sabato, Dicembre 7

Iraq in ebollizione, e noi siamo lì. Ci conviene? Se la nostra presenza ha un senso, lo ha se poi può aiutare anche il nostro Paese. Ma per farlo occorre sapere che si vuole, dove si vuole andare e perché. Queste azioni hanno un senso se il Paese le accompagna con una politica internazionale che faccia valere quella presenza in termini politici

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Si chiude una settimana complessa e difficile, quella che ha visto 5 nostri militari delle Forze Specialiimpegnati in Iraq nella missione Prima Parthica, che opera nell’ambito dell’operazione internazionale per fornire assistenza e addestramento alle forze irachene a caccia dei militanti Daesh, feriti nell’esplosione di un ordigno improvvisato su una strada vicino Kirkuk. I nostri militari sono tornati a casa, qualcuno in gravi condizioni, e però non sono in pericolo di vita. Siamo a venerdì, ovvero a 5 giorni dall’accaduto, e già i giornali, è il caso di dirlo, hanno voltato pagina, dopo i soliti commenti del tipo ‘perché non ce ne andiamo?’, ‘cosa ci stiamo a fare, perché difendere le cose altrui?’ e via provincialeggiando.
Voltata pagina in Italiain Iraq i nostri militari continuano il loro lavoro e gli iracheni proseguono a scannarsi.

Oggi nel Paese ci sono stati altri pesanti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine -che, ha detto il ministro della Difesa, Najah al Shimmary, hanno usato proiettili lacrimogeni, alcuni di quelli trovati nel corpo di manifestanti uccisi durante le proteste, che «sono stati introdotti nel Paese all’insaputa del governo»– e la massima autorità religiosa del Paese, l’ayatollah Ali al-Sistani, durante la preghiera del venerdì a Kerbala, letta da un suo rappresentante, ha detto molto chiaramente: «Delirano coloro che sono al potere e che pensano di poter evitare riforme vere guadagnando tempo e rinviando», e ha auspicato una nuova legge elettorale «equa» che permetta agli elettori di sostituire gli attuali leader politici con «volti nuovi»«Approvare una legge che non offra tale op02,2,,,,,,,,portunità agli elettori sarebbe inaccettabile e inutile», ha precisato l‘ayatollah, denunciando come la corruzione abbia raggiunto «livelli insopportabili»e ribadendo il proprio sostegno alle proteste «senza precedenti». .
Insomma, l’Iraq è una pentola di ebollizione, molto probabilmente gli scontri proseguiranno e noi siamo lìE’ necessario vedere pacatamente la situazione e capire come gestirla. E questo è in effetti il problema che tutti stanno eludendo.

Innanzitutto, è ben chiaro che compito di un Paese civile e moderno (escludo che il nostro lo sia, ma non si sa mai), èo dovrebbe essere, quello di aiutare Paesi e popoli in difficoltà politiche e militari, e quindi non solo in caso di calamità.

L’obbligo è innanzitutto morale, se si tratta di difendere posizioni eticamente difendibili, ma anche di ‘potenza’: essere presenti in certe situazioni può essere utile politicamente per difendere e portare avanti meglio gli interessi del Paese.

Certoin questo momentol’Italia non ha più alcun peso internazionale. Ha bruciato ogni sua possibile credibilità nelle comiche, benché tragiche, vicende recenti, a cominciare dalla buffonesca questione dell’ILVA (buffonesca nella gestione da circo equestre in cui è stata gestita) e dalla folle politica ‘sovranista’ (mi correggo non folle, cretina), che ci ha alienato l’amicizia di molti, ma specialmente la fiducia di tutti, ivi compreso il mitico Donald Trump, che ha nominato il nostro sedicente ‘premier’, ma ormai, credo, comincia valutare l’inconsistenza dell’investimento … e lui è uno che di investimenti si intende, non per caso tutte le sue imprese sono fallite, o almeno la gran parte di esse.

Ciò posto, noi italiani siamo presenti in vari ‘teatri’ di guerra o di ex guerra o, temo, di futura guerra, benché non in altri. Ad esempio, forse lo ho scritto qualche tempo fa, avremmo fatto davvero un figurone notevole se avessimo cercato di inserirci nella questione turco-curda-siriana, dove avremmo potuto mettere a frutto la nostra amicizia per i curdi. Ma tant’è, non lo abbiamo fatto.

