentati che hanno come teatro l’Europa, da Parigi nel novembre 2015 a Nizza nel luglio successivo a Manchester nel maggio 2016, ma anche Londra e Berlino.
Non c’e’ da stupirsi se allora buona parte degli sforzi militari dei vari attori della crisi siriana o irachena siano stati rivolti alla sua eliminazione fisica. Ma lui viene dato per morto più volte solo per tornare a farsi vivo successivamente, quando lo ritiene più opportuno. Una, due, tre volte si dà l’annuncio della sua eliminazione, poi della sua fuga, poi ancora dell’essersi lui rifugiato in una delle poche roccaforti -sempre meno- in mano ai suoi. Ma al Baghdadi resta invisibile, e quindi più pericoloso e sempre più protagonista di una leggenda nera.

Se la sua morte dovesse venire confermata, la sua parabola di Califfo si sarebbe conclusa in poco meno di 3 anni, che però hanno cambiato il mondo.

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