sabato, Dicembre 7

Iraq, prigione ISIS a cielo aperto Per togliere le castagne dal fuoco all’Occidente, Baghdad dovrebbe farsi carico di incarcerare e processare i foreign fighters in custodia alle Syrian Democratic Forces. E’ l’ipotesi francese sostenuta da altri governi europei e dagli USA

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I numeri non sono consolidati, ma stiamo parlando di, all’incirca, 13.500 donne e bambini e 2.000 uomini -secondo le cifre fornite da Crisis Group, combattenti gli uomini, alcune combattenti tra le donne. Sono i detenuti ISIS -stranieri di oltre 54 nazionalità diverse, provenienti da Europa, Asia, Africa, che si erano uniti al Califfato-, foreign fighters in custodia alle Syrian Democratic Forces (SDF), le forze democratiche siriane -una forza ‘ombrello’ composta da curdi e arabi, guidati dalle Kurdish People’s Protections Units (YPG), le unità di protezione del popolo curdo-; donne e bambini in tre campi di fortuna nel nord-est della Siria, e gli uomini in carceri sparse sul territorio.
La gran parte dei governi dei Paesi di provenienza fino a poche settimane fa hanno fatto finta che il problema non esistesse. Poi Recep Tayyip Erdogan ha deciso l’incursione in Siria e le cose sono cambiate improvvisamente.

Intanto alcuni prigionieri sono fuggiti, tornati a ingrossare le fila dell’ISIS o chissa dove, per gli altri c’è la promessa di Erdogan: ve li rimandiamo tutti a casa.
«La Turchia non è un hotel per membri dell’Isis di nessun Paese», ha dichiarato il Ministro degli Interni turco, Suleyman Soylu, fedelissimo di Erdogan. «Non ci si può semplicemente limitare a revocare la cittadinanza agli ex terroristi, e aspettarsi che Ankara si prenda cura di loro. Questo è inaccettabile per noi. E’ anche irresponsabile. Manderemo nei loro Paesi d’origine i membri dell’Isis che abbiamo catturato e detenuto».
A quel punto, abbastanza silenziosamente, le cancellerie occidentali hanno iniziato porsi il problema di che farne, come gestirli.

Scorsa settimana, in occasione della riunione, a Washington, della coalizione internazionale anti-Isis, è riemersa la proposta francese di un tribunale internazionale per giudicare i foreign fighters, un po’ sul modello del processo di Norimberga, si sostiene, una corte internazionale con giudici di diversi Paesi da aprire a Baghdad, non a Parigi o in altre capitali europee, no, nel già fin troppo esplosivo Iraq. Se anche la proposta stesse in piedi e se l’Iraq accettasse questo ingrato ruolo, richiederebbe tempo, molto, per poter istituire una struttura di questa caratura, anche se la Francia, con il supporto di altri governi UE e degli USA, ci sta lavorando alacremente. Difficile che Erdogan sia pronto dare tanto tempo all’Occidente.

Tanto è vero che scorsa settimana è giunta notizia che in Germania (che avrebbe contribuito negli anni all’ISIS oltre mille miliziani) Erdogan ha spedito nove affiliati tedeschi all’Isis. La Germania non ha potuto e non può arrestarli, per farlo Turchia, Siria o Iraq dovrebbero fornire le prove dei crimini commessi sui loro territori. E in effetti, il problema dei problemi per i quali i diversi governi non vogliono gestire il ritorno dei foreign fighters è proprio quello dell’impossibilità di costruire, quando anche si dotassero della adeguata legislazione, il processo, cioè il problema principe è probatorio -in primis recuperare le prove, poi verificarle e ‘confezionarle’ adeguatamente in termini giuridici. «La raccolta di prove sufficienti a sostenere una condanna può essere proibitiva. Gli Stati potrebbero avere una certa conoscenza delle attività dei loro cittadini con l’ISIS, ma l’intelligence da cui derivano tali informazioni spesso non sono ammissibili in tribunale».
Da considerare, sottolinea Crisis Group, che per alcuni Paesicome gli USAla sfida legislativa che questi rimpatri pongono è molto meno gravosa rispetto a quella che devono affrontare gli europei, per esempio. La legislazione USA rende più facile perseguire le persone accusate di sostenere l’ISIS, mentre i requisiti sono molto più severi, tanto che in alcuni Paesi europei dozzine di donne e uomini sono tornati dalla Siria senza scontare alcun periodo di detenzione.

