venerdì, Settembre 25

Iraq: gli americani tornano a casa, ma l’ISIS (ferito e non sconfitto) resta e si rigenera Entro fine mese gli USA riporteranno a casa dall’Iraq 2.200 dei loro ‘ragazzi’; l’intellighenzia militare americana non è d’accordo, convinti che i successi tattici non bastano e non sconfiggono il terrorismo

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E’ stato uno dei mantra della sua prima campagna elettorale: mettere fine alle ‘guerre infinite’, ‘riportare a casa i nostri ragazzi’. E Donald Trump è conosciuto per vantarsi di mantenere sempre le sue promesse. Così, mentre i sondaggi lo danno a circa dieci punti di distanza da suo avversario, Joe Biden, nel giorno in cui il ‘mitico’ giornalista del Watergate, Bob Woodward, lo certifica ‘bugiardo’ -era informato dal 28 gennaio che il virus sarebbe stata una gravissima minaccia per la sicurezza nazionale, ‘roba mortale’ l’ha definita lui stesso in un colloquio con il giornalista, ma l’ha tenuta nascosta ai cittadini, ha mentito, dice, per non creare allarme-, il tycoon fa annunciare che entro fine mese gli USA riporteranno a casa dall’Iraq 2.200 dei lororagazzi’ (ne resteranno sul campo 3.000).
17 anni dopo l’invasione dell’Iraq, 6 anni dopo il ritorno in terra irachena per combattere l’Isis, l’annuncio formale lo ha fatto il comandante del CENTCOM (United States Central Command) e generale dei marine Frank McKenzie: «La decisione degli Stati Uniti è una chiara dimostrazione del nostro continuo impegno per l’obiettivo finale, che è una forza di sicurezza irachena in grado di prevenire una rinascita dell’ISIS e di garantire la sovranità dell’Iraq senza assistenza esterna».
Non solo: anche dall’altra guerra infinita, quella iniziata da
George W. Bush nel 2001, inAfghanistan, rientreranno probabilmente 4.600 soldati (attualmente ve ne sono 8600). L’annuncio è atteso a breve.

L’intellighenzia militare, già sotto pressione oramai da troppo per le uscite del Presidente, non è per nulla soddisfatta. McKenzie parla di ‘rinascita’, dando per scontato quanto alla Casa Bianca da qualche tempo si va sostenendo -e la narrativa mediatica americana e non solo tende assecondare-: l’ISIS è sconfitto, lo è da quando, meno di un anno fa, Abu Bakr al-Baghdadi è stato ucciso dai soldati americani. Gli osservatori militari fanno notare che ci sono ancora più di 10.000 combattenti dell’ISIS in Iraq e Siria, secondo una stima Nazioni Unite di agosto. Quindi il gruppo non è certo finito, la ‘missione compiuta’ rimane sfuggente agli osservatori attenti dell’ISIS e del Medio Oriente.

I politici la pensano diversamente, soprattutto se, come in questo caso, c’è di mezzo una campagna elettorale per un voto che rischia di divenire storico per il futuro del Paese e per gli equilibri mondiali.
Così, ancora una volta una sintesi perfetta quanto dura la fa l’autorevole Center for Strategic and International Studies (CSIS) con il suo analista senior di punta, Anthony H. Cordesman, esperto di politica della sicurezza degli Stati Uniti, esperto militare per il Medio Oriente, già consulente dei Dipartimenti di Stato e di Difesa nelle guerre in Afghanistan e in Ira, e consulente dell’Esercito americano e della NATO.

