domenica, Aprile 5

Iraq: Tarek Aziz è morto

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Tareq Aziz, per molti anni il volto ‘umano’ del regime di Saddam Hussein, è morto oggi all’età di 79 anni in una prigione irachena a causa di un attacco cardiaco. Nel 2003, poco dopo la caduta di Baghdad, si arrese alle truppe americane, che concessero un ‘trattamento di riguardo’ in quanto cristiano in un governo musulmano prevalentemente sunnita, e poiché non era considerato un membro della cerchia più interna di Saddam Hussein. Aziz, che ha servito come ministro degli Esteri iracheno e vice primo ministro, è stato uno dei più stretti consiglieri dell’ex leader, e nonostante fosse stato condannato a morte dalla Corte Suprema irachena nel 2010 per il suo ruolo nella persecuzione degli sciiti e curdi sotto il governo di Saddam, la sentenza non era mai stata resa esecutiva.

Ma, nonostante l’ex regime di Saddam Hussein sia ormai stato consegnato alla Storia, in Iraq continua il caos. L’esercito iracheno continua infatti ad ammassare truppe nella provincia sunnita di al Anbar in preparazione di una nuova offensiva su Ramadi, recentemente conquistata dai jihadisti dello Stato Islamico. Secondo quanto riferisce l’emittente televisiva al Jazeera, l’obiettivo sarebbe quello di riprendere la città, con l’unità di al-Nakhba dell’esercito, composta da forze speciali ben addestrate e abituate alla guerriglia urbana e all’uso dei cecchini, che sarebbe stata inviata nelle vicinanze della provincia irachena.

L’ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità religiosa sciita irachena, ha intanto invitato gli studenti delle scuole medie superiori e inferiori a tenersi pronti durante le vacanze estive a imbracciare le armi per combattere le gravi minacce che incombono sul Paese. E’ un atto inusuale per la guida religiosa, normalmente molto restia a prendere posizioni politiche. Nel sermone del venerdì tenuto nel santuario dell’Imam Hussein, nella città sacra sciita di Najaf, il portavoce di Sistani, Ahmed Safim, ha detto che “è bene sfruttare l’interruzione degli studi dei nostri figli, tra le altre cose, per seguire corsi di formazione per utilizzare le armi e prepararsi a respingere i rischi per il Paese“.

In Siria, nel frattempo, non si ferma l’offensiva jihadista dell’ISIS, che continua a premere sulla città di Hasaka, capoluogo provinciale dell’omonima provincia nella Siria nord-orientale, e che in sei giorni ha lasciato sul terreno più di 176 morti. Secondo fonti jihadiste, dopo aver conquistato due avamposti lealisti a sud della città, costituiti da un carcere in costruzione e da una centrale elettrica, i miliziani sarebbero ormai ad appena un chilometro dal perimetro urbano, e soltanto una postazione governativa residua li separerebbe dall’ingresso meridionale.

Una rivendicazione smentita tuttavia dal regime siriano, secondo cui la situazione sul terreno sarebbe anzi “eccellente“. E’ un fatto però che l’Aviazione governativa sia dovuta intervenire per fornire copertura alle truppe di terra e alle formazioni degli “shabiha”, le milizie irregolari fedeli a Bashar al-Assad, impegnati in combattimenti sempre più cruenti con l’Isis. A riferirlo è l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, organizzazione in esilio dell’opposizione non radicale con sede a Londra, che può contare su una rete capillare di informatori locali.

In Yemen continua lo stillicidio della popolazione civile: secondo gli ultimi dati dell’Onu,dal 19 marzo allo scorso 31 maggio sono state 2.288 le persone morte a causa del conflitto. A dichiararlo il portavoce dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), Jens Laerke, che ha precisato come circa la metà siano civili. I feriti per lo stesso periodo sarebbero invece 9.755. “Stimiamo che oltre un milione di persone sono state sfollate” in tutto il Paese dall’inizio dalla campagna aerea il 26 marzo, a fine maggio, ha poi sottolineato Laerke.

Sempre secondo l’Onu, venti milioni di persone, pari all’80 per cento della popolazione in Yemen, hanno urgente bisogno di cibo, acqua e medicine. Un disastro umanitario che, denunciano le organizzazioni, è peggiorato dopo il blocco navale imposto dalla coalizione e condiviso da Usa e Gran Bretagna. Nonostante le richieste occidentali e dell’Onu, Ryad ha però evitato la distribuzione dei 274 milioni di dollari promessi per aiuti umanitari.