Al di là del problema legislativo e di quello probatorio, gran parte dei Paesi, e in particolare quelli europei, hanno problemi di opinione pubblica. Cioè «i governi e i partiti politici temono che consentire i rimpatri darebbe foraggio ai gruppi nazionali di estrema destra e populisti; temono le inevitabili e devastanti conseguenze elettorali qualora un rimpatriato commetta un attacco sul suolo europeo». E sono i funzionari europei che esprimono tali preoccupazioni, molto chiaramente.
A tali preoccupazioni relative alla reazione dell’opinione pubblica e alla strumentalizzazione da parte dei sovranisti, si aggiunge la preoccupazione dei funzionari della sicurezza. Il loro timore è che se i rimpatriati finiscono in carcere possono radicalizzare altri detenuti, così che al momento del rilascio le loro reti si saranno ampliate e ricostruite a nuovo e per tanto «estremamente difficili da monitorare e valutare per i servizi di sicurezza già sovraccarichi».
Altra preoccupazione, questa volta di natura politico-dipolmatica, è lo scrupolo che molti governi si fanno a trattare il trasferimento in patria con Syrian Democratic Forces, riserve attribuibili al collegamento tra SDF e il Partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK, considerato un gruppo terroristico da Turchia, UE e USA, «Sappiamo che l’SDF vuole essere riconosciuto» proprio attraverso queste trattative, come una sorta di soggetto ‘statuale’, e questo riconoscimento i Paesi europei non lo possono permettere.

La Francia, un po’ alla chetichella, ha provato aggirare il problema affidando alcuni sui i foreign fighters a Baghdadpagando profumatamente per ciascuno dei militanti in ‘affidamento’ -secondo fonti non verificabili staremmo parlando di due milioni di dollari per ogni jihadista francese prigioniero appaltato all’Iraq. Secondo Crisis Group, la Francia «continua a negoziare con l’Iraq con l’obiettivo di rinviare l’accusa e la reclusione di cittadini francesi e di altri cittadini europei ai tribunali iracheni, possibilmente attraverso tribunali ibridi istituiti con assistenza internazionale», che potrebbe essere il tribunale internazionale per giudicare i foreign fighters del quale si è parlato, senza fare chiarezza alcuna, la scorsa settimana.
RussiaMalesiaUzbekistan e Kosovo hanno compiuto sforzi per iniziare i rimpatri, ma pochi sono stati portati a termine; i Paesi nordafricani come il Marocco e la Tunisia hanno fatto pocoi più indietro sono i Paesi UE, il Canada e l’Australia; secondo Crisis Group fino allo scorso mese di ottobre erano stati rimpatriati solo 180 persone, di cui 110 in Kosovo, gli USA hanno rimpatriato diciotto americani. Si tenga conto che si stima che siano 300 gli americani che si sono uniti all’ISIS, per tanto pochi, per molti Paesi europei, sia il numero totale che quello pro capite sono molto più alti, con stime che vanno da 1.900 dalla Francia, 850 dal Regno Unito e 498 dal Belgio.

i governi di Regno Unito, Francia e Germania hanno respinto il rimpatrio di tutti gli uomini e le donne, con qualche eccezione per i bambini, e alcuni orfani sono stati rimpatriati.

Il Regno Unito è stato il Paese più intransigente. Sebbene il diritto internazionale gli proibisca di rendere apolidi i cittadini, ha deciso di togliere la cittadinanza britannica a molti dei suoi cittadini affiliati ISIS sulla base del fatto che godono della doppia cittadinanza o addirittura del diritto teorico a una seconda nazionalità. «L’approccio della privazione della cittadinanza pone anche degli ostacoli al rimpatrio dei bambini britannici i cui genitori sono stati privati della loro nazionalità, poiché ciò richiederebbe alle autorità britanniche di separare i bambini dai loro genitori. Solo di recente il Regno Unito, sulla scia di un rapporto della ‘BBC’ sugli orfani britannici trovati in Siria, ha ammesso pubblicamente che potrebbe essere necessario rimpatriare gli orfani britannici e i minori non accompagnati».