«La politica è politica, ma ci sono seri pericoli nel fare affermazioni sulla capacità di sconfiggere il terrorismo in generale, e l’ISIS in particolare», esordisce Cordesman. E poi il giudizio sferzante attorno al quale costruisce una dettagliata analisi che dimostra come l’ISIS non è per nulla sconfitto:«gli Stati Uniti hanno talvolta vinto importanti vittorie a livello militare, ma tutti i movimenti terroristici stranieri che gli Stati Uniti hanno preso di mira sono sopravvissuti o si sono trasformati in diverse organizzazioni con nomi diversi», «il gruppo o si riprende o al suo posto emerge una nuova forma di terrorismo». Peggio se l’esercito si ritira: «se lo sforzo degli Stati Uniti per contenere un dato movimento si indebolisce,è molto probabile che il terrorismo e l’estremismo ritornino». Se si torna all’‘11 settembre’, «nessuna delle cause fondamentali che tengono in vita i movimenti estremisti e terroristici -e generano nuove minacce- è stata ridotta».

Parole dei politici a parte, i successi tattici contro i movimenti terroristici non sconfiggono il terrorismo.
L’ISIS non fa eccezione,
a partire dall’Iraq e dalla Siria, e i rapporti dell’intelligence militare americana, dice l’analista, lo dimostrano.
«Gli Stati Uniti possono aver contribuito a rompere il proto-Stato o ‘califfato’ dell’ISIS in Siria e Iraq, ma non lo hanno sconfitto. Inoltre, anche se gli Stati Uniti fossero riusciti a cacciare l’ISIS dalla Siria e dall’Iraq, questo difficilmente avrebbe sconfitto il terrorismo», le cause alla base avrebbero creato nuovi movimenti.

E più o meno stesso discorso anche per quanto riguarda l’Afghanistan, «dove gli Stati Uniti sono stati costretti a cercare una pace in cui devono cercare di utilizzare un movimento terroristico come i talebani per aiutare a sconfiggere la diffusione di un altro movimento terroristico come l’ISIS nello stesso Paese», afferma Cordesman, che l’ Afghanistan lo conosce molto bene. Costringere i talebani nelle periferie dell’Afghanistan non significa averlo sconfitto.

Cordesman sottolinea come il Comando centrale degli Stati Uniti (USCENTOM), gli ispettori generali del Dipartimento della Difesa, del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale, presentino regolarmente i loro rapporti ufficiali non classificati al Congresso. E anche l’ultimo rapporto -che copre il periodo tra aprile e giugno 2020 è è chiarissimo nel dire che «l’ISIS è ferito, ma non sconfitto».

Cordesman richiama alcuni stralci del rapporto di 136 pagine. «In questo trimestre, l’ISIS ha temporaneamente aumentato il ritmo dei suoi attacchi in Iraq e Siria», «l’aumento degli attacchi è correlato a un indebolimento della pressione militare sostenuta contro il gruppo», «l’ISIS ha beneficiato del ‘caos’ che ha seguito l’incursione della Turchia in Siria nell’ottobre 2019 e il ridistribuzione delle truppe statunitensi. In Iraq, l’ISIS ha beneficiato di proteste di massa sostenute e della conseguente paralisi politica»; «l’ISIS ha beneficiato di un vuoto di sicurezza lasciato dalle varie forze militari che riducono l’attività a causa del COVID-19», «la DIA ha riferito che gli attacchi dell’ISIS possono aumentare ulteriormente se la pressione sul gruppo viene ridotta».
L’esercito non basta, prosegue il rapporto: «a meno che non si affrontino le cause profonde della proliferazione dell’ISIS -come governance inefficace e fornitura di servizi, mancanza di opportunità economiche e divisione settaria- il gruppo continuerà a rigenerarsi. In un rapporto collaborativo compilato dal Wilson Center, un analista di ricerca ha affermato che l’ISIS rappresenta unaminaccia crescente’ per il governo iracheno», i terroristi «coglieranno la riduzione delle truppe della coalizione in Iraq per ristabilirsi». I funzionari statunitensi hanno affermato che «l’alienazione delle popolazioni locali può fornire una pertura per l’ISIS per guadagnare trazione»; sono gli stessi generali sul terreno che affermano che «per garantire la sconfitta duratura dell’ISIS, è necessario affrontare le ‘condizioni sottostanti’ come la governance e la corruzione».

