venerdì, Ottobre 18

Iraq: la rabbia che potrebbe seppellire il dopo Saddam Sono giovani, senza lavoro, arrabbiati contro i vertici di un sistema corrotto, non hanno leader di riferimento, né partiti. Stanno incendiando il Paese

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Giovaniarrabbiatisciiti. Sono i manifestanti che stanno incendiando l’Iraq. E per domani 4 ottobre si attendono le manifestazioni più poderose in occasione del venerdì di preghiera. Inizialmente chiedevano pane (ovvero, lavoro, in un Paese che ha un altissimo numero di disoccupati, il 25% della forza lavoro giovane, servizi pubblici, che sono scadenti o inesistenti, servizi sanitariistruzione, in un Paese dove invece vi è la diffusione di armi illegali nelle città, il rapimento, l’assassinio), protestando contro la corruzione che infesta il Paese, la distribuzione settaria del potere e del lavoro. Poi, difronte a una reazione decisamente pesante delle Forze dell’Ordine, hanno messo il piede sull’acceleratore e ora stanno chiedendo le dimissioni del Governo del Primo MinistroAdel Abdul Mehdi, da appena un anno in carica -dopo una difficile formazione e mesi di impasse politica. ‘Il popolo vuole la caduta del regime’, grida la piazza, rilanciando lo slogan delle ‘Primavere Arabe’ del 2011.
Si tratta della più grande ‘manifestazione di rabbia pubblica’, come la definisce ‘Al Jazeera’ , gli analisti locali considerano queste manifestazioni frutto della frustrazione pubblica nei confronti dell’establishment.

Oggi sono ripresi gli scontri a Baghdad, nonostante il coprifuoco in vigore dalla notte scorsa. Le forze di sicurezza hanno usato gas lacrimogeni e sparato proiettili veri contro i manifestanti, scesi in strada per il terzo giorno di proteste contro il Governo. Già ieri centinaia di uomini delle forze di sicurezza, pesantemente armati, e Polizia antisommossa erano dispiegati nelle strade di Baghdad, cercando di bloccare gli accessi alle piazze della protesta.
Dal 1° ottobre -giorno dell’inizio delle manifestazioni, partite dai quartieri a maggioranza sciita di Baghdad per poi estendersi al sud del Paese- sarebbero almeno 19 le persone che hanno perso la vita 856 quelle rimaste ferite -484 solo nella capitale- negli scontri scoppiati nel corso delle manifestazioni. Molti anche gli arresti, al momento le cifre non sono consolidate, ma si parla già di centinaia di arresti nelle ultime ore. L’operazione di sicurezza organizzata dal Governo nel tentativo di reprimere le proteste viene considerata ‘massiccia’.
Nè sono mancate le violenze dei manifestanti, che in alcune città hanno dato fuoco a edifici governativi.

Secondo i dati che provengono dalle fonti in loco ai vari media internazionali, il 75% del Paese è senza internet -un blocco che si era già verificato ieri, funzionerebbe, al momento, solo nel nord, che comprende il Kurdistan autonomo.
Il tentativo del Governo -che secondo gli osservatori in loco sarebbe stato colto di sorpresa dalle dimensioni di queste proteste- è evidente: bloccare la comunicazione tra i manifestanti, il che conferma che il Governo si è convinto della spontaneità delle manifestazioni, che vengono organizzate via social media, e cerca di soffocarle bloccando internet.
Nelle stesse ore, il Primo Ministro, ignorando il fatto che i manifestanti oramai chiedevano la sua testa, ha promesso posti di lavoro per laureati disoccupati e ha incaricato il Ministero del petrolio e altri organi governativi di iniziare a includere una quota del 50% per i lavoratori locali nei prossimi contratti che saranno stipulati dal Governo con società straniere.

Secondo Ali al-Nashmi, professore di relazioni internazionali all’Università Mustansiriya di Baghdad, intervistato da Al Jazeera, si tratta delle «più serie che abbiamo mai visto», e aggiunge: «I manifestanti stanno diffondendo molti slogan: vogliono lavoro, vogliono combattere la corruzione, vogliono l’elettricità. Non hanno uno slogan o un leader. E non sono seguaci di un religioso specifico o di un partito politico. Pertanto sarà difficile controllarli o negoziare con loro»Sono semplicemente molto frustrati dal fatto che non hanno un lavoro, non hanno un futuroOpinione condivisa daprofessore di scienze politiche iracheno Ayad Anber, dell’Università di Kufa. «Questo è un punto a loro favore», ha detto a ‘Gulf News, aggiungendo che i giovani manifestanti che sono scesi in piazza si sono ‘liberati’ dalla tutela dei partiti politici e dei loro leader, che avevano ‘dirottato’ precedenti manifestazioni. L’analista politico Abdulkader Alnael afferma che le proteste sono state ben organizzate dai ‘Comitati di coordinamento’, composti da accademicilaureatimovimenti giovanili e leader tribali. Gli stessi comitati che avevano organizzato proteste antigovernative già nel febbraio 2011. I giovani hanno deciso di prendere in mano la situazione senza portare altro che bandiere irachene.
Il lavoro è la richiesta più forte, e gli analisti sottolineano come a fronte di una occupazione altissima, che arriva al 25% tra i giovani, nel Paese lavorano 83.000 stranieri. «Le persone semplicemente non possono tacere sulla chiusura di oltre 10.000 fabbriche, che sono in grado di fornire 500.000 posti di lavoro, in un momento in cui la povertà ha superato il limite del 50%».

