lunedì, Dicembre 16

ISIS dopo la morte (forse) di Al Baghdadi

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Anche se la morte del leader del sedicente Stato Islamico (IS) non è ancora stata confermata, sembra chiaro che il Califfato sia vicino alla sua sconfitta. Dal 28 maggio diverse agenzie stampa hanno dichiarato che Abū Bakr al-Baghdadi era stato ucciso. Quattro giorni fa una nota del Ministero della Difesa russo affermava: «Secondo le informazioni che si stanno verificando attraverso diversi canali il leader dell’Isis Ibrahim Abu-Bakr Al Baghdadi è stato da noi eliminato». Dopo poche ore è arrivata una rettifica sempre dal Cremlino: «La notizia non è del tutto confermata». Tuttavia l’ipotesi risulta sempre più credibile, considerando anche la foto postata su Twitter dal Ministro della Difesa russo, che mostra l’area bombardata in un raid in cui sarebbero morte 300 persone, tra le quali anche il sedicente Califfo.

Al Baghdadi si è sempre poco esposto a differenza di altri leader, e su di lui si sa ben poco. L’ultimo messaggio audio diffuso in rete risalirebbe allo scorso novembre. Nella nota audio, il leader di IS incitava i suoi seguaci a dirigersi a Raqqa, combattendo «crociati e miscredenti curdi», da dove sarebbe fuggito quattro mesi fa, secondo quanto riportato da alcuni media iracheni, che lo davano ferito in un bombardamento su al Qaim, sul confine siriano-iracheno. Al di là della veridicità della notizia, sembra chiaro il ruolo della Russia nella vicenda, che si contende con gli Stati Uniti il futuro della Siria. È interessante capire inoltre come sia evoluto IS a fronte di questa perdita, come e se si sia organizzato nella possibilità di una dipartita del suo leader. Lo abbiamo chiesto ad Andrea Plebani, Research fellow presso l’Università del Sacro Cuore e Reaserch Associate Fellow presso l’Istituto degli Studi sulla Politica Internazionale (ISPI), che ha curato il volume ‘Dopo Mosul: quale futuro per l’Iraq’, che verrà discusso a Milano presso Palazzo Clerici insieme a Marco Carnelos, ambasciatore italiano in Iraq, il prossimo 26 giugno.

 

Indipendentemente che venga confermata o meno, che ripercussioni può avere sull’autoproclamato Stato Islamico?

L’incidenza è duplice, si può distinguere tra un livello simbolico, mediatico e un livello di efficacia, di effetti sul sedicente Stato Islamico. Io partirei da questo secondo aspetto, al Baghdadi non è solo il sedicente Califfo, o meglio la guida di IS, ma è un uomo che ha contribuito in maniera determinante alla rinascita di questa realtà. È giunto alla guida dell’IS nel 2010 ed ha trovato un gruppo a pezzi, prossimo al disfacimento. Sotto la sua leadership si è arrivati nel giro di poco più di tre anni alla proclamazione dell’IS, alla presa di Mosul e agli inizi di quella espansione che lo ha portato ad occupare una parte dei territori in Siria, e una parte ancora dell’Iraq. Il suo peso è enorme ed è impossibile giudicarlo altrimenti. È stata sua la scelta di puntare sulla crisi siriana, la scelta di rafforzare i legami con gli ex ufficiali bathisti, che hanno rappresentato poi, il cuore del sistema IS in Iraq e Siria. È stata sua anche la capacità di raddrizzare il movimento, sua la capacità di reggere quelli che erano i cambiamenti in corso. Certo noi conosciamo poco quelle che sono le dinamiche interne ad IS, ma mi sembra di delineare una figura che ha avuto un peso veramente enorme. Detto questo morto al Baghdadi, cade IS o finisce lo Stato Islamico? Assolutamente no, in realtà c’è un sistema che prescinde dai leader, anche più carismatici come al Baghdadi. Quindi verrà eletta nel caso una nuova figura, anzi, probabilmente è già stata individuata al suo interno. Resta da vedere che peso specifico abbia questa dipartita. Dal punto di vista storico, la morte del leader originario, di quello che sarebbe poi diventato lo Stato Islamico, Abu Musab al Zarqawi ha generato una crisi profonda nel movimento; e i suoi successori, per motivi propri e anche per la situazione esterna, non sono stati in grado di ripetere quello che al Zarqawi era riuscito a fare, come ci auguriamo possa accadere ora con la morte di al Baghdadi.

Si conoscono già altri personaggi chiave all’interno di IS?

In tutta onestà, ci sono altri personaggi chiave, ma non le so dire chi possa essere vicino ad assumere questa posizione, anche perché proprio lo storico ci dice che spesso sono state scelte figure scarsamente conosciute, o del tutto sconosciute all’intelligence e all’accademia. C’è anche un’attenzione molto forte alla segretezza con al Baghdadi, mentre al Zarqawi aveva una presenza molto forte sui media, e i suoi stessi successori hanno avuto un peso mediatico importante, al Baghdadi ha fatto molta attenzione a esporsi il meno possibile. Abbiamo davvero pochissime informazioni su di lui. Quello che poteva essere il successore più plausibile, Abu Muhammad al’Adnani, portavoce di IS e tra i massimi responsabili delle sue operazione esterne, è stato ucciso lo scorso anno. Di certo non mancano figure che possano assumere questo ruolo, anche se questo non corrisponde alla loro presenza mediatica, bensì alla loro efficacia e alla loro credibilità e capacità di impartire ordini all’interno della galassia jihadista.