A ciò si aggiunga, afferma Cordesman, che il rapporto ben spiega come l’ISIS «rimane una minaccia coesa, capace di autofinanziarsi e reclutamento continuo», e farà leva sulla riduzione delle truppe della coalizione in Iraq per ristabilirsi.

Circa le attività dell’ISIS in Iraq, il rapporto rileva che le forze irachene hanno dovuto riprendere importanti operazioni contro l’ISIS, il che solleva interrogativi sull’impatto del taglio del supporto al combattimento degli Stati Uniti e dell’attività di addestramento e assistenza, afferma Cordesman.

Gli Stati Uniti avevano ridotto la loro presenza militare in Iraq intorno al 2012, poi l’avevano implementata dal 2014 per combattere lo Stato Islamico. Dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani, in un attentato avvenuto all’aeroporto di Baghdad, a gennaio, il Parlamento iracheno votò una risoluzione in cui si chiedeva il completo ritiro di tutti militari stranieri. Da allora gli Stati Uniti hanno concentrato le proprie truppe in un numero minore di località irachene, ritirandosi da alcuni basi, dopo che decine di attacchi con razzi avevano preso di mira sia le truppe, che l’ambasciata Usa, che i convogli logistici diretti alle basi irachene. In cinque mesi sono state consegnate alla forze irachene tre basi: il 26 marzo Qayyarah Airfield West; il 4 aprile, quella di Al-Taqaddum; il 26 agosto, la base di Taji.
In occasione di un incontro allo Studio Ovale con il premier iracheno Mustafa al-Kadhimi, il mese scorso, Trump aveva detto ai giornalisti che «non vediamo l’ora che arrivi il giorno nel quale non dovremo più esserci».

Venendo alla decisione annunciata ieri del ritiro di 2.000 unità, Cordesman afferma che il Governo degli Stati Uniti «non affronta l’impatto dei più ampi cambiamenti che ora sembrano essere in atto nella strategia degli Stati Uniti e dei tagli aggiuntivi delle forze statunitensi che ridurranno la capacità di trattare con l’ISIS in futuro».Intelligence, ricognizione, sorveglianza, attaccosono state fondamentali nello spezzare il califfato dell’ISIS, risorse che verranno meno, per quanto il generale McKenzie abbia assicurato che saranno messi in atto programmi speciali in collaborazione con le forze irachene e l‘Us Army assisterà ancora i partner iracheni nello sradicare le milizie dello Stato islamico.
«Nessuna dichiarazione ufficiale affronta seriamente i problemi nella politica, nel governo,nell’economia e nelle strutture civili che rendono l’Iraq e in particolare la Siria gli equivalenti degli Stati falliti. Nessun rapporto affronta l’impatto di una partenza completa degli Stati Uniti e / o la fine degli aiuti statunitensi nei prossimi anni», affermaCordesman. «Queste omissioni sono critiche, dati i pericoli che si corrono andando fuori dalla Siria e dall’Iraq troppo rapidamente». Una sottovalutazione pericolosa non solo per questi Paesi ma anche direttamente per gli USA. «La Siria e l’Iraq sonoPaesi che hanno una grande importanza strategica in termini di flusso di petrolio e il suo impatto sull’economia globale. Influenzano la capacità degli Stati Uniti di competere con Cina e Russia. Hanno un impatto essenziale sul potenziale aumento di minacce estremiste e terroristiche che potrebbero attaccare i partner strategici degli Stati Uniti nella regione e in Europa, nonché obiettivi negli Stati Uniti». I rischi sottovalutati di un ritiro prematuro, afferma Cordesman «sono già stati una delle cause principali dell’ascesa e del successo dell’ISIS dopo il 2011. Fare affermazioni esagerate di successo oggi e ritirarsi troppo presto non sono certo la strada per qualsiasi forma di vittoria decisiva».

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