E proprio questo, almeno al momento, appare l’elemento più importante: i manifestanti sono giovani, affamati di lavoro, non hanno un partito o un leader. Essendo una protesta senza leader (così come era iniziata la rivoluzione sudanese dello scorso dicembre 2018), se i manifestanti non troveranno un organizzazione in qualche modo di riferimento (come invece è accaduto poi in Sudan), non solo per il Governo sarà difficile -internet o non internet- riportare la calma, fermare il movimento, sarà praticamente impossibile trattareIl che potrebbe essere l’elemento che alla fine porterà alla capitolazione di Abdul Mahdi, che alcuni osservatori, in particolare citati dai media del Golfo, dicono che si trova in una ‘posizione molto critica’, tanto che non si può escludere la capitolazione. Dal lato turco, gli analisti fanno notare che «questo è un Paese devastato dalla guerra, molto vicino all’essere uno Stato fallito. E ci sono rivalità tra Stati Uniti, Iran e Turchia. E per questi motivi, la situazione in Iraq è molto fragile». A «breve termine, questo Governo non sarà in grado di modificare la situazione economica». Anche per l’alto livello di corruzione che vi è nel Governo ad ogni livello, il lavoro negli uffici pubblici in particolare, ma anche nella filiera petrolifera, spesso dipende dalla fedeltà del partito e dall’affiliazione religiosa. Un sistema che si è sviluppato dopo il rovesciamento di Saddam Hussein, e che, secondo i più, sembra impossibile cambi se non con un rovesciamento del sistema stesso.

«Ma cambiare i governi non aiuterà a combattere contro problemi economicicorruzione, terrorismo o minacce alla sicurezza». Non ultimo anche perché il Governo è stato in qualche modo coinvolto nelle tensioni tra Stati Uniti e Iran in Medio Oriente. «L’instabilità domestica unita alle tensioni regionali potrebbe rivelarsi il chiodo finale nella bara del fragile governo di coalizione di Abdul Mahdi, nato come un compromesso tra fazioni rivali dopo un’elezione inconcludente», sostiene ‘Gulf News’.

Una difficoltà del Governo che trova conferma in queste ore, dopo la dichiarazione di uno dei leader sciiti più potenti del Paese, Muqtada al-Sadrdel Sairoonprimo partito nelle elezioni parlamentari dello scorso maggiopartito che fa parte della coalizione di Governo. Al-Sadrha invocato lo ‘sciopero generale’. Non bastasse, l‘Iraq meridionale, il cuore della maggioranza musulmana sciita, si sta rivoltando contro i propri leader politici che non riescono fornire lavoro e servizi di base.

Tutte le unità militari sono state poste in allerta, ha detto il ministero della difesa. Dalle prime ore del giorno di oggi agenti di Polizia in assetto antisommossa hanno sparato colpi d’arma da fuoco in aria, e non solo, per disperdere decine di manifestanti che incendiavano copertoni su una piazza centrale di Baghdad, sfidando il coprifuoco. Coinvolte nelle manifestazioni, che dalla capitale si sono velocemente moltiplicate in quasi tutto il Paese, anche la provincia di Zi Qar e quella di Diyala,, le città di Amara, Bassora, Nassiriya, Al-Sharqiya, Hilla, Najaf, Samawa, Kirkuk e Tikrit,
oggi è entrata in scena anche la figlia primogenita del defunto dittatore Saddam HusseinRaghad, che dalla caduta del regime, nel 2003, vive in Giordania, intervenendo a sostegno dei manifestanti con un tweet. Raghad ha paragonato le manifestazioni di questi giorni alla guerra Iran-Iraq degli anni ’80 che suo padre amava chiamare ‘La Battaglia di al-Qadisiyya’, combattuta nel 636 d. C. tra arabi e persiani. Rivolgendosi ai manifestanti, Raghaf nel suo tweet scrive: «Voi siete gli eredi degli eroi di al al-Qadisiyya, oh figli dell’Iraq sciiti, sunniti e curdi di
Nassiryah, di Kut, di Amara, di Bassora, di Diyala e Baghdad e di tutto l’Iraq
», «Allah benedica i vostri martirivoi che state scrivendo una epopea di coraggio», «Tutto l’Iraq è con voi»,
Secondo l’agenzia iraniana ‘Mehr’, il comandante delle guardie di frontiera iraniana Qasem Rezaei ha dichiarato che i valichi di Khosravi e Chazabeh ieri sono stati chiusi, ma il confine non è del tutto sigillato.

Preoccupazione arriva dalle cancelliere occidentali: l’Iraq ‘merita pace e sicurezza’, dicono i diplomatici. L’Onu chiede ‘moderazione’.
La preoccupazione pare essere più che fondata. Il quadro che si prospetta se il Governo dovesse capitolare è decisamente drammatico e ben riassunto da ‘Gulf News’. Qualsiasi vuoto di potere in Iraq, qualora il Governo venisse rovesciato, potrebbe rivelarsi una sfida per la regione, dato lo status di Baghdad, alleato sia degli Stati Uniti che dell’Iran, in pieno stallo politico e scontro diplomatico. I militanti dello Stato Islamico potrebbero trarre vantaggio dal caos e migliaia di truppe statunitensi sono di stanza nel Paese in posizioni non lontane da quelle delle milizie sciite alleate dell’Iran.

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