Ma sapere perché siamo in Iraq penso sia utile e doveroso.
Ci siamo stati varie volte. La prima volta quando, su richiesta delle Nazioni Unite, agimmo, sotto l’egida appunto del Palazzo di Vetro, per ottenere il ritiro di Saddam Hussein dal Kuwait. Non facemmo una grandissima figura (molti ricorderanno, certo, la vicenda del nostro aviere catturato dagli iracheni), ma dimostrammo, e non è poco, che eravamo capaci di fare cose ben fatte, in termini guerreschi.
Poi ci siamo tornati su richiesta americana. E qui l’errore fu grave. Perché la nostra fu la partecipazione ad una guerra di aggressione, del tutto ingiustificata e per di più nella quale si ebbe la sensazione cheall’inizioi nostri militari non fossero ben coscienti di ciò che facevanoper cui furono colti di sorpresa dall’attacco ‘terroristico’ a Nassirya, del quale abbiamo non-celebrato l’anniversario lo scorso 12 novembre. Uso le virgolette su ‘terroristico’ perché (lo ho scritto anche in lavori scientifici, posso quindi ripeterlo qui con coscienza di causa) non di un attentato terroristico in quel caso si trattò, ma della legittima azione di difesa (non per caso esplicitamente prevista nei Protocolli delle Convenzioni di Ginevra) dalla occupazione militare illegittima da parte di uno Stato straniero, nella specie noi.
Mentre, dunque, la prima volta, agivamo in piena legittimità in applicazione del principio sacrosanto per il quale uno Stato non può invadere il territorio di un altro, la seconda eravamo dalla parte del torto, torto marcio, anche se il nostro ceto politico, non migliore allora di quello attuale, cercò in ogni modo di trovare giustificazioni in risoluzioni delle Nazioni Unite che non giustificavano un bel nulla.
Comunque, dopo l’assurda guerra contro Saddam Husseinfummo richiesti di svolgere un’azione di protezione della fondamentale diga di Mosul, nell’Iraq settentrionale, a rischio di distruzione da parte dell’ISIS, cui si accompagnò la ottima missione a sostegno dei curdi iracheni. In entrambi questi ultimi casi, la nostra presenza nonché legittima è anche ben vista in loco.

Sorvolando sulla nostra massiccia presenza in Libano, su richiesta delle Nazioni Unite e pertanto del tutto legittima, resta incomprensibile la nostra presenza in Afghanistan. Paese dove gli USA hanno condotto una guerra che essi definiscono di legittima difesa, ma che è molto dubbio lo sia, ma che comunque, una volta rovesciato il Governo filo-talebano e sconfitto (o quasi) Al-Qaeda, non ha più ragione di essere. Siamo lì solo a difendere interessi illegittimi degli USAche oltre tutto si stanno ritirandocon il rischio che a noi resti fra le mani una patata bollente, della quale sarebbe opportuno fare a meno.

Il problema di fondo è, a mio parere, sostanzialmente un altro. Queste azioni, che nobilmente non difendono interessi italiani diretti, hanno un senso se il Paese le accompagna con una politica internazionale che faccia valere quella presenza in termini politici. Non occorre (o forse occorre?… beh per Luigi Di Maio & co. certamente, ma forse non solo) ricordare quel certo Camillo (Benso conte di Cavour, dove ‘conte’ è il titolo nobiliare … evitiamo malintesi!) che usò della partecipazione del Piemonte alla guerra di Crimea, al solo scopo, come si legge sui libri di storia, di “sedere al tavolo dei vincitori o almeno dei negoziatori”, in condizioni di parità. Lo fece e ci riuscì … certo, poi ci ha regalato Matteo Salvini, ma non si può prevedere tutto!

Ma, appunto, Camillo è una cosa, Giuseppi, va detto con franchezza e coraggio, un’altra, ma proprio tutt’altra. Se la nostra presenza, per lo più molto apprezzata, perfino dagli avversari sul terreno, ha un senso, lo ha se poi può aiutare anche, se non principalmente, il nostro PaeseMa per farlo occorre sapere che si vuoledove si vuole andare e perché.

Ora come ora se, mettendomi nei miei vecchi panni di professore (un po’ rompiscatole a dire il vero) domandassi ai membri del Governo (temo tutti, ma proprio tutti) ‘che ci facciamo in Libano?’, ‘che ci facciamo in Afghanistan?’, ‘perché siamo a Mosul?’ e in Kossovo, e in Albania e nel Sahara e a Gibuti e in Mali? (conviene andarsele a vedere tutte) temo che la bocciatura sarebbe clamorosa e definitiva.

Visto che ormai parlare dell’ILVA è inutile, tanto il danno è fatto e se qualcosa si salva non sarà certo merito nostro e nemmeno del conte con la c maiuscola, perché non tentare un dibattito serio sul punto e magari domandarsi se, invece di svendere i migranti ai trafficanti libicici dessimo da fare per occuparcene un po’ noimagari difendendo anche i nostri interessi petroliferi?

Certo, direte voi, ma Di Maio con la sua preparazione in geografia potrà mai partecipare? Ma, suvvia, non stiamo a preoccuparci, Di Maio fa il ministro degli esteri, di queste cose mica si occupa, posto che di qualcosa lo faccia!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.