venerdì, Novembre 15

Iraq: elezioni, dalla frammentazione alla rinascita? Tutto quello che c'è da sapere sulla tornata elettorale

0

A questo proposito, negli ultimi mesi, l’ Arabia Saudita ha iniziato, in modo neanche troppo nascosto, anche nell’ ambito della ricostruzione del Paese, ad intavolare una partnership con l’ Iraq che, però, rientra in quell’ area sulla quale l’ Iran espande la sua influenza. Quale esito elettorale potrebbe essere gradito alle due potenze rivali del Medioriente?

L’ apertura che l’ Arabia Saudita o altri Paesi del Golfo hanno fatto con l’ Iraq, dopo l’ uscita di scena di al-Maliki, risponde al tentativo di mantenere un canale di dialogo con un regime, quello di Baghdad, che è considerato abbastanza moderato. Quindi, laddove l’ Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo non sono riuscite ad implementare la propria strategia, con l’ Iraq, invece, sono riuscite a mantenere aperto questo dialogo. Di fondo continuerà a rimanere un terreno di competizione, però, allo stato attuale, vista l’ esistenza di altri centri di tensione, il governo di Baghdad, anche sulla base di come si è posto sulla questione curda o nella lotta contro lo Stato Islamico, ha rappresentato una sorta di punto di moderazione, di incontro che ha fatto comodo sia all’ Iran, visto che rientra nella sua sfera di influenza, sia all’ Arabia Saudita, perché è riuscita a giocare la carta del riavvicinamento. L’ Arabia Saudita non si fa illusioni di poter avere chissà quale influenza nel Paese, stante le condizioni attuali del Paese e considerando che, dal punto di vista interno iracheno, gli sciiti iracheni sono molto autonomi rispetto all’ Iran, ma comunque presenti in modo massiccio. Quindi Ryad guarda alle elezioni nella speranza che ci sia una continuità piuttosto che una rottura e una crescita marcata delle Forze di Mobilitazione Popolare potrebbero creare non pochi problemi all’ Arabia Saudita.

Tanto a Ryad quanto a Teheran non sarebbe, dunque, sgradito un secondo mandato di al-Abadi?

Non sarebbe sgradito, ma, anzi, sarebbe la soluzione migliore anche perché per l’ Iran vorrebbe dire mantenere il polso della situazione senza doversi esporre in un momento in cui sicuramente non è auspicabile per Teheran aprire un altro fronte di scontro o farsi vedere troppo belligerante.

Anche l’ Occidente, Stati Uniti in testa, non vedrebbe di cattivo occhio un secondo mandato di al-Abadi?

Penso di sì, per quanto riguarda i Paesi europei e gli Stati Uniti la collaborazione con gli europei è stata positiva. C’è ancora molto margine di miglioramento, ma certamente vedrebbero di buon occhio la continuazione di questo trend.

E la Turchia?

La postura di al-Abadi nei confronti dei curdi così come nella gestione del referendum fanno dell’ Iraq di al-Abadi l’ unico potenziale alleato di Ankara nell’ affrontare la questione curda. Le prospettive di un secondo mandato ad al-Abadi potrebbe essere vista con favore anche dalla stessa Turchia che potrebbe in questo modo beneficiare delle politiche messe in atto dal governo di Baghdad.

La questione economica sarà uno dei temi decisivi di questa tornata elettorale. Pochi mesi fa, in Kuwait si è tenuta una conferenza per la ricostruzione dell’ Iraq dove sono stati messi a disposizione dalla Comunità Internazionale 30 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del necessario. A seconda dell’ esito delle elezioni, la ricostruzione potrebbe trovare un accelerazione o un rallentamento?

Qualunque governo dovrà occuparsi di queste questioni e al-Abadi è stato molto criticato in questi ultimi mesi. Perciò, nel caso fosse rieletto, avrebbe questa come priorità assoluta. Ma l’ organizzazione di una conferenza è stata una mossa del governo per dimostrare che c’è un processo in corso e che non deve essere interrotto altrimenti si rischia di ricominciare da capo. Come per altri Paesi che hanno compiuto una fase di stabilizzazione e che si sono dotati di istituzioni più o meno democraticamente funzionanti, la vera sfida è la questione economica: come tradurre questa stabilità in possibilità di lavoro, in un miglioramento delle condizioni di vita.