Sul campo, la situazione sembrerebbe tuttavia migliorare. I ribelli houthi (sciiti) starebbero preparandosi al ritiro da Aden, città dello Yemen meridionale, rispettando uno dei punti principali della risoluzione del Consiglio di Sicurezza per mettere fine al conflitto nel paese. Lo ha riferito una fonte yemenita al quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat, precisando che i leader houthi avrebbero già informato l’inviato Onu per la crisi in Yemen, il diplomatico mauritano Ismail Ould Cheikh Ahmed, della volontà di ritirarsi da Aden in vista dei colloqui di pace previsti a Ginevra il 14 giugno.

Nel frattempo, dopo le schermaglie degli ultimi tempi tra Washington e Pechino sulle isole artificiali che il gigante asiatico sta costruendo su barriere coralline e atolli per estendere la sua sfera di influenza nel Pacifico, si apre un nuovo capitolo nelle sempre più turbolente relazioni tra le due superpotenze, con gli Stati Uniti che accusano la Cina di aver condotto una massiccia violazione cybernetica ai danni di alcuni uffici americani, in cui sono stati compromessi i dati personali di quattro milioni di dipendenti federali. Il Washington Post e il Wall Street Journal, citando fonti informate, dicono che l’operazione sarebbe opera di hacker di base in Cina e che l’attacco, il più grave registrato negli ultimi anni, è stato messo a segno in dicembre ma solo adesso se ne è avuta notizia.

Non è però il primo portato avanti, sempre da hacker cinesi, contro l’ufficio personale centrale del governo federale, che era finito sotto attacco meno di un anno fa. Nonché il secondo attacco informatico importante contro le reti del governo americano negli ultimi mesi: lo scorso anno hacker collegati alla Russia avevano infatti compromesso il sistema mail di Casa Bianca e Dipartimento di Stato. La Cina ha definito oggi irresponsabili le accuse americane. “Sappiamo che gli attacchi degli hacker vengono fatti in modo anonimo, transnazionale, e che è difficile risalire alla fonte“, ha detto il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Hong Lei, durante un incontro con la stampa: “E’ irresponsabile e poco scientifico fare asserzioni false e congetturali senza un’indagine approfondita” ha aggiunto.

Intanto, in Turchia, è sempre più Erdogan contro tutti. Il presidente turco, a due giorni dalle elezioni che vedranno il rinnovo del Parlamento, è infatti “assediato” dalle forze di opposizione nel paese, soprattutto dopo la stretta di Erdogan contro i giornalisti e i dissidenti al suo governo. Circa 400 intellettuali e artisti turchi hanno recentemente firmato una lettera a sostegno del quotidiano Cumhuriyet e del suo direttore Can Dundar, finiti sotto inchiesta (con la richiesta dell’ergastolo per quest’ultimo) per la pubblicazione di immagini su un carico di armi dell’intelligence turca destinato ai jihadisti siriani. Nella lettera, i firmatari chiedono che gli “oscuri sviluppi” relativi alle armi dell’intelligence vengano portati a conoscenza di tutti i cittadini.

Anche il leader del partito curdo HDP Selahattin Demirtas, il cui risultato alle politiche turche di domenica potrebbe essere decisivo, ha lanciato un appello agli elettori perché durante lo spoglio delle schede presidino i seggi nel timore di brogli da parte del partito islamico del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il capogruppo del partito nazionalista MHP Yusuf Halacoglu ha invece definito “contraffatta” la laurea di Erdogan, ricordando che per essere eletti presidente della Repubblica è necessaria una laurea di 4 anni, mentre l’attuale leader “avrebbe solo una triennale“.

Nel frattempo una esplosione ha fatto almeno 10 feriti e provocato scene di panico nella folla che attendeva l’intervento del leader del partito curdo Hdp Selahattin Demirtas a Diyarbakir, nell’Anatolia sud-orientale. Secondo le prime indicazioni citate da Hurriyet online, l’incidente potrebbe essere stato causato dall’esplosione di una centralina elettrica vicino al luogo del comizio, organizzato in vista delle politiche turche di domenica. Per l’Hdp si tratta dell’ennesimo attentato: lunedì un suo attivista che guidava un furgone è stato ucciso a colpi di arma da fuoco. Martedì invece diverse migliaia di nazionalisti hanno attaccato un comizio a Erzurum. E il partito curdo sembra essere uno degli elementi chiave nelle prossime elezioni: se supererà lo sbarramento del 10% per entrare in Parlamento, potrebbe impedire al partito islamico Akp del presidente Erdogan di ottenere una maggioranza di 330 deputati su 550 necessaria per imporre un sistema superpresidenziale.

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