lunedì, Ottobre 26

Iraq dopo Mosul: qual è il futuro del Paese?

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Il 9 luglio le Autorità irachene hanno annunciato la caduta della roccaforte dello Stato Islamico, Mosul, e la loro conseguente ripresa del controllo sul Paese. Circa tre anni fa, nel Giugno 2014, dopo un’offensiva alquanto rapida ed efficiente, i militanti dell’ISIS hanno conquistato la città di Mosul e il loro leader, dato per morto da diverse agenzie dopo un raid russo a Raqqa dal 28 maggio, Abu Bakr Al-Baghdadi, si autoproclamò Califfo dell’allora giovane Stato Islamico. L’operazione di ripresa della città di Mosul è stata lanciata dal Governo iracheno nel Ottobre 2016, e solo oggi sembra abbia portato alla fine dello Stato Islamico in Iraq.

Le forze irachene non hanno combattuto da sole per espugnare la roccaforte estremista, ma hanno potuto contare su di una coalizione internazionale variegata, la quale forse rispecchia gli interessi delle potenze regionali e internazionali. A fianco dei soldati iracheni hanno, infatti, combattuto le forze speciali statunitensi, soldati turchi, milizie curde e sciite. Era, quindi, un fronte variegato il cui comun divisore era forse solo quello di distruggere lo Stato Islamico.

Adesso che Mosul è caduta, rimangono sospesi numerosi quesiti in merito al futuro del Paese. La caduta della roccaforte ISIS, ad oggi, sembra aver distrutto non solo l’Iraq, con le sue città, i paesaggi o la popolazione, ma anche il panorama politico interno iracheno, il quale sembra non essere in grado di fornire al Paese una strada alternativa ed efficace nella ricostruzione di un Governo stabile. Dopo l’invasione anglo-americana in Iraq, e la caduta di Saddam Hussein nel 2003, il Paese ha percorso un processo di democratizzazione debole e ‘vuoto’, conseguendo una forma di Governo democratico solo in apparenza. Il conseguente vuoto politico e le divergenze e/o tensioni etnico-sociali nel Paese hanno creato un terreno fertile per la radicalizzazione e il successivo insediamento dello Stato Islamico. La caduta di Mosul di soli 10 giorni fa rischia forse di lasciare di nuovo il Paese nelle stesse condizioni, rischiando quindi di creare di nuovo un terreno fertile per nuovi gruppi estremisti. Emergono, di conseguenza, nuovi quesiti. Siamo sicuri che la democrazia è la forma di Governo adatta per un Paese come l’Iraq? Lo Stato Islamico è quindi l’unico problema da affrontare per perseguire una nuova stabilità nel Paese?

Ma soprattutto, la caduta di Mosul indica l’effettiva fine dello Stato Islamico in Iraq? Un ulteriore aspetto importante per comprendere quale potrebbe essere il futuro del Paese riguarda le future posizioni che le potenze regionali e la Comunità Internazionale prenderanno in merito. Sosterranno l’Iraq nel suo processo di stabilizzazione, o i rispettivi interessi nazionali prenderanno il sopravvento?

Nonostante gli enormi dubbi che nascono in merito al futuro dell’Iraq, una cosa rimane certa, ovvero che è necessario ristabilire un equilibrio nel Paese in modo da poter garantire non solo una stabilità interna, ma più sicurezza e un equilibrio più solido per la regione.

Abbiamo intervistato Chiara Lovotti, ricercatrice presso l’ISPI ed esperta in materia Iraq, per cercare di fare un’analisi della situazione irachena reduce dall”occupazione’ ISIS.

 

Dopo la caduta di Mosul, roccaforte dello Stato Islamico, qual è lo scenario interno al Paese? Che panorama socio-politico ha lasciato?

Se è vero che la liberazione di Mosul dalla presa dello Stato islamico non può che essere celebrata come una vittoria, è altrettanto vero che rischia di scoperchiare il vaso di pandora delle molte problematiche che da lungo tempo gravano sul Paese, solo momentaneamente messe in sordina dall’urgenza della guerra. Lo scenario politico interno è strutturalmente molto debole e fortemente frammentato, cosa che rende difficile la definizione di un piano di ricostruzione post-conflitto.

Sul piano socio-politico e della riconciliazione nazionale, invece, appare chiaro fin da ora che la vittoria militare contro gli uomini del califfo Abu Bakr al-Baghdadi non sarà sufficiente a sconfiggere il terrorismo in Iraq, se non sarà accompagnata da una vittoria politica e sociale, che necessariamente richiederà un piano di riconciliazione inclusivo e rappresentativo delle molte anime del Paese. Non da ultimo, nei prossimi mesi il Governo di Abadi dovrà destreggiarsi nella gestione di un Iraq postbellico, in cui gli attori che si sono spesi in prima linea nella battaglia contro l’organizzazione di al-Baghdadi ambiranno a ricoprire un ruolo di primo piano nel processo di ricostruzione post-conflitto.

