domenica, Giugno 16

Iran e Iraq: un riavvicinamento è bene o male? Con il Professor Massimo Campanini parliamo dell'evolversi dei rapporti tra Teheran e Baghdad

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Nella sera del 13 gennaio, il Primo Ministro dell’Iraq, Adil Abdul-Mahdi, ha incontratto a Baghdad il Ministro degli Esteri dell’Iran, Muhammad Javad Zarif. Al termine dell’incontro, Abdul-Mahdi ha dichiarato che l’Iraq ha intenzione di rafforzare i propri legami di buon vicinato con tutti gli Stati mediorientali, compreso l’Iran. Inoltre, il Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, ha annunciato che il prossimo 11 marzo il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Hassan Rohani, visiterà la Capitale irachena.

Si tratta di un passo avanti notevole nei rapporti tra due Stati che, tra il 1980 ed il 1988, si sono fronteggiati in una sanguinosissima guerra. Le motivazioni ufficiali erano religiose ed ideologiche: l’Iran, a maggioranza sciita, aveva da poco inaugurato una nuova fase della sua Storia e, sotto la guida di Ruhollah Khomeini, aveva visto una rivoluzione islamica che aveva portato alla fuga dello Scià; dall’altra parte, l’Iraq, governato dal sunnita Saddam Hussein, era retto da un sistema laico. Le motivazioni ideologiche e religiose, però, nascondevano interessi di natura economica e politica: da un lato i due Paesi si contendevano una posizione di predominio sull’area del Golfo Persico, dall’altro l’Iraq agiva con il favore (se non l’istigazione) degli Stati Uniti, acerrimi nemici del nuovo regime di Teheran.

Molte cose sono cambiate dal 1988, in primo luogo la situazione dell’Iraq, dove la caduta di Saddam Hussein ha aperto un vuoto di potere che ha fortemente destabilizzato tutta l’area. Per quanto riguarda l’Iran, invece, i suoi rapporti con gli USA (e con il mondo occidentale in generale) hanno avuto fasi alterne. Dopo la distensione dovuta all’ascesa del moderato Hassan Rohani a Teheran e del democratico Barack Obama a Washington, si è passati ad una nuova fase di forte contrasto, coincidente con l’elezione di Donald Trump a Presidente USA.

C’è da chiedersi, quindi, come reagirà Washington alle recenti prove d’intesa tra Baghdad e Teheran. Fonti ufficiose hanno parlato di recenti contatti segreti tra la diplomazia statunitense e quella iraniana, al fine di tornare al tavolo delle trattative su una serie di questioni, prima tra tutte, quella del nucleare di Teheran: se così fosse, è possibile che l’apertura del Governo di Baghdad alla Repubblica Islamica sia stata concordata in precedenza con gli USA, nel momento in cui è stato annunciato l’imminente ritiro delle truppe di Washington dal Paese.

Ammesso che si tratti di informazioni corrette, Washington non è l’unico attore in campo. Nell’area, infatti, sono molto attivi la Turchia, che recentemente ha aperto un contenzioso con gli USA sulla questione dei curdi sul confine turco-siriano, l’Arabia Saudita e, naturalmente, Israele: si tratta di tre Paesi che, per ragioni diverse, considerano l’Iran un nemico ed è improbabile che siano disposti a restare a guardare mentre Teheran rafforza le proprie posizioni in Iraq. Per tentare di chiarire questi punti, abbiamo parlato con il Professor Massimo Campanini, esperto si Storia dell’Islam e dell’area mediorientale.

 

Le frasi del Primo Ministro iracheno, Abdul-Mahdi, che ha parlato dell’intenzione di Baghdad di stringere rapporti più stretti con Teheran, e quelle del Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, che ha parlato della probabile visita del Presidente della Repubblica Islamica, Rohani, nella Capitale irachena il prossimo 11 marzo, lasciano intravedere una nuova fase nei rapporti tra i due Paesi?