Quelle che si terranno domani sono le prime elezioni dopo la lotta e la sconfitta dello Stato Islamico. In che modo, secondo lei, questa sfida ha cambiato il panorama politico e sociale iracheno, considerando che, per rispondere alla minaccia dell’ IS, si era creata una maggiore, almeno apparente, coesione nel tessuto collettivo?

Nel 2017, non solo la risposta allo Stato Islamico, ma anche la questione del referendum curdo ha sicuramente dato all’ Iraq una maggiore consapevolezza della propria diversità interna, ma anche della capacità di questi diversi gruppi di lavorare insieme per un obiettivo comune o per il Paese. Quindi, sicuramente la frammentazione politica è figlia di questi lunghi anni di guerre e di conflitti, ma c’è anche una maggiore consapevolezza della possibilità che queste differenze possano essere messe appianate o, comunque, messe a fattor comune per trasformarsi in qualcosa di costruttivo, come nel caso della lotta allo Stato Islamico. C’è, però, molto bisogno di tenere alta l’ attenzione perché ci sono rischi di una destabilizzazione da parte dello Stato Islamico dato che le cellule ancora presenti minacciano di ostacolare il processo elettorale. In questo senso, si vedrà se questo avrà un impatto sulla partecipazione degli elettori.

Dovendo fare una previsione, cosa aspettarsi dalle elezioni del 12 maggio?

E’ un momento così convulso che è difficile fare previsioni, ma è soprattutto difficile mantenere una coerenza nelle analisi. Probabilmente, la continuità emergerà come l’ elemento vincente. Continuità sia nelle figure chiave sia per quanto riguarda il cammino che l’ Iraq ha intrapreso negli ultimi anni e che credo proseguirà senza colpi di scena.

Anche perché, dalla caduta del regime, gli iracheni hanno sempre rispettato le scadenze elettorali.

Questo dimostra che il percorso istituzionale è ben tracciato. Ora bisognerà vedere come la politica farà seguito.

Senza dubbio,  potrebbe essere dirimente l’ abilità di trattativa di una figura come al-Abadi.

Occorrerà, infatti, sentire le voci di tutti e speriamo che il quadro che uscirà dalle elezioni permetta di condurre questo tipo di politica, continuando a lavorare per il pluralismo.

Secondo un recente sondaggio, l’ esercito iracheno gode del più alto livello di fiducia tra le principali istituzioni statali, più dei partiti politici. Perché?

Questo è un elemento che viene da lontano ed è una costante nei Paesi della regione dove c’è una persona forte come un primo ministro piuttosto che un sovrano che rappresentano il perno del sistema politico e poi, come nella tradizione autoritaria,  i partiti politici erano delle conchiglie vuote usate per distribuire cariche di potere. Nei Paesi dove si è assistito ad una transizione più o meno democratica, si è cercato di dare nuovo contenuto a queste istituzioni, ma la fiducia si è ancora manifestata poco perché ci vuole molto tempo e dei risultati tangenti prima che avvenga un’ inversione di tendenza. La fortuna è che c’è un buon bilanciamento tra le autorità civili e le autorità militari: non siamo nel rischio militarizzazione di un regime militare, anzi c’è una buona capacità della componente civile di penetrare quella militare. In questo senso, è stato fatto un ottimo lavoro da parte delle varie missioni, anche grazie al contributo italiano.

E il sentimento anti-occidentale risulta affievolito?

Pare essere diminuito però rischia di riemergere dato che l’ Iraq si trova in una regione delicata. C’è sicuramente un atteggiamento più rilassato che deriva soprattutto da una maggiore fiducia che gli iracheni hanno in loro stessi.

Visualizzando 2 di 2
Visualizzando 2 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore