lunedì, Ottobre 14

Iraq, le vedove dell’ISIS sotto processo: giustizia o vendetta? Per capire come vede il Diritto Internazionale i processi iracheni alle vedove dell’Isis abbiamo intervistato Marina Mancini, Professore Associato di Diritto Internazionale presso l'Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria e Docente di Diritto Internazionale penale presso l’Università Luiss a Roma

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A più di un anno dalla sconfitta dell’Isis in territorio iracheno, Baghdad cerca giustizia processando le moglie degli ex membri dello Stato Islamico. Sarebbero più di 1000 le donne che in questo ultimo anno sono state messe sotto accusa e sottoposte ad un processo. Dall’estate del 2017, secondo il ‘New York Times’, più di 10.000 casi sono stati portati davanti alla corte. Ad oggi, 2900 sono stati completati, con un tasso di condanna del 98%.

La velocità con cui il Governo iracheno ha cominciato a fare piazza pulita delle donne e degli uomini coinvolti in qualche modo con le azioni dello Stato Islamico ha fatto fortemente dubitare la comunità internazionale sull’equità e la legalità di questi processi sommari. Sarebbero 1,350 le donne straniere collegate all’Isis assieme a 580 bambini tuttora presenti in Iraq. Nonostante alcuni Paesi, come l’Arabia Saudita, abbiano chiesto l’estradizione delle ‘loro donne’ perché vengano processate in Patria, altri come Regno Unito e Francia si sono mostrati riluttanti nel riprendere in caso le foreign fighters che avevano attraversato mezza europa per unirsi ai miliziani dell’Isis.

Mentre l’Iraq cerca giustizia, molti dubbi sorgono riguardo agli standard applicati dal Governo iracheno nel processare le vedove dello Stato Islamico. Belkis Wille, ricercatrice senior per l’Iraq per Human Rights Watch, ha dichiarato che «quello che mi preoccupa di più è che in questi processi il sistema è fondamentalmente pregiudicato contro gli individui stranieri. La presunzione è che, solamente perché tu sei straniero, ed eri nel territorio dell’ISIS, non c’è bisogno di altre prove»

Oltre alla leggerezza con cui il Governo sta applicando pene di morte dopo processi di dieci minuti, emergono, da un rapporto di Amnesty International, anche casi di violenza sessuali su donne con presunti, e non verificati,  legami con l’ISIS, rifugiate in campi profughi iracheni. «La guerra contro lo Stato Islamico in Iraq può essere finita, ma le sofferenze degli iracheni è lontana dall’essere terminata. Le donne e bambini/e iracheni con presunti legami con l’ISIS sono puniti per crimini che non hanno commesso» ha commentato Lynn Maalouf, Direttore del Centro di Ricerca per il Medio Oriente di Amnesty International.

Per approfondire e far luce sulla legittimità di tali processi da parte del Governo iracheno e sui doveri della comunità internazionale abbiamo intervistato Marina Mancini, Professore Associato di Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria e Docente di Diritto Internazionale penale presso l’Università Luiss a Roma.

 

Dal punto di vista del diritto internazionale è legittimato l’Iraq nel portare avanti tali processi?

Innanzitutto dobbiamo distinguere i reati comuni previsti dalla legislazione irachena, da crimini internazionali, riconosciuti dal diritto internazionale, il quale poi è attuato in Iraq. I tribunali iracheni hanno sicuramente competenza a processare e punire gli individui che abbiano commesso reati comuni o crimini internazionali sul territorio iracheno che siano stati commessi su soggetti iracheni. Questi sono i tradizionali collegamenti, la nazionalità del reo, la nazionalità della vittima è il cosiddetto locus commissi delicti, ovvero il luogo dove è stato commesso il delitto. Il fatto che le donne o gli uomini dell’Isis  abbiano una nazionalità straniera non preclude assolutamente un processo nei loro confronti da parte dei tribunali iracheni nella misura in cui abbiano commesso crimini in Iraq nei confronti di soggetti iracheni.

In quali modalità si stanno svolgendo i processi alle vedove dell’Isis?