Da un certo punto di vista direi proprio di sì. Oggi, dopo quello che è successo dalla guerra di Bush nel 2003, l’Iraq è di fatto un Paese fallito: esiste una entità politica che si chiama Iraq ma, al di sotto di ciò che appare in superficie, esistono tre zone, ovvero il nord curdo, il centro arabo sunnita e il sud arabo sciita, che sono, se non indipendenti, quanto meno fortemente autonome; ognuna di queste tre entità ha dei propri interessi che non sempre collimano con gli interessi degli altri. Un altro aspetto da tener presente è che, nel quadro di questa situazione, l’elemento arabo del centro-sud è nettamente separato dall’elemento curdo del nord: sono due realtà che hanno tradizioni, storie, usi e costumi diverse. Il fatto che il Primo Ministro iracheno si incontri con il Ministro degli Esteri iraniano e che Rohani voglia arrivare a Baghdad è, a mio avviso, un segno abbastanza evidente del fatto che l’Iraq, o per lo meno la parte del sud sciita dell’Iraq, stia tentando di porsi in maniera più positiva nei confronti dell’Iran. C’è poi una terza variabile da tenere in considerazione: in Iraq il petrolio si trova nel nord e nel sud, ovvero nei territori dei curdi e degli sciiti; i centro sunnita ha molto meno petrolio. Il fatto che l’Iran cerchi di rilanciare la propria presenza in Iraq e quindi, in qualche modo, di lasciare un’orma importante nel Paese dipende da queste tre variabili: in primo luogo, il fatto che l’Iraq è un Paese solo apparentemente unito ma in cui le tre componenti vanno ognuna nella propria direzione; in secondo luogo, il fatto che il petrolio gioca ancora un ruolo molto importante in quanto si trova nel territorio curdo, ostile all’Iran, e nel territorio sciita, favorevole all’Iran; in questo contesto, il centro sunnita, trovandosi come un vaso di coccio tra due vasi di ferro, non può che abbozzare a quella che potrebbe essere una soluzione tutto sommato vantagiosa.

Dopo la Guerra che ha visto i due Paesi scontrarsi violentemente tra il 1980 e il 1988, come si sono evoluti i rapporti tra Iran e Iraq? Si è trattato di rapporti sempre tesi o c’è stata una distensione graduale?

Quando Saddam Hussein ha invaso l’Iran nel 1980, a solo un anno dalla Rivoluzione Iraniana di Khomeini, utilizzò il pretesto di voler dare una spallata al regime sciita di Teheran. A Saddam Hussein, in realtà, non interessava nulla della religione, anche se ufficialmente era sunnita: in realtà, tra Iran e Iraq c’erano delle rivalità di tipo geopolitico, strategico ed egemonico, sempre legate alla questione del petrolio. Quando la guerra finì, nel 1988, Khomeini, che morì l’anno seguente, disse che l’Iraq era un Satana: questo perché l’Iraq era stato sostenuto dagli Stati Uniti con una quantità enorme di soldi ed armi, affinché combattesse una sorta di guerra per procura contro l’Iran che, a quell’epoca, era il nemico comune. Data questa situazione, è evidente che i rapporti tra Iran e Iraq, finché c’è stato Saddam Hussein, non potessero che essere rapporti di ostilità. Quando Saddam Hussein è caduto a causa della sciagurata guerra di Bush, che invadendo l’Iraq e facendo cadere il regime ha provocato l’apertura del vaso di Pandora i cui effetti oggi possiamo osservare, la disgregazione dell’Iraq ha aperto un vuoto in cui l’Iran ha avuto modo di entrare, proprio per il tipo di rapporto privilegiato che Teheran poteva avere e ha con il sud sciita. Questo ha fatto in modo che i rapporti tra Iran e Iraq dovessero inevitabilmente migliorare: una parte di ciò che si era salvato dal disastro dell’ex-Stato di Saddam Hussein aveva tutto l’interesse di aprire all’Iran per avere un appoggio nella ridiscussione degli equilibri estremamente precari di quella regione così importante dal punto di vista strategico ed energetico.

