martedì, Novembre 12

Iran-USA: insicurezza petrolifera nel Golfo, Trump brinda con scisto Ecco cosa c’è dietro le schermaglie sul Golfo e l’insensibilità americana

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Tensione sempre più alta nel Golfo. Ieri due fatti in quasi perfetta successione. I Guardiani della rivoluzione iraniani hanno annunciato di aver fermato nello Stretto di Hormuz unapetroliera straniera che trasportava greggio di contrabbando’. I dodici membri dell’equipaggio sono stati presi in custodia. Il sequestro è avvenuto domenica scorsa a sud dell’isola iraniana di Larak. 

Poche ore dopo, il Presidente Usa Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti avevano abbattuto un drone iraniano nello stretto di Hormuz, dopo che si era avvicinato pericolosamente a un’imbarcazione statunitense, senza precisare se il drone fosse armato o meno.
Quasi immediatamente arriva la risposta di Teheran: «Non abbiamo avuto nessuna informazione relativa alla perdita di un nostro drone oggi», ha detto il Ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, entrando nel Palazzo di vetro delle Nazioni Unite a New York, dove era programmato un incontro con il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres.

Questo mentre, da una parte Zarif aveva fatto intendere di essere pronto offrire un accordo agli Stati Uniti in cui accetterebbe formalmente e permanentemente ispezioni rafforzate sul suo programma nucleare, in cambio della revoca permanente delle sanzioni americane; dall’altra, il segretario al Tesoro americano, Steve Mnuchin, annunciava una serie di sanzioni contro una rete di persone e aziende ritenute coinvolte nelle forniture per il programma nucleare iraniano  -una rete di sette entità e cinque individui basati in Iran, Cina e Belgio avevano come obiettivo aiutare Teheran ad «acquisire materiale nucleare e favorire le maligne ambizioni del regime». 

Nella notte europea, il vice Ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, ha affermato che il drone abbattuto non era iraniano bensì americano. Gli Stati Uniti avrebbero abbattuto «un loro drone» nello Stretto di Hormuz «per errore», negando che l’Iran abbia perduto ieri un proprio velivolo senza pilota. «Non abbiamo perso alcun drone nello Stretto di Hormuz o altrove», ha aggiunto Araghchi. 

Nelle stesse ore la ‘CNN’ annuncia che gli Stati Uniti si starebbero preparando a inviare 500 soldati in Arabia Saudita, in aggiunta alle truppe già presenti nel Regno wahabita, ciò in considerazione delle forti tensioni con l’Iran. Si consideri che identici annunci erano stati fatti a maggio (1.500) e a giugno (1.000). Le truppe dovrebbero essere dislocate nella base aerea Prince Sultan, a est della capitale Riyad.
Appena da segnalare l’ennesima disapprovazione alle politiche di Trump in Arabia Saudita da parte del Congresso: mercoledì la Camera aveva votato per bloccare le vendite di armi di emergenza volute da Trump per Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, con un rimprovero agli alleati statunitensi per il loro coinvolgimento nella guerra civile yemenita e presunti abusi dei diritti umani.
Intanto da Teheran  il comandante generale dei Guardiani della Rivoluzione islamica, Hussein Salami, afferma: «L’Iran adotta una strategia difensiva, ma se i nemici commettono qualsiasi errore (…) la nostra strategia potrebbe diventare offensiva».  

La successione frenetica è l’immagine della crescita della tensione tra Iran e Stati Uniti.

Al centro di questa escalation vi è Trump, ovvero la sua politica di massima pressionesull’Iran per stroncare le sue capacità nucleari.  Trump, come riferito da ‘Reuters’ ha detto di essere pronto a prendere provvedimenti militari per impedire a Teheran di ottenere una bomba atomica, ma ha lasciato aperto se appoggerebbe l’uso della forza per proteggere le forniture di petrolio del Golfo  -per il momento preferisce inviare truppe americane in supporto a quelle saudite.
Insomma, come sostiene Hadi Fathallah, direttore del Levant and Gulf Cooperation Council del NAMEA Group, la protezione del petrolio che transita nel Golfo «non è un problema americano, secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump», piuttosto il problema è degli esportatori di petrolio del Golfo e degli importatori asiatici  -Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Singapore.
Il principale chokepoint geopolitico del mondo per le forniture globali di petrolio «è diventato irrilevante sotto l’Amministrazione Trump».