Si tratta sicuramente di processi che presentano delle carenze sotto il profilo dei principi del giusto processo. La comunità internazionale è intervenuta attraverso le Nazioni Unite sotto due profilo. È presente una missione dell’Onu in Iraq, l’UNAMI, che ha trai suoi compiti quello di promuovere la tutela dei diritti umani tra cui vi è anche il diritto fondamentale ad un equo processo e di rafforzare lo stato di diritto. Inoltre su espressa richiesta del Governo iracheno a settembre scorso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha istituito un team investigativo che dovrà essere composto da giudici, procuratori iracheni, ma anche internazionali, allo scopo di raccogliere prove dei crimini commessi dai membri dello Stato Islamico. Crimini e prove che poi potranno essere utilizzate nei processi a loro carico. Si tratta di un team investigativo che dovrà essere guidato da un consigliere speciale; il Consiglio di Sicurezza ha dato mandato al Segretario Generale delle Nazioni Unite a provvedere alla creazione di questo team cominciando dalla definizione delle linee guida che il team deve seguire. Queste linee guida sono state formulate dal Segretario Generale e trasmesse al Consiglio di Sicurezza il febbraio scorso. Si tratta di un meccanismo che è stato creato su richiesta del Governo iracheno, il quale ha chiesto l’assistenza della comunità internazionale nel processare e punire i membri dell’Isis responsabili di numerose atrocità.

Amnesty International ha riportate diversi casi di abusi sessuali da parte di soldati iracheni a donne con presunti legami con l’Isis. Come si sta muovendo la comunità internazionale per proteggere queste vittime?

Va fatto innanzitutto un chiarimento a livello generale. Le donne che si sono unite all’Isis in quanto mogli, sorelle, parenti dei miliziani possono essere state esse stesse vittime di reati e crimini da parte dei loro stessi congiunti nella misura in cui siano state indotte e indottrinate a compiere atti che altrimenti non avrebbero commesso. È noto, sulla base dei resoconti delle donne Yazidi schiavizzate dai membri dell’ISIS, che le loro mogli accettavano la loro presenza in locali annessi alla loro abitazione, le picchiavano, le obbligavano a compiere lavori domestici e in nessun modo ostacolavano i loro mariti nel’ tenere queste donne in stato di schiavitù queste donne e possiamo quindi ritenerle complici. È estremamente importante che coloro che sono chiamati a giudicare queste donne valutino con attenzione il loro grado di adesione psicologica all’Isis e il loro grado di partecipazione materiale alle atrocità commesse. Altra questione è quella delle violenze e degli abusi di cui queste donne possono essere state vittime, o lo sono tuttora, nelle carceri e nei campi profughi iracheni. Anche qui spetta ai tribunali iracheni processare e punire le eventuali guardie carcerarie che si sono rese responsabili di violenze nei confronti di queste donne. Dal momento che il sistema giudiziario iracheno è gravemente carente sotto il profilo del rispetto degli standard di tutela dei diritti fondamentali connessi, proprio nell’esercizio del potere giudiziario non si possono che avanzare dei dubbi a questo proposito. La comunità internazionale attraverso quella della sua massima organizzazione, le Nazionai Unite si è mossa già da tempo, negli anni passati mediante il rinvio dell’UMAMI e più recentemente attraverso la creazione di questo team investigativo che dovrebbe supportare le autorità giudiziarie irachene nella repressione dei crimini commessi. Per quanto riguarda eventuali reati commessi nei confronti delle donne irachene, l’UNAMI ha tra le sue funzioni ha anche quella, appunto, di sostenere le strutture giudiziarie irachene.

Che cosa accadrà ai centinaia di bambini strappati alle madre incarcerate o condannate a morte?

Anche in questo caso il sistema giudiziario conforme agli standard internazionali dovrebbe assicurare un’adeguata tutela di questi bambini perché non dimentichiamo che esistono i diritti dei fanciulli, e questi diritti rientrano anch’essi tra i diritti umani fondamentali. Naturalmente le notizie di stampa non sono rassicuranti. Centinaia di donne recluse nelle carceri irachene con bambini al seguito. Possiamo immaginare che le condizioni non siano delle migliori, desta preoccupazione il fatto che l’iraq preveda la pena di morte e la applichi. L’alto commisario delle enazioni unite per i diritti umani più volte ha deprecato l’utilizzo generalizzato della pena di morte.

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