Quale potrebbe essere la reazione degli USA di Donald Trump ad un avvicinamento del nuovo Stato iracheno a Teheran? Quanto può aver pesato o potrà pesare, su questo avvicinamento, la notizia ufficiosa di una richiesta da parte di Washington di riaprire le trattative con la Repubblica Islamica, probabilmente sul nucleare iraniano?

La linea di Trump di incrementare le sanzioni contro l’Iran, cambiando completamente la politica di apertura verso Teheran degli ultimi tempi di Obama, è un’idiozia, anche se è esattamente ciò che in passato aveva già fatto anche Bush. Dal punto di vista della politica delle sanzioni, gli Stati Uniti non possono che vedere negativamente un asse più robusta tra Iraq e Iran. Se negli Stati Uniti, che hanno sempre avuto delle politiche assolutamente sbagliate nei confronti del Medio Oriente, prevalesse un po’ di intelligenza geopolitica e ci fosse un’apertura in questa direzione ufficiosa, allora forse anche la politica statunitense potrebbe essere più equilibrata e vedere anche un’intesa di questo genere come un’opportunità per riequilibrare quelli che sono i pericolosi giochi della regione.

Quali conseguenze potrebbe avere, nell’area mediorientale, l’avvio di più stretti rapporti tra i due Paesi? in particolare, come reagirebbero Turchia ed Arabia Saudita, da un lato, e Israele, dall’altro?

Turchia, Arabia Saudita, Israele ed Iran sono i quattro attori che adesso stanno giocando la più importante partita a scacchi del Medio Oriente: tutti e quattro hanno interessi divergenti tra loro. L’Iran è sciita, l’Arabia Saudita e la Turchia sono sunnite; Israele, dal canto suo, non ha rapporti positivi con le potenze della zona; contemporaneamente la Turchia, anche se sunnita, è contro l’Arabia Saudita e viceversa. Ognuno di questi quattro attori segue delle politiche tutt’altro che omogenee e coincidenti tra loro: è quindi impossibile prevedere cosa potrebbe succedere. Un rafforzamento dell’Iran certamente sarebbe malvisto da tutti gli altri tre protagonisti: l’Iran è un osso abbastanza duro anche dal punto di vista militare. Anche se in teoria Turchia ed Israele sono più potenti, bisogna considerare che gli interessi di Ankara e Tel Aviv sono tra loro diversi: è quindi impossibile prevedere quali potrebbero essere gli effetti di un eventuale avvicinamento tra Iran ed Iraq. Trattandosi di un gioco tattico e strategico tra questi quattro attori, armati l’uno contro l’altro, bisogna tenersi pronti a rispondere ad ogni eventualità. Dal punto di vista teorico, né la Turchia, né l’Arabia Saudita, né Israele hanno interesse nel vedere un rafforzamento dell’Iran in Iraq; a parte Israele, dove il potere è retto da delle teste calde come i sionisti estremi, non credo però che, gli altri due attori siano interessati ad aprire una nuova fase idi scontro armato. Israele, dall’inizio dell’epoca Netanyahu, ha sempre detto di essere pronto ad attaccare l’Iran: mi auguro che non faccia una sciocchezza di questo genere perché questo sarebbe un altro vaso di Pandora che verrebbe aperto scatenando venti di cui è impossibile prevedere gli effetti. L’intensificazione dei rapporti tra Iran e Iraq potrebbe essere un elemento di stabilità nella misura in cui sarebbe anti-ISIS: innanzi tutto, però, bisogna sapere che cos’è l’ISIS, cosa su cui io nutro grossi dubbi. Se guardiamo alla politica delle quattro grandi potenze regionali, però, non è automaticamente detto che questa mossa possa favorire la stabilità: personalmente, penso il contrario.

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