giovedì, Dicembre 12

Irlanda: aborto, un referendum per il cambiamento Secondo un sondaggio de l'Irish Times, il 63% dei cittadini si dice favorevole all'abolizione dell'ottavo emendamento. Ma rimangono ancora molti gli indecisi e chi non andrà alle urne

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Se in Italia si stanno festeggiando i primi quarant’anni della Legge 194, in Irlanda il referendum per  consentire la libera scelta sull’aborto sarà il prossimo 25 maggio. Lo ha confermato lo scorso 28 marzo il capo del Governo di Dublino, Leo Varadkar. Irlandese di origini indiane, pubblicamente omosessuale e leader del partito Fine Gael – formazione di centro-destra liberale ma in coalizione con il partito labourista – Varadkar ha sostenuto fortemente la campagna referendaria a favore dell’interruzione di gravidanza, partecipando attivamente alle manifestazioni e spingendo per la sicurezza, la legalità e il processo democratico che una scelta di questo tipo comporta.

Nel  2015, lo stesso Primo Ministro ha sostenuto il sì ad un altro referendum, tenutosi sempre nel mese di maggio, con cui gli irlandesi, modificando la costituzione, hanno stabilito che il matrimonio può essere contratto da due persone senza distinzione di sesso.

Il voto di venerdì deciderà se abrogare o meno l’ottavo emendamento della Costituzione, nel quale viene equiparato il diritto alla vita del nascituro al ‘diritto alla vita della madre’ rendendo di fatto illegale l’aborto in quasi tutte le circostanze. Nella Repubblica d’Irlanda l’interruzione di gravidanza non viene consentita in caso di stupro o incesto e nemmeno quando c’è un’anomalia fetale. Lo Stato consente l’interruzione solo nel caso in cui la gravidanza metta a rischio anche la vita della madre.

A livello sociale, la questione dell’interruzione di gravidanza è molto sentita dal popolo irlandese. Un popolo, come insegna la sua storia, tradizionalmente religioso e profondamente radicato alle propria identità. Per questo motivo, il referendum del 25 maggio non avrà esito certo se non a tarda notte, quando saranno disponibili gli ultimi exit polls. Secondo uno studio effettuato da IPSOS in collaborazione con il quotidiano nazionale “Irish Times”, la previsione per una vittoria certa è ancora molto rischiosa. Sebbene, secondo il sondaggio, il 63% della popolazione irlandese si pronunci a favore di una legge che promuova una maggior regolamentazione per l’aborto legale, rimangono, in percentuale, ancora rilevanti gli indecisi e chi, con ogni probabilità, non si recherà alle urne.

Il tema dell’interruzione di gravidanza è ritornato a far discutere prepotentemente l’opinione pubblica nel 2013, in seguito alla notizia della morte di una dentista di 31 anni di origini indiane, Savita Halappanavar.  La giovane donna, ricoverata all’Ospedale universitario di Galway, è deceduta per setticemia – infezione al sangue – dopo che aveva chiesto di interrompere la gravidanza alla diciassettesima settimana. Secondo i medici, Halappanavar, ricoverata il 21 ottobre per un forte mal di schiena, stava avendo un aborto spontaneo in seguito alla perdita di liquido amniotico e alla dilatazione della cervice uterina. Con molte probabilità, il feto non sarebbe sopravvissuto, ma l’equipe medica si è lo stesso rifiutata di rimuoverlo a causa dei continui, sebben leggerissimi, battiti cardiaci. Rifiutandosi di operare, hanno, di fatto, permesso il decesso della 31enne.

Prima di questo caso clinico, la Repubblica d’Irlanda era stata condannata nel 2010 da una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo per gli stessi motivi che porteranno, tre anni a dopo, alla morte della dentista indiana, cioè per non garantire l’aborto in caso in cui la vita della madre era a rischio. Dopo la pubblicazione della sentenza la precedente Amministrazione ha effettuato alcune modifiche, escludendo il divieto ad abortire soltanto per alcuni casi eccezionali. Tra questi, il Consiglio dei medici irlandesi ha stabilito che l’aborto è illegale tranne quando c’è un rischio ‘reale e concreto’ per la vita della madre.

Ma Dublino non è storicamente avversa alla libertà di scelta sull’aborto. L’Irlanda aveva deciso di abolire l’interruzione di gravidanza nel 1983 con un referendum costituzionale che aveva introdotto l’ottavo emendamento”. Nel 1992 la Corte Suprema stabilì un’unica eccezione: che l’interruzione potesse essere praticata nei casi in cui fosse «reale e sostanziale» il rischio per la vita della partoriente. Nonostante quella sentenza, fu introdotto solamente un emendamento alla Costituzione che permetteva alle donne di andare all’estero per abortire, ma non ebbe nessuna conseguenza pratica: in quegli anni la decisione se praticare o meno l’interruzione di gravidanza era sempre rimasta a discrezione dei medici, i quali sia per convinzioni religiose che per paura di conseguenze personali – a causa dell’incertezza legislativa – si erano rifiutati di eseguirla.

Nel 2013, dopo il caso Halappanavar e la sentenza della Corte dei diritti dell’uomo, il Parlamento di Dublino  aveva approvato una legge che consentiva l’aborto nel caso in cui la gravidanza mettesse a rischio la vita della donna. La legge, tuttora in vigore e l’unica che permette uno spiraglio, ha però un’applicazione molto limitata. Le donne che abortiscono illegalmente rischiano fino a 14 anni di carcere, anche se non vengono puniti gli aborti eseguiti all’estero, e migliaia di donne ogni anno ricorrono a questa soluzione viaggiando prevalentemente nel Regno Unito. Secondo i dati del ministero della Salute britannico sono state 165.438 tra il 1980 e il 2015. Nel 2016, secondo le statistiche del ministero della Sanità del Regno Unito, sono 3265 le donne residenti in Irlanda che hanno cercato aiuto in Inghilterra e in Galles.

Quando fu introdotto nel 1983, l’ottavo emendamento della Costituzione fu confermato dal 63 percento degli elettori sempre con un referendum. Da allora però, la prospettiva dell’opinione pubblica nei confronti di un diritto fondamentale come quello dell’aborto, sembra essere gradualmente cambiata. Che sia a causa degli eventi storici che in quegli anni hanno colpito la regione, del lento cambio generazionale, o del far parte di un Istituzione democratica come l’Unione europea, il referendum di venerdì non si pone come una semplice consultazione popolare. Ma come un voto per il definitivo cambiamento sociale di un Paese.

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