sabato, Dicembre 7

ISIS, un brand globale con testimonial al-Baghdadi Dopo l’apparizione in video del califfo torna lo spettro di un ISIS troppo spesso dato per morto, ne parliamo con Claudio Bertolotti, Lorenzo Marinone e Andrea Plebani

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Quasi cinque anni dopo la sua prima apparizione, Abu Bakr al-Baghdadi, sedicente califfo dell’ISIS (Islamic State of Iraq and Sirya, o Daesh), è riemerso dal velo di misticismo che avvolgeva la sua figura per riapparire prepotentemente e inaspettatamente in un nuovo video.

Le ultime immagini disponibili del leader jihadista erano datate 2014, quando lo si vedeva intento a tenere un sermone alla Grande Moschea di al-Nuri, a Mosul, in Iraq, nel momento in cui ha dichiarato la nascita dello Stato Islamico.

Nel video di 18 minuti, rilasciato ieri da ‘Al Furqan’, l’ala mediatica dell’organizzazione, si vede distintamente al-Baghdadi con una folta barba grigia, indossante un abito nero ed un gilet beige, alla cui destra si trova un fucile AK-47 – un’iconografia jihadista chiara che ricorda le clip rilasciate da Osama bin Laden –  che parla rivolgendosi a tre uomini, i cui volti sono stati oscurati.

Al-Baghdadi ha riconosciuto la sconfitta di Baghouz – ultima roccaforte del califfato in Siria –  inflitta alla fine di marzo dalle Syrian Democratic Froces (SDF) con l’appoggio dagli Stati Uniti, ha detto di sostenere i militanti in Burkina Faso e Mali e ha parlato delle proteste in Algeria e Sudan, due Stati in piena transizione politica dove le proteste proseguono ormai da settimane. Il califfo, inoltre, ha elogiato agli attentati in Sri Lanka, ma in questo frangente non viene ripreso, segno che il video – secondo gli analisti che hanno analizzato le immagini – potrebbe essere stato girato prima, presumibilmente all’inizio di aprile, subito dopo la sconfitta di Baghouz, e successivamente intergrato con gli ultimi aggiornamenti.

Ma come deve essere interpretato questo appello di al-Baghdadi e perché arriva proprio adesso? Con questo appello ha rotto una narrativa che stava proseguendo parallela alla narrativa dello jihadismo classico  dei talebani, cioè quella di mantenere il leader lontano dalle scene”, afferma Claudio Bertolotti,  direttore esecutivo di Start Insight e dell’Osservatorio sul Radicalismo e Contrasto al Terrorismo ReaCT (di cui ‘L’Indro’ è media partner), “quella di al-Baghdadi è una chiamata alle armi globale e dovremo aspettarci azioni, più o meno efficaci, alla ricerca di una forte eco mediatica. Si inserisce nel contesto delle degli eventi recenti successi a Baghouz e in Sri Lanka, ma non dimentichiamo che, quest’anno, maggio è il mese sacro per il Ramadan. Non sono da escludere atti terroristici in Italia, come in tutto l’Occidente, ma è esplicito il riferimento alla Francia e ai suoi alleati per l’impegno in Mali”.

Un appello, quello di al-Baghdadi, che è sì un avvertimento ai leader degli altri Paesi, ma anche un monito ai militanti dell’organizzazione. “Dopo la battaglia di Baghouz bisognava cambiare retorica e far percepire agli affiliati e ai combattenti, anche a livello di propaganda, che non si è patito il colpo”, dice Lorenzo Marinone, analista del Ce.SI (Centro Studi Internazionali) all’interno del programma Medio Oriente e Nord Africa, “sappiamo che ci sono state molte e profonde controversie fra gli alti ranghi di Daesh e abbiamo notizia, anche se non la certezza, di tentativi di insurrezioni e assassini di al-Baghdadi da parte di suoi sottoposti non d’accordo con la sua linea. Presentarsi in video, dunque, significa per al-Baghdadi segnare il territorio. Non dobbiamo immaginare un leader accessibile a tutti i combattenti. Raggiungere al-Baghdadi, parlare e avere rapporti con lui è complicatissimo e solo una estrema minoranza dei combattenti di Daesh ha accesso al capo, anche per ragioni di sicurezza”.

Dunque, non è tanto il discorso in sé a colpire lo spettatore, quanto la fisicità del leader, la sua presenza fisica. “È importante che si sia voluto mostrare fisicamente per dimostrare che è ancora lui alla guida e che fisicamente è in grado di farlo”, afferma Andrea Plebani, ricercatore dell’Università Cattolica di Milano e Research Fellow presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale), “non appare in ottima forma o trionfante come nel 2014, ma tranquillo e molto sicuro dei propri mezzi. Non cambia drammaticamente quella che è l’attuale configurazione dello Stato Islamico nelle sue potenzialità, ma riafferma che via sia una leadership ancora presente. Anche perché se noi guardiamo al numero di ufficiali di alto livello dell’ISIS, questo si è ridotto drasticamente negli ultimi anni, e al-Baghdadi rimane l’ultimo tra i leader più rilevanti in assoluto”.

La presenza di al-Baghdadi, dunque, riafferma allo stesso tempo quella di un’organizzazione che non è sparita ma che, con la sconfitta di Baghouz, è stata privata dei suoi territori. Ma se ‘ieri’, veniva definito come ‘Stato canaglia’, in virtù del fatto che, comunque, era un’entità riconoscibile entro uno spazio territoriale, come può essere ridefinito oggi l’ISIS?

Oggi l’ISIS è quello che ha voluto fare di sé stesso dal 2015 in avanti: un califfato che è un brand che si espande in maniera virale in tutto il globo sulla base della capacità e della volontà di azione dei suoi seguaci”, spiega Bertolotti, “lo Stato Islamico si è trasformato e, ad oggi, è nel momento di sua massima espansione, non territoriale ma ideologica, e sta proseguendo la sua trasformazione che lo porterà ad essere elemento trainante della galassia jihadista”.