Quali sono le controversie interne a livello settario? Quali invece quelle etniche?

Storicamente, l’Iraq è un Paese profondamente frammentato, tanto sul piano sociale ed etnico quanto su quello settario. Sul piano etnico, le principali controversie sono quelle che riguardano l’asse curdo-iracheno. A questo proposito, ad agitare le acque sono in particolare le rinnovate spinte indipendentiste della regione semi-autonoma del Kurdistan, il cui premier Massoud Barzani ha recentemente indetto un referendum per l’indipendenza da tenersi – qualora si realizzasse – verso fine settembre di quest’anno. Sul piano settario, invece, la divisione principale riguarda le galassie arabo-sciita e arabo-sunnita. È in particolare quest’ultima che soffre, storicamente, di una particolare marginalizzazione da parte della prima, e il cui reintegro rappresenta dunque una delle principali sfide che l’Iraq dovrà fronteggiare.

Qual è e soprattutto quale sarà il ruolo dei Kurdi nel Paese?

Una delle questioni più rilevanti che emergono nell’Iraq post-Mosul riguarda sicuramente i rapporti tra Baghdad e la regione semi-autonoma del Kurdistan (con capoluogo Erbil). La classe politica irachena, già fragile e divisa al suo interno, deve ora fare i conti con un fenomeno nuovo, che ha a che vedere con le rivendicazioni politiche – e nel caso curdo anche territoriali – degli attori che per tre anni si sono schierati in prima linea nella lotta allo Stato islamico. Il coinvolgimento delle truppe curde, i peshmerga, nei territori storicamente contesti tra Baghdad ed Erbil ha infatti riaperto una linea di faglia in realtà mai chiusa e riportato in auge le rivendicazioni territoriali curde. Se infatti già prima i curdi non erano certo inclini ad accantonare le proprie rivendicazioni territoriali, ancora meno lo sono ora che i successi riportati dai peshmerga sul campo hanno permesso loro di consolidare il controllo su queste aree (non si tratta solo di Mosul, ma anche di altre aree liberate come Sinjar e Kirkuk).

La questione curda sembra destinata a riscrivere le relazioni tra centro e periferia nel Paese. Fin dalla caduta di Mosul nelle mani dell’auto-proclamato califfato, infatti, il presidente della regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, ha più volte parlato di “fallimento dell’Iraq unitario” e paventato la possibilità di tenere un referendum per l’indipendenza, da tenersi idealmente il 25 settembre.

A tal proposito, che reazioni dovremo aspettarci dalla Turchia?

Dalla liberazione di Mosul, sono molti gli “occhi esterni” puntati sull’Iraq. Le rinnovate spinte indipendentiste dei curdi iracheni sicuramente preoccupano i vicini regionali, prima fra tutti la Turchia, ma anche l’Iran. Entrambi i Paesi si oppongono all’autodeterminazione del Kurdistan iracheno, un’ eventualità che percepiscono come una minaccia alla propria sicurezza e alla propria stabilità nazionale, temendo infatti un effetto contagio nelle rispettive comunità curde.

Le tensioni settarie ed etniche interne potrebbero ostacolare la ricostruzione di un panorama politico in grado di garantire la democrazia nel Paese? Perché? Come si potrebbe arginare tale problema?

Le divisioni politiche, che si costruiscono sulla linea delle differenze etniche e settarie, rappresentano il rischio principale nella realizzazione di un piano di ricostruzione post-conflitto.

Quali sono ora le principali sfide per il Governo iracheno?

Le sfide per il Governo iracheno sono molte, dalla ricostruzione delle aree liberate (basti pensare alla più recente, Mosul, una città quasi integralmente distrutta) alla crisi economica, dal reintegro delle milizie che hanno composto il fronte anti-Isis ai rapporti con i vicini regionali. Tuttavia, nell’ottica della riconciliazione nazionale, in un Paese in cui ancora brucia la ferita dell’ascesa dello Stato islamico, una delle maggiori sfide dalla coalizione sciita al Governo sarà probabilmente quella di dare voce e rappresentanza a coloro che hanno supportato la leadership del califfo al-Baghdadi, o che comunque non vi si sono mai opposti. Si tratterà di convincere queste persone, e cioè la comunità arabo-sunnita, che il Governo di Baghdad sia l’unico rappresentante legittimo delle loro istanze.

Quali invece le riforme necessarie per garantire una stabilità interna?

Più che di vere e proprie riforme, al momento è opportuno parlare delle grandi questioni da discutere e su cui trovare una soluzione realmente condivisa, ovvero riguardo le zone contese e la questione curda, la definizione di parametri della ricostruzione delle zone “liberate” e il ritorno di rifugiati e sfollati, un piano di assorbimento delle milizie e di gestione delle forze addestrate dalla Turchia, e infine la questione della legge elettorale.

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