Le ricerche condotte sul campo (presso i campi di detenzione, in particolare a Al-Hawlil più grande dei campi per donne e bambini stranieri) da Crisis Group, «rivela un quadro di squallore, abusi sessuali e violenza endemica»Alle orrende condizioni del campi di detenzione si aggiunge il «rischio per la sicurezza di lasciare combattenti stranieri» a forze non ufficiali, che potrebbero liberarli, e il rischio che i campi diventino dei calderoni di radicalizzazione per la prossima generazione di jihadisti, rischio che ben si evidenzia nel report di Crisis Group là dove si prova a tracciare il profilo e l’attività delle donne e dei bambini in questi campi.

Così, la proposta che viene da Crisis Group è «dividere la popolazione e mettere donne e bambini in primo piano nella fila dei rimpatri», se il problema è davvero solo probatorio, «i bambini beneficiano di una presunzione di innocenza», le donne per la gran parte anche, «sebbene possano esserci donne militanti ed operativamente esperte che i governi occidentali decidono di non prendere», in questo modo si ridurrebbe il numero dei rimpatri problematici ai soli uomini e a pochissime donne. E’ la soluzione, per quanto moralmente e civilmente per nulla ‘pulita’, quanto meno concreta e che mette alla prova la buona fede dei governi.

Per questi uomini e poche donne che rimarrebbero il problema della collocazione è pesante. considerando che «la situazione in Siria rimane troppo dinamica» e l’Iraq pone problemi legati alla sicurezza, alla tutela dei diritti umani basilari, per non parlare di un inquinamento ulteriore di una situazione dal punto di vista della tenuta sociale già gravemente compromesso dalle rivolte contro un Governo da sempre debole che si sono acuite in queste settimane.
Qui anche Crisis Group in qualche modo alza le mani: impossibile allo stato attuale delle cose proporre percorsi di soluzione, intanto i «governi occidentali dovranno lavorare con tutte le parti interessate per esplorare la possibilità di sviluppare meccanismi di giustizia legittimi, ottenere assicurazioni di trattamento credibili e costruire strutture in cui i detenuti possano essere trattenuti in modo sicuro e umano. In caso contrario, il rimpatrio potrebbe essere l’unica opzione. Indipendentemente dagli ostacoli che devono affrontare, i Paesi i cui cittadini sono venuti a combattere per l’ISIS non possono lavarsi le mani. Né possono affrontare le sfide che pongono continuando a distogliere lo sguardo».

Di certo, in questo momento, è l’ipotesi francese ad essere la più gettonata «l’opzione a lungo termine che la maggior parte sembra favorire sarebbe quella di stringere un accordo con Baghdad, in base al quale i tribunali iracheni (eventualmente ricostituiti come tribunali ‘ibridi’ che coinvolgono la partecipazione di giudici internazionali e che beneficiano del sostegno tecnico e finanziario straniero) trattengono i combattenti stranieri in strutture di detenzione situate sul suolo iracheno». Opzione così tanto inseguita dagli europei e non solo, anche dagli americani, che «a ottobre, il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha visitato Baghdad per cercare una soluzione in tal senso; anche altri governi europei sono interessati a questa opzione e, secondo quanto riferito, gli Stati Uniti hanno partecipato a colloqui sul finanziamento delle prigioni irachene per detenere combattenti stranieri».
Una soluzione sulla quale pesano ostacoli non da poco. Per un verso Baghdad «dovrebbe offrire garanzie credibili che non applicherà la pena di morte -questo mentre i suoi tribunali hanno recentemente condannato a morte dodici jihadisti francesi- e che tratterà umanamente i prigionieri. I governi europei dovranno garantire i propri Parlamenti che esistano garanzie di equo processo». In tutto questo, il grande rischio (quasi certezza) per l’Iraq: diventare una prigione a cielo aperto, per togliere le castagne dal fuoco all’Occidente.

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