La politica di ‘massima pressione’ dell’Amministrazione Trump verso l’Iran si concentra sullo sviluppo nucleare dell’Iran, non sulla sicurezza petrolifera del Golfo. La motivazione principale è che gli Stati Uniti non dipendono più dal petrolio proveniente dal Golfo  -importano solo circa 900.000 barili al giorno, circa il 9% delle importazioni totali di greggio e di petrolio negli Stati Uniti. La sicurezza petrolifera del Golfo ha perso la sua importanza per gli Stati Uniti. A ciò si aggiunga che se il transito nel Golfo è un problema per la Cina soprattutto non può che far piacere alla Casa Bianca.

Secondo Fathallah, i rischi di questa politica di Trump non sono da sottovalutare: «l’Amministrazione Trump sta separando la sicurezza petrolifera del Golfo dalla politica nucleare verso l’Iran, ma la massima pressione politica potrebbe significare la massima interruzione da parte di Teheran. Potrebbe impegnarsi nella chiusura dello Stretto di Hormuz, anche se impedisce all’Iran di esportare il proprio petrolio e di devastare ulteriormente l’economia». Il che si riverberebbe pericolosamente su Arabia Saudita e sugli altri Paesi Consiglio di cooperazione del Golfo. In caso di chiusura dello stretto, l’esportazione di greggio e prodotti petroliferi per tutte le Nazioni del Golfo si bloccherebbe. Ciò significherebbe un’importante perdita di reddito, poiché la maggior parte delle economie del GCC dipendono dalle entrate petrolifere fino all’80% del bilancio nazionale, la ripresa dal crollo del prezzo del petrolio del 2014 si bloccherebbe, si minerebbe la base finanziaria di questi Paesi, primo tra tutti Arabia Saudita, dove il progetto Vision 2030, già in difficoltà, si bloccherebbe.
Tutto questo non farebbe certo molto piacere agli alleati arabi, per tanto le conseguenze non sono prevedibili, ma sembra scontato che conseguenze ve ne sarebbero.

Se anche non si arrivasse alla chiusura dello Stretto di Hormuz, ma gli attacchi non venissero bloccati, si esaspererà la situazione attuale, ovvero quella relativa ai costi di esportazione/importazione del greggio.  
I costi di spedizione sono quasi raddoppiati rispetto a giugno dopo i sabotaggi, con costi di assicurazione dell’autocisterna in aumento di sei volte dall’inizio del 2018. Con la stabilizzazione del rischio attacchi, l’aumento dei premi per assicurare le petroliere e il declino degli ordini di trasporto da parte dei principali operatori cisterna, da e per il Golfo, interesserà tutti i Paesi esportatori del Golfo e gli importatori. Da tenere presente che la regione rappresenta circa un terzo di tutte le spedizioni mondiali di petrolio via nave. Questi prezzi di trasporto impazziti spingeranno i Paesi produttori del Golfo a ridurre i loro prezzi all’esportazione e ridurre i loro margini per rimanere competitivi. 

Ecco cosa c’è dietro le schermaglie sul Golfo e l’insensibilità americana per la questione petroliere:  l’insicurezza petrolifera del Golfo sta cementando l’aumento delle esportazioni di petrolio di scisto americano e rendendolo più competitivo. L’aumento del petrolio e del gas shale americano, abbinato a minori costi di transazione e premi di rischio, lo renderà più competitivo. Gli Stati Uniti presto toglieranno la quota di mercato dei Paesi esportatori del Golfo

Certamente Trump avrà raggiunto l’obiettivo di spingere l’economia americana e direttamente i petrolieri suoi sostenitori e finanziatori, ma la sua è una politica evidentemente molto pericolosa, azzardata, perché il mercato petrolifero sarà sconvolto, i Paesi del Golfo a rischio crisi economica devastante per la già fragile sicurezza dell’area.

 

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