È un gruppo che dal 2014 al 2017 ha mostrato di sapere infliggere pesantissimi danni ai propri avversari e poi collassa in pochi mesi, ciò è difficilmente spiegabile, se non pensando che vi sia stata una scelta deliberata di preservare alcune risorse”, dice Plebani, “in gergo si parla di nascondersi nell’ombra, o di infiltrare uomini rimasti sul territorio, di preparare la fase successiva. È in parte quello che dice al-Baghdadi, non fa riferimento esclusivamente a Siria e Iraq, ma parla di una dimensione globale, che in realtà è sempre stata propria del gruppo. Si parla di una guerra di logoramento che è qualcosa che riguarda più al-Qaeda”.

Ed è proprio questo suo essere ‘globale’ che tiene in vita l’ISIS, questa sua capacità di mutare e radicarsi anche nei territori lontani dalla Siria e dall’Iraq, lì dove è cresciuto, e permeare la sua ideologia all’interno di strutture o cellule che, inizialmente, sembrano estranee al fenomeno jihadista. “L’ISIS lavora secondo linee in gran parte innovative rispetto al jihadismo che noi abbiamo conosciuto fino a 5-6 anni fa e fra queste c’è la capacità di reclutamento, ma anche la predisposizione a riconoscere come parte del network di Daesh dei gruppi che sono attivi al di fuori del teatro siro-iracheno”, sostiene Marinone, “questo non significa che questi gruppi siano effettivamente ISIS, cioè che ci siano degli emissari di Daesh che si sono recati in loco e hanno creato dei contatti, e non significa neanche che ci possa essere stato un gruppo preesistente che abbiamo avuto precedentemente relazioni con emissari dello Stato Islamico e che poi è entrato nella rete. Daesh ha dimostrato di essere molto propenso ad accettare il b’ayat anche da parte di gruppi – per quanto ne sappiamo noi – con cui non ha contatti espliciti diretti anche dal punto di vista strategico. Questo dà una flessibilità operativa e strategica anche allo stesso ISIS che è tendenzialmente maggiore di quella di altri gruppi jihadisti consimili tipo al-Qaeda”. Gli attentati in Sri Lanka, dunque, potrebbero essere frutto dell’operazione di gruppi autoctoni che non hanno avuto contatti particolarmente con la base centrale dell’ISIS. Gruppi che, attraverso gli attacchi, hanno voluto mostrare una capacità organizzativa elevata ed è possibile che, così facendo, abbiano provato a pubblicizzarsi, cercando così di entrare nella rete di Daesh. “Entrare nel network vuol dire poter accedere a dei canali di finanziamento che sono importantissimi per crescere dal punto di vista operativo e radicarsi”, continua Marinone, “questo significa che in un momento in cui non ha più territori, ma si deve comunque riorganizzare, sostanzialmente ha tutto l’interesse ad allargare il proprio network al di fuori del Medio Oriente”.

Ma come si può sconfiggere una minaccia che sembra allo stesso tempo concreta ed astratta? Come si può battere un fenomeno che fa dal web uno dei suoi mezzi privilegiati per veicolare la sua propaganda e, quindi, cercare e influenzare nuovi adepti?

Il web è uno strumento che garantisce non solo la sopravvivenza del gruppo, ma anche la sua stessa espansione”, afferma il direttore di Start Insight, “l’azione strategica contro l’ISIS non può che muoversi sul doppio binario. Da una parte, quello della contro-narrativa, cioè rendere inefficace la narrativa dell’ISIS attraverso una risposta ai suoi messaggi sul piano comunicativo ed una limitazione dell’accesso ai sistemi di comunicazione, in particolar modo i social network. L’altro binario non può essere che quello politico-militare. Politico, nel senso che porti ad una coalizione sempre più allargata che abbia ben presente cosa sia il terrorismo rappresentato dall’ISIS, perché se non si arriva ad una condivisione di ciò che è lo Stato Islamico diventa poi difficile adottare una strategia di contrasto partendo da punti di vista e approcci differenti. Dal lato militare vuol dire mettere in pratica azioni in grado di andare ad eliminare fisicamente i portavoce, le strutture e le leadership dell’ISIS, perché non dimentichiamo che oltre lo stesso ISIS, poi abbiamo le varie franchise che si sono imposte un po’ ovunque e che, partendo da basi già consolidate, hanno consolidato la loro presenza sul territorio grazie a questo rapporto di subordinazione-collaborazione con il modello originario dell’ISIS”.

Plebani, invece, si concentra sulle azioni che i vari attori internazionali hanno adottato fin ad oggi per combatter il fenomeno. “Quello che si sta facendo è un errore madornale”, spiega l’analista della Cattolica, “si stanno ripetendo gli errori che abbiamo fatto nel 2011, nel 2012 e nel 2013, cioè ignorare che, una volta eliminate le forze jihadiste sul campo, si debba intervenire su altri livelli, in campo politico, economico, sociale  e culturale. Lasciare queste realtà a sé stesse vuol dire creare le condizioni per il ritorno del medesimo problema in forme diverse. È fondamentale sostenere le istituzioni irachene e, in Siria, di venire ad una soluzione negoziata e non abbandonare il Paese dopo che questo troverà una sua dimensione pacificata”.

Dato più volte per morto, dunque, al-Baghdadi mette definitivamente a tacere queste voci e si mostra nuovamente in volto dopo che, dalla prima apparizione, erano stati resi noti solamente file audio. Con lui, però, torna anche lo spettro di un ISIS troppo presto dato per sconfitto.

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