venerdì, Aprile 19

Iraq: l’oleodotto che cambierà il Medio Oriente Il progetto, per ora, è solo sulla carta: 1.700 chilometri, da Bassora fino al Mar Rosso

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Il nuovo oleodotto taglierà in due il Medio Oriente, dal Golfo Persico al Mar Rosso. Seguendo il percorso dei suoi 1.700 chilometri, da Bassora, in Iraq, toccherà Najaf, una delle città più sacre per gli sciiti, e poi proseguirà fino a raggiungere il confine giordano, a pochi chilometri dalla base americana di Al Tanf, in Siria. Di lì scenderà verso il porto di Aqaba per arrivare sul Mar Rosso. Basta questa geografia elementare per capire cosa c’è in gioco.

Il progetto, per ora, è solo sulla carta. L’accordo preliminare per la costruzione dell’oleodotto, firmato tra Iraq e Giordania, risaliva al 2013: l’anno dopo l’avanzata dell’Isis aveva fermato tutto. Lunedì a Baghdad, nella visita storica tra il presidente iracheno Barham Saleh e il re di Giordania Abdullah II, il tema è tornato alla ribalta. Adesso, dopo la sconfitta dell’Isis, gli intoppi sul percorso non ci sono più.

Bassora, collegata al Golfo Persico dal corso comune del Tigri e dell’Eufrate, lo Shatt al Arab, è ricchissima di risorse energetiche: è qui che ci sono il 60% del petrolio iracheno e il 70% delle riserve di gas naturale del paese. In questi giacimenti sono presenti tutte le grandi multinazionali del petrolio: l’americana Exxon Mobil, l’inglese BP, l’olandese Shell, la cinese China National Petroleum Corporation, la russa Lukoil e anche l’italiana Eni. Ma è solo una parte delle ricchezze del paese: 800 chilometri a nord di Bassora, nella regione del Kurdistan iracheno, c’è Kirkuk con il suo petrolio. Per ora il greggio da qui può raggiungere solo il porto turco di Ceyhan, sulla costa del Mediterraneo. L’oleodotto di Bassora per Kirkuk rappresenta una nuova possibilità, un nuovo sbocco alternativo alla rotta per la Turchia.  Ecco perché questo oleodotto potrebbe cambiare gli assetti dell’intera regione.

Non meraviglia che il calendario delle visite ufficiali a Baghdad in questi giorni sia davvero affollato. Una settimana fa nella capitale irachena era arrivato, direttamente dalla Giordania, Mike Pompeo, che aveva fatto tappa anche a Erbil, nella regione del Kurdistan. Il suo discorso era stato cristallino: il segretario di Stato americano aveva esortato il governo di Baghdad a rendersi indipendente dalle importazioni di elettricità e gas dall’Iran. Se il governo iracheno dovesse attenersi a questa linea, Teheran resterebbe tagliata fuori dalle nuove rotte energetiche della regione. Anche perché, a metà ottobre, il petrolio di Kirkuk, trasportato su camion, ha smesso di passare il confine con l’Iran, in ottemperanza alle nuove sanzioni energetiche decise dall’amministrazione Trump contro Teheran.

Ma domenica a Baghdad è arrivato anche il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, accompagnato da una nutrita delegazione economica: come Mike Pompeo, ha fatto tappa a Erbil. In marzo in Iraq è atteso il presidente iraniano Hassan Rouhani: Teheran, che nel Golfo Persico custodisce insieme al Qatar le più grandi riserve mondiali di gas, non ha nessuna intenzione di restare a guardare. L’oleodotto di Bassora è un affare che la riguarda da vicino.

Agli inizi di gennaio a recarsi in visita ufficiale in Turchia era stato il presidente iracheno Saleh: il 3 gennaio aveva incontrato la controparte turca, Recep Tayyip Erdoğan. Saleh, che in passato è stato presidente del Governo Regionale del Kurdistan iracheno, da Erdoğan ha ricevuto la promessa di cinque miliardi di dollari per la ricostruzione del Paese. I lavori di ammodernamento dell’oleodotto che unisce Kirkuk al porto turco di Ceyhan fanno già parte degli accordi: anche Ankara è della partita.

In questo complicato quadro c’è perfino una sorpresa. Pochi giorni fa sul quotidiano israeliano ‘Haaretz’ ha fatto la sua comparsa questa notizia: negli ultimi mesi tre delegazioni irachene avrebbero segretamente visitato Israele. Cosa abbia a che vedere con il progetto dell’oleodotto tra Bassora e Aqaba è presto detto: dal 1935 al 1948, anno della creazione dello stato di Israele, l’oleodotto che partiva da Kirkuk, una volta arrivato nel nord della Giordania, si biforcava. Una sezione finiva nel porto di Haifa, sulla costa israeliana del Mediterraneo. Una rotta che, se realizzata, farebbe diretta concorrenza al porto turco di Ceyhan.

La rete dell’oleodotto per ora è solo sulla carta e ancora incompleta. Ma le tensioni regionali tra i diversi Paesi coinvolti sono una realtà che in questi anni ha dato corso a crisi diplomatiche e vere e proprie guerre ‘per procura’, con milizie al soldo di tutti gli attori coinvolti nei progetti energetici della regione. E la peggiore di queste guerre, quella siriana, non è ancora finita.

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