domenica, Aprile 5

Iraq: un Governo per andare dove? Lunedì il premier incaricato, Mohammed Tawfiq Allawi, chiederà la fiducia del Parlamento. Si dovrà barcamenare tra popolazione inferocita e due ‘padrini’ in aperta lotta, USA e Iran. Rischierà tutto, fino alla spaccatura del Paese

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Lunedì l’Iraq probabilmente avrà un nuovo Primo Ministro, il Parlamento iracheno sarà chiamato a votare la fiducia al nuovo governo delpremier incaricato Mohammed Tawfiq Allawi, che ha annunciato di aver completato la sua squadra di ministri tecnici.
Allaw ha dichiarato che se il Governo dovesse ottenere la fiducia il suo primo atto sa indagare sulle uccisioni di centinaia di manifestanti antigovernativi e consegnare i responsabili alla giustizia. Altresì, ha promesso elezioni anticipate libere dall’‘influenza del denaro, delle armi e degli stranieri’ e ha chiesto ai dimostranti di dare al suo Governo una chance malgrado ‘una crisi di fiducia in tutto ciò che riguarda la politica’.
Insomma, ha cercato, promettendo il massimo che poteva, di calmare la popolazione, convincerlache è l’uomo giusto per rispondere alle loro istanze, e prendere tempo. Come risponderà l’Iraq si vedrà nei prossimi giorni, gli iracheni sono in piazza a manifestare dallo scorso autunno e hanno proseguito in questi giorni. La rabbia è sempre la stessa, sintetizzata nei loro slogan: ‘No all’America’, ‘No all’Iran’, ‘Estirpiamo tutto alla radice!’, denunciando la corruzione endemica, i giochi di potere degli Stati Uniti e dell’Iran, i grandi alleati di Baghdad.

Il cammino di Allawi non sarà facile.
Se non riuscirà convincere la popolazione, le manifestazioni riprenderanno e il suo Governo non avrà un futuro.
Dall’altra parte deveaccontentarele istanze dei politici iracheni e dei partner e degli interessi stranieri che ciascuno di loro rappresenta.

Allawi è stato proposto come Primo Ministro da un blocco politico iracheno guidato da Hadi al-Ameri, considerato molto vicino all’Iran, troppo per gli americani. Considerato uomo integerrimo,la sua nomina è stata laboriosa e complicata, è stato Ministro delle Comunicazioni sotto l’uscente premier Nouri al-Maliki e si è dimesso nel 2012 per protestare contro le politiche settarie di Maliki. Le carte in regola per presentarsi come volto credibile le ha, anche se appena incaricato di formare il Governo i manifestanti lo hanno contestato, ma è pur sempre uomo dell’establimentcontro il quale i manifestanti si sono scagliati. Ha legami con figure politiche sciite in tutto l’Iraq e nella regione, compresi Hezbollah libanese e Iran, il che lo rendere non particolarmente gradito aWashington.

Allawi sarà sotto pressione sia da Teheran che da Washington per schierarsi con l’una o l’altra parte -quegli stranieri che i manifestanti vogliono fuori dal palazzo ma anche dall’intero Paese. Che voglia provare a guadagnare la fiducia della gente, rispondendo punto punto alle richieste della strada,e far riguadagnare la sovranità al Paese, è possibile, ma è esattamente il motivo per il quale il suo sarà un percorso complicato, difficile e probabilmente accidentato.
La nomina di Mohammed Tawfiq Allawi a Primo Ministro iracheno presenta sia all’Iran che agli Stati Uniti sfide che determineranno se l’Iraq rimarrà insieme come Paese sotto un Governo costituzionale. Insomma il Paese potrebbe rischiare di spaccarsi.

Molto inciderà anche il risultato elettorale del voto di oggi in Iran, e un ruolo lo avrà la sua capacità di dialogo con l’Occidente e in particolare con gli USA senza apparire alla popolazione troppo ‘dialogante’.

La questione in assoluto più delicata è proprio la presenza americana nel Paese. I manifestanti vogliono che gli americani lascino il Paese, e il 5 gennaio 2020 il Parlamento ha votato una risoluzione nella quale si chiedeva la fine del presenza di truppe statunitensi in Iraq e la ristrutturazione delle relazioni USA-Iraq per ridurre l’influenza USA in Iraq.
Se
Allawi volesse dare riscontro a questa richiesta, dovrebbe prendere in considerazione «la serietà delle dichiarazioni dell’amministrazione Trump secondo cui se gli Stati Uniti sono costretti a ritirare le proprie forze militari dall’Iraq, gli Stati Uniti imporranno restrizioni valutarie e sanzioni che paralizzerebbero l’Iraq. È difficile vedere il Kurdistan iracheno o i sunniti nell’Iraq occidentale disponibili a vivere sotto sanzioni che sarebbero peggiori di quelle subite dall’Iraq sotto Saddam Hussein per preservare un governo filo-iraniano a Baghdad. L’Iraq potrebbe spaccarsi o cadere in una guerra civile», sostengono alcuni analisti come Thomas S. Warrick del Rafik Hariri Center.

Gli analisti considerano la possibilità che Allawiprovi a trattare con gli Stati Uniti, i qualidovranno però prendere provvedimenti per ricostruire la fiducia con il futuro Governo e impegnarsi a sostenere in modo credibile gli sforzi per riportare il Paese sulla strada della stabilità. Trattare il Primo Ministro Allawi (se otterrà la fiducia) con la stessa scarsa cura del Primo Ministro Adil Abdul-Mahdi, si fa notare, porterà a un’ulteriore tensione nelle relazioni bilaterali, che sono già gravemente tese. Gli Stati Uniti non godono del forte sostegno tra i politici locali; pertanto, lavorare con il Governo è l’unica strada disponibile per garantire una cooperazione bilaterale positiva e interessi reciproci. Il Governo iracheno da parte sua deve riconoscere che le relazioni USA-Iraq non sono una strada a senso unico. È necessaria una tabella di marcia negoziata per definire una nuova direzione per un partenariato più forte.

Una volta ripristinata una parvenza di ordine, USA e Iraq dovranno iniziare le discussioni su una via da seguire, non solo per la cooperazione militare, ma sulla gamma di cooperazione e assistenza fornita dagli Stati Uniti. Da parte degli Stati Uniti, dovrebbe chiarire che questa assistenza è subordinata al respingimento dell’Iraq da parte dell’Iran e agli sforzi dei suoi delegati per eliminare la presenza americana in Iraq.

Non mancano gli analisti che sottolineano come l’interesse americano sia altro, quello di uscire dall’Iraq. Un osservatore, grande conoscitore del Medio Oriente, come Steven A. Cook è drastico, e parlando di ‘disavventura americana di due decenni in Iraq’, afferma: «L’Iraq è in uno Stato alcollasso terminale e gli Stati Uniti sono isolati e impotenti lì», «Non ne vale la pena. Non c’è più niente da fare per gli americani in Iraq. Funzionari e analisti americani non possono permettersi di essere convinti che gli Stati Uniti debbano rimanere in Iraq perché se i diplomatici e gli ufficiali militari si sforzano un po ‘di più, le cose potrebbero andare meglio, o perché Washington ha affondato ingenti somme nel Paese, o perché sarebbe consegnando all’Iran una vittoria. Gli iraniani hanno già vinto quella battaglia. E prima i politici statunitensi possono digerire questo fatto, meglio è».

Quasi certamente lunedì Allawi avrà la fiducia del Parlamento, rischia di essere una pistola puntata alla tempia sua e del Paese, probabilmente non ci vorrà molto per capire come la manovrerà.

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