mercoledì, Agosto 21

Iran – USA: guerra sì, ma di logoramento, per il momento Le sanzioni americane all’Iran alla base dell’escalation tra Teheran e Washington, e ora gli USA vorrebbero rafforzarle colpendo gas e il meccanismo finanziario europeo INSTEX

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Ieri all’alba -sette giorni dopo l’attacco a due petroliere nel Golfo dell’Oman, che secondo Washington è stato organizzato da Teheran-, l’Iran, per mano dei suoi pasdaran, ha abbattuto un drone-spia Usa in volo sullo Stretto di Hormuz, vicino a Kouh-e Mobarak.  Secondo Teheran il drone-spia americano aveva violato lo spazio aereo iraniano e aveva l’apparecchiatura di identificazione disattivata. Partito da una base aerea a stelle e strisce nel sud del Golfo, volava sulla provincia meridionale di Hormozgan ed è stato colpito quando è entrato nello spazio aereo del distretto di Kouhmobarak. «Pezzi del drone militare sono stati recuperati nelle NOSTRE acque territoriali», ha poi dichiarato  il Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif.
Gli Usa hanno da prima negato ogni movimento nell’area, poi, dopo qualche ora, hanno ammesso l’abbattimento, sostenendo che il drone volava nello spazio aereo internazionale, a «34 km dalle coste iraniane». Il velivolo senza pilota, secondo il Pentagono, era un MQ-4C Triton, costato 130 milioni di dollari e in grado di volare in missioni di ricognizioni per 24 ore con un sensore che fornisce una visuale a 360 gradi.

Il prezzo del petrolio è subito schizzato alle stelle (+3% chiudendo a 56,65 dollari al barile), e forse mai come ieri la guerra tra Iran e USA è stata così vicina.

Sul finire della giornata, poi, i toni dalle due parti si sono ridotti, ma certo il rischio di scontro armato tra i due Paesi resta elevatissimo. Già una settimana fa gli analisti ipotizzavano il Golfo dell’Oman come scenario del futuro conflitto offshore.
Il Presidente USA, Donald Trump, ha dichiarato «Non voglio una guerra; anzi, voglio proprio l’opposto», e «Mi risulta difficile credere che sia stato un atto intenzionale. Probabilmente l’Iran ha commesso un errore. Immagino che un generale o qualcuno abbia abbattuto il drone per errore, qualcuno che sia stato incapace o stupido».
Per il Governo di Teheran l’azione statunitense è stata «aggressiva e provocatoria», ma Zarif  ha sottolineato «Non cerchiamo la guerra, ma difenderemo con zelo i nostri cieli, terra e acque». Il comandante in capo dei Pasdaran, il generale Hossein Salami, ha detto che la violazione dei confini della Repubblica islamica dell’Iran «rappresenta la nostra linea rossa»: l’abbattimento, ha aggiunto il generale,  «un messaggio chiaro, chiaro e preciso da parte dei difensori dei confini della patria islamica dell’Iran».
L’allontanamento o meno della guerra dipende, secondo la gran parte degli analisti, dalla vittoria dei falchi o delle colombe, a Teheran come a Washington, l’escalation di tensione preoccupa anche il Pentagono, che mette in guardia dalrischio di errori di calcolo’.

Secondo fonti riportate dai media internazionali, nella riunione di ieri tra Trump, il suo Consigliere per la Sicurezza nazionale, John Bolton, favorevole a una risposta dura come lo fu per l’Iraq, e il Segretario di Stato, Mike Pompeo, il Presidente avrebbe detto «Guardate, io ho detto che voglio uscire da queste guerre infinite, mi batto per questo. Voglio uscirne».

Il problema è che  l’escalation che potrebbe portare a una di queste ‘guerre infinite’ è stata avviata proprio da Trump quando ha deciso, nell’estate 2018, la strategia che oggi sembra, alla maggior parte degli analisti, perdente: uscita degli USA dall’accordo sul nucleare (il Joint Comprehensive Plan of Action -JCPOA), imposizione di sanzioni finché l’Iran non accetterà un accordo di vasta portata che richiede, tra il resto, di rimuovere le sue forze dalla Siria, cessare il suo sostegno a gruppi militanti e porre fine all’arricchimento dell’uranio.

Nel corso dei mesi la tensione è cresciuta, quasi proporzionalmente al peso delle sanzioni sull’economia iraniana e all’incapacità dell’Europa -in veste di garante dell’accordo- di far rispettare l’accordo, anche imponendo a sua volta sanzioni agli USA.
Le ultime sette settimane sono state le più tese: con l’Iran che ha minacciato di superare il limite dell’arricchimento dell’uranio fissato dall’accordo JCPOA del 2015, attacchi alle navi che trasportano petrolio attribuiti all’Iran, gli Stati Uniti che dispiegano diverse navi, aerei da guerra, truppe e batterie antimissile nell’area, sempre gli USA che mandano nuove truppe nel Golfo, il reiterato rifiuto iraniano di sedere al tavolo della trattativa proposto da Trump, più o meno ‘sinceramente’. Il tutto mentre, secondo fonti governative USA (ma non c’è la conferma iraniana) nessun colloquio, sia pure non ufficiale e riservato, è in corso tra i due Paesi –ad esclusione del timido tentativo di apertura di un canale di dialogo da parte giapponese scorsa settimana.

L‘ipotesi dell’Amministrazione Trump era che l’Iran si sarebbe limitata a rispondere alla campagna di massima pressione economica con azioni militari calibrate, tipo  con attacchi per esempio contro petroliere straniere, magari dei Paesi alleati degli USA, dimostrando la sua capacità di danneggiare l’economia mondiale se l’Amministrazione Trump persiste con una campagna di sanzioni economiche punitive, ma che non si sarebbe azzardato ad attaccare le forze americane. L’abbattimento del drone di ieri dimostra che, anche in questo, gli USA hanno fatto male i calcoli.
L’Iran ha attaccato la struttura militare americana, ma ha attaccato un drone, cioè un aereo senza pilota, il che, secondo alcuni analisti, sarebbe stato un calcolo ben preciso, volto a non innescare la risposta militare degli Stati Uniti, considerato che l’attacco non ha provocato vittime umane. Calcolo esatto, infatti Trump ieri ai giornalisti ha detto: «Non avevamo un uomo