sabato, Gennaio 25

ISIS e Talebani, tra collaborazione tattica e conflittualità strategica Intervista a Claudio Bertolotti, analista strategico per l’ISPI e IFTIME

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Secondo quanto riportano numerose agenzie, oggi i servizi di intelligence afghani hanno scoperto e ‘messo in sicurezza’ un camion con a bordo due tonnellate di esplosivo nella zona est di Kabul. Sono state arrestate sette persone e alcuni documenti rinvenuti all’interno del veicolo, spiegano le fonti, lasciano ipotizzare che sia arrivato dal Pakistan.

La notizia, però, non rappresenta una sorpresa. Infatti, l’Afghanistan è stato colpito negli ultimi mesi da numerosi attacchi terroristici, e il bilancio di gennaio conta 154 morti e circa 290 feriti. Il Paese vive uno status di instabilità e tensione politica, sociale ed economica da oltre 40 anni. I talebani, ad oggi, controllano una buona parte di territorio e, a quanto pare, sono tutt’altro che sconfitti.

A complicare le dinamiche interne Afghanistan si aggiunge un ulteriore attore, ovvero lo Stato Islamico. Infatti, dopo aver perso i territori siro-iracheni, sembra che i miliziani del Califfato si stiano guardano intorno , cercando come audaci predatori dei teatri in piena crisi dove poter affondare le proprie radici. L’Afghanistan è uno di questi, e la presenza dell’ISIS nel Paese ha attirato, di nuovo, l’interesse della Comunità Internazionale, degli attori regionali e non, e dei media su un teatro dimenticato per anni. Gli americani, come al solito, non sono rimasti a guardare. È giunta proprio oggi la notizia sullo spostamento di una parte del contingente USA dall’Iraq all’Afghanistan. Una decisione che conferma l’impegno di Donald Trump nel Paese. Basta pensare che, secondo quanto riportato da Europapress, questo lunedì sarebbero morti almeno 25 militanti ISIS durante un attacco drone firmato USA nella provincia di Nangharar.

ISIS e Talebani, però, sembra un connubio del tutto nuovo. Le due organizzazioni sembrano aver raggiunto una sorta di convivenza e cooperazione, ma abbiamo cercato di approfondire le relazioni tra le due insieme a Claudio Bertolotti, analista strategico per l’ISPI e IFTIME, analizzando poi la situazione geopolitica in Afghanistan e le principali sfide per USA, Russia, Iran e Pakistan.

 

È corretto parlare di cooperazione tra talebani e ISIS in Afghanistan?

Quello tra talebani e Stato Islamico è un rapporto di collaborazione competitiva, nel senso che vivono su un piano di competizione nel campo di battaglia, finalizzato anche all’ottenimento dell’attenzione mediatica. L’ISIS sta consolidando le posizioni conquistate sul terreno, in particolar modo nella regione di Nangharar – a est di Kabul, direzione del Pakistan. Allo stesso tempo, lo Stato Islamico sta concentrando le sue azioni militari nell’area di Kabul, dove ci sono obiettivi istituzionali legati al Governo afghano, ma anche a ONG. In quest’area c’è, poi, la più alta concentrazione di giornalisti. L’obiettivo per l’ISIS non è solo quello di incutere terrore, ma anche quello di ottenere l’attenzione mediatica, ed è questa la ragione per cui le aree particolarmente di suo interesse d’azione sono quelle urbane. Per quanto riguarda I talebani, il discorso non è diverso. Con il passare del tempo hanno conquistato il 43% del territorio del Paese, dove detengono il sostanziale monopolio della forza e la capacità di amministrazione, seppur minimale, delle realtà locali e periferiche.

Quali sono le divergenze, quali invece le convergenze tra talebani e ISIS in Afghanistan?

Entrambi hanno l’obiettivo di abbattere l’attuale regime. I talebani si muovono sul piano tipico della guerra di liberazione nazionale, combattono all’interno di confini definiti e sono interessati esclusivamente alle dinamiche afghane. Lo Stato Islamico, invece, sposta completamente il piano conflittuale su un livello globale. Per l’ISIS si tratta di un conflitto ideologico e, partendo dalla Siria e dall’Iraq, l’organizzazione cerca di diffondersi in diverse aree del mondo. La sua espansione fa si che l’ISIS possa utilizzare diverse aree come base di partenza per un obiettivo di natura ideologica, ovvero il Califfato (non più quello conosciuto nel 2014, ma quello che conosciamo oggi). Pertanto, tra ISIS e talebani non c’è un vero e proprio rapporto di collaborazione, quanto invece una competizione conflittuale più sul piano strategico. La collaborazione è quasi esclusivamente sul piano tattico. Se ci concentriamo solo sull’obiettivo di combattere lo Stato Afghano e le forze di sicurezza internazionali, allora vi è convergenza, ma non la si deve confondere con la possibilità di una collaborazione su lungo periodo. In questo caso, infatti, il risultato sarebbe una conflittualità ancor più aperta e violenta che sfocerà in un conflitto settario senza precedenti.

Supponiamo che il nemico comune a ISIS e talebani venga sconfitto. Quale scenario si presenterebbe in Afganistan?

Una guerra civile. L’Afghanistan è in guerra da 40 anni. Il conflitto degli ultimi 17 anni è la guerra della nostra generazione, e vede la contrapposizione di talebani di nuova generazione contro il Governo afghano e le forze di sicurezza Internazionali stanziate nel Paese. Non si tratta più dei talebani degli anni 90, ma sono ancor più radicalizzati rispetto ai loro fratelli maggiori e padri. I talebani di oggi sono entrati a contatto con le menti esogene, hanno sviluppato tecniche di combattimento contro la NATO, gli americani, gli stessi italiani e tutti I Paesi membri dell’Alleanza Atlantica, sfruttando l’esperienza dei reduci che arrivavano dall’Iraq dal 2003 in avanti, come attacchi suicidi.

È possibile che i talebani condividano questo tipo ti preparazione tattica ed esperienza con i combattenti dell’ISIS?

Su questo non c’è una collaborazione, semmai c’è una suddivisione delle aree geografiche di responsabilità. Non reputo probabile un coordinamento tra le due organizzazioni sul terreno. I talebani controllano una buona parte di territorio e sono coinvolti nel processo di dialogo negoziale in corso ormai da anni, un aspetto che invece non riguarda affatto lo Stato Islamico. Fin quando i talebani continueranno ad avere il controllo territoriale e una partecipazione al dialogo negoziale, potrebbero vedere nell’ISIS una sorta di supporter indiretto che concentrerebbe su di se l’offensiva statunitense e delle forze della coalizione. Quindi, la presenza dell’ISIS in Afghanistan  alleggerirebbe la pressione sulle forze talebane. La presenza dello Stato Islamico aumenta il livello di violenza, ma disperde gli sforzi della coalizione.

Trump ha deciso di spostare una parte del contingente americano dall’Iraq all’Afghanistan. Come dovremo interpretare questa mossa statunitense?

A mio parere andrebbe interpretata come una ‘small escalation’, ovvero una piccola escalation in termini numerici. Gli americani sino a 6 anni fa schieravano 100 mila truppe in Afghanistan, oggi ne hanno 17 mila e, con la parte del contingente americano che verrà schierata, non saranno più di 22 mila. È difficile, quindi, pensare che la decisione di Trump sia risolutiva. Quello che, però, è cambiato completamente in Afghanistan è l’approccio sul campo di battaglia. Mentre prima venivano schierate forze di manovra voluminose e consistenti – centinaia di uomini – , oggi abbiamo forze speciali e unità droni e aeree che colpiscono come non hanno mai fatto negli ultimi 16 anni. Non è un caso se lo scorso anno si è registrato il più alto numero di attacchi aerei condotti dalle forze della coalizione, ovvero 5400.

Qual è la sfida per gli Stati Uniti nel Paese?

Se l’Afghanistan dovesse crollare, e crollerebbe all’indomani del ritiro delle forze militari straniere, per gli USA vorrebbe DIRE archiviare formalmente un insuccesso. Continuare con un impegno a bassa intensità indica l’intenzione statunitense di spostare il problema afghano in avanti nel tempo. L’obiettivo dell’Amministrazione Bush, come le due successive di Obama e l’attuale di Donald Trump, è cercare di presentare alla propria opinione pubblica un risultato che non si traduca in fallimento. Non riuscendo a farlo, Trump sta cercando di posticipare il problema. Non credo che alla fine dell’Amministrazione Trump si sarà adottata una strategia risolutiva, o si sarà presa una decisione per il ritiro delle truppe indipendentemente dai risultati. Tanto più che, lo stesso Trump nell’annunciare la sua nuova strategia, ha dichiarato che il ritiro delle truppe sarà vincolato ai risultati sul terreno. Questo indica che le truppe statunitensi rimarranno sul terreno afghano. Normalmente, però, si tende a dimenticare un elemento a mio parere fondamentale. Gli Stati Uniti hanno un accordo strategico bilaterale con l’Afghnaistan per mantenere il controllo delle basi strategiche fino al 2024. Dopo di che, l’accordo potrà essere rinnovato esclusivamente con la proroga dei rispettivi Ministri della Difesa. Il Bilateral Security Agreement è stato firmato nel 2012, e due anni dopo, nel 2014, l’attuale Presidente afghano, Ashaf Ghana, ha firmato lo Startegic Partnership Agreement.

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