Per quanto riguarda il piano della struttura e degli ordini, sappiamo che IS è una realtà articolata, per cui venuto a mancare il Califfo, è improbabile il collasso dell’intera struttura, c’è un sistema che è stato studiato in vista di questa prospettiva. Se guardiamo invece il punto di vista mediatico o comunicativo,  la morte del leader potrebbe avere un impatto più forte in termini di credibilità, vista soprattutto la serie di sconfitte a livello territoriale, considerata la forte contrazione in Siria e in Iraq. A livello mediatico però è un movimento che non gode più dell’ondata di successo, e in questo quadro, la dipartita di una figura come quella di al Baghdadi potrebbe rivestire una certa importanza, anche perché non sappiamo se potrebbero aprirsi dei conflitti per la sua successione. In questo panorama molto fluido, noi assistiamo a una forte contrapposizione tra al Qaeda e il sedicente Stato Islamico. Al suo interno però, al Qaeda ha più e più volte manifestato la volontà di mantenere aperto il dialogo: non di riunirsi, ma di collaborare, e di smettere di farsi la guerra a vicenda, per un obbiettivo comune. Quindi non sappiamo cosa succederà, anche perché IS è una realtà ancora più frammentata, e globale di quanto sia stato al Qaeda. Abbiamo anime veramente diverse, teatri che sono anche diversi con scenari differenti.

Considera ipotizzabile quindi un accordo tra le due fazioni jihadiste?

L’obiettivo ultimo, al quale entrambe le realtà miravano, dal punto di vista formale, era la restaurazione del Califfato. Va da sé che la scissione che si è registrata, in maniera crescente nel 2013, e in maniera formale nel 2014, segnala che ci siano voleri differenti. Al Qaeda è da sempre considerata una realtà avanguardista, che intendeva costruire l’avanguardia dei mujaheddin, non solo chiamati a combattere il nemico lontano, ma anche ad attuare un processo di cambiamento, a risvegliare la comunità islamica, che dal loro punto di vista, era caduta nel torpore. Loro, però, non si arrogavano il diritto di esser le guide di questo rinnovamento, di questa nuova traiettoria; loro soprattutto dicevano questo è un processo di lunghissimo periodo: prima ritenevano necessario combattere il nemico lontano, poi il nemico vicino. Si mette in moto questo risveglio, poi si giunge alla restaurazione del Califfato, fino alla creazione di uno Stato che sia ‘realmente’ islamico. Tutto questo in termini molto generici, molto vaghi. Non c’erano delle indicazioni precise, basti pensare che si parla di un progetto di lunghissimo periodo, che coinvolgerà generazioni, e non di uno scontro immediato. Per IS invece i termini si invertono: è necessario costruire uno Stato islamico ‘qui ed ora’, intendendo per qui e ora il cuore del mondo arabo, la regione tra Siria e Iraq.

Deve essere fatto in questo momento, per dimostrare che non si trattava di un conflitto sterile, ma di un tentativo di cambiare la realtà. Guardando al passato, intendevano riprodurre l’esperienza della primigenia comunità islamica, o meglio, la loro interpretazione di quella che è solitamente indicata come età d’oro dell’Islam, dicendo che non basta combattere il nemico lontano, ma è necessario creare una società che si possa definire realmente islamica. Da qui la volontà di dar vita a una realtà non a caso denominata ‘Stato Islamico’. Al Qaeda condivide quello che è l’obbiettivo di fondo, ma non l’imposizione del progetto a tutta la popolazione islamica, che ha di fatto ignorato quelle che erano le altre posizioni. Si sono arrogati il diritto di proclamare uno Stato Islamico e un Califfato senza alcun diritto, finendo quindi in errore. È da qui che nasce la frattura netta tra i due gruppi, dove si cela anche, ovviamente, la competizione per la leadership all’interno dell’universo jihadista.

Mentre al Qaeda perdeva il suo leader Osama Bin Laden, ascendeva Abu Bakr al Baghdadi, che è ancora uno sconosciuto, ma nella tempistica è significativo notare questo. Ora in questa fase assistiamo ad al Qaeda che cerca di presentarsi come gruppo jihadista più maturo, meno incline alla società deviante; ed IS che si colloca come l’avanguardia di questa galassia jihadista. Sono due impostazioni che si toccano, anche se profondamente diverse. Ora anche se un accordo è da escludere, è probabile un atteggiamento meno schizofrenico, evitando di farsi la guerra tra loro, per cercare di limitare le perdite. IS qualora venisse liberata Mosul perderebbe una porzione significativa dei suoi territori, ma manterrebbe parte dell’Iraq. Al Qaeda invece mantiene legami importanti con alcune formazioni che operano in Siria, ma deve fare i conti con una leadership locale che è fortemente autonoma. Si parla di una crescente esasperazione di queste due realtà. È probabile che si rinnovano proclami di collaborazione. Come sappiamo la galassia jihadista è composta da una serie di movimenti autonomi che non necessitano per forza di aiuti dal centro per agire.

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