venerdì, Febbraio 28

Iraq: la crisi con Erbil riguarda anche il petrolio «I ricavi dei giacimenti di Kirkuk torneranno nel bilancio federale»

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Stando alle dichiarazioni del Sottosegretario al Ministero del Petrolio iracheno, Karim Hattab, durante un incontro a Kirkuk con il governatore ad interim della provincia, Rakan Jubouri, il Dicastero del Petrolio di Baghdad è intenzionato ad incrementare la produzione dei giacimenti di Kirkuk. Nella medesima occasione, il Sottosegretario, in presenza anche di personalità di spicco del colosso petrolifero North Oil, impegnata nell’ area di Kirkuk, che tale aumento si accompagnerà alla riapertura delle esportazioni dirette al porto turco di Ceyhan.

Le esportazioni potranno avvenire grazie alla rimessa in azione della conduttura che collega Kirkuk a Ceyhan. «I ricavi dei giacimenti di Kirkuk torneranno nel bilancio federale», il proposito annunciato dal Ministro del Petrolio iracheno Jabbar al Luaibi. «La regione del Kurdistan controllava i due-terzi del petrolio a Kirkuk dopo l’ingresso dello Stato islamico» ha detto provocatoriamente il Premier iracheno Albadi, affermando che le forze di Baghdad sono riuscite a riprendere il controllo delle aree contese. Va detto che la provincia di Kirkuk aveva aderito al referendum del 25 settembre, pena la sostituzione del Governatore, da parte del Parlamento iracheno.

A due settimane fa circa risale la ripresa delle estrazioni petrolifere, ad un ritmo di 90.000 barili al giorno, dal pozzo di Avana. Produzione dei giacimenti di Bye Hassan e di Avana, pari a 275.000 barili giornalieri, che era stata interrotta il 19 ottobre scorso. Per il Ministro Al Luaibi la sfida più grande che sta affrontando l’Iraq riguarda proprio le esportazioni petrolifere dalla provincia di Kirkuk verso la Turchia.

La causa? Il referendum per l’ indipendenza della Regione autonoma del Kurdistan iracheno, avvenuto il 25 settembre scorso. «La questione dell’Iraq è diventata una priorità nella nostra agenda. Abbiamo già affermato che non riconosciamo l’illegittimo referendum dell’Iraq settentrionale. Su cosa hanno svolto un referendum? Non c’è un Paese che riconosca l’Iraq settentrionale tranne Israele.Attualmente, oltre a Israele,  nessun altro Paese sostiene la secessione del Kurdistan. Una decisione presa a tavolino con il Mossad è illegittima» aveva dichiarato Recep Tayyip Erdogan, il quale aveva aggiunto:  «il nostro punto di contatto in Iraq è il governo centrale. Le azioni che riguardano il governo regionale del Kurdistan si intensificheranno».

A queste parole il Presidente Rohani aveva precisato che «il referendum nel Kurdistan iracheno è un complotto a sfondo confessionale dei Paesi stranieri ed è respinto da Teheran ed Ankara». Il Kurdistan – ha sostenuto il leader iraniano – «dovrebbe correggere il suo errore». «Il nostro obiettivo principale è garantire sicurezza e stabilità nella regione» ed è per questo che Iran e Turchia «sostengono l’integrità territoriale dell’Iraq e della Siria».

A queste parole il Presidente Rohani aveva precisato che «il referendum nel Kurdistan iracheno è un complotto a sfondo confessionale dei Paesi stranieri ed è respinto da Teheran ed Ankara». Il Kurdistan – ha sostenuto il leader iraniano – «dovrebbe correggere il suo errore». «Il nostro obiettivo principale è garantire sicurezza e stabilità nella regione» ed è per questo che Iran e Turchia «sostengono l’integrità territoriale dell’Iraq e della Siria».

«Non apprezziamo che le due parti si scontrino, ma Washington non sta appoggiando nessuna delle due fazioni».  E poi: «Abbiamo avuto per molti anni rapporti molto buoni con i curdi, come sapete. E siamo anche al fianco dell’Iraq. Anche se non dovremmo mai essere stati lì, non avremmo mai dovuto essere lì. Ma non stiamo prendendo parte agli scontri» aveva dichiarato Donald Trump interpellato sulla complessa situazione irachena.

4 miliardi di dollari è quanto richiesto dalla Turchia al governo kurdo a mo’ di compensazione per le mancate forniture. Per non bloccare gli strategici rapporti economici con Ankara, il governo di Baghdad ha chiesto ad Erbil di rimettere in moto le esportazioni, cedendo la responsabilità all’ irachena Oil Marketing Company (Somo).

Il ministro del commercio iracheno Salman al-Jumaili si è incontrato con l’ Ambasciatore turco a Baghdad Fatih Yıldız.«Invitiamo la Turchia a contribuire alla ricostruzione di aree [irachene]colpite da scontri» ha rilanciato Jumaili, sottolineando la grande molteplicità di opportunità per la Turchia in diversi settori, compreso quello petrolifero. Prospettiva che ha trovato concorde l’ Ambasciatore di Ankara.

Il portavoce del Ministro del Petrolio iracheno Asim Jihad ha annunciato che l’  Iraq ha firmato il primo accordo per consegnare petrolio dai campi petroliferi di Kirkuk ai mercati iraniani. Con l’accordo, l’Iraq esporterà 30-60mila barili di petrolio al giorno per mezzo di autocisterne sull’autostrada.

«Qualsiasi contratto stipulato non con il governo federale e con il ministero del Petrolio è illegale. Questo contratto e i suoi dettagli non ci interessano» ha sostenuto Jihad riferendosi al contratto che poco tempo fa, in concomitanza del referendum per l’ indipendenza kurdo, tra il colosso russo Rosneft e il governo di Erbil. La crisi tra Iraq e Kurdistan, per una sua ipotetica risoluzione, non potrà non tener conto anche del dossier petrolifero.

Cinque sono i pozzi petroliferi nella regione di Kirkuk, di cui due controllati dal governo regionale curdo. Gli attaccanti non identificati in varie occasioni hanno fatto saltare in aria l’oleodotto strategico di Kirkuk-Ceyhan nella provincia di Kirkuk, nord dell’Iraq. Va ricordato che l’Iraq è il secondo più grande produttore di petrolio greggio nei Paesi membri dell’ OPEC, dopo l’Arabia Saudita e detiene una delle cinque più grandi riserve petrolifere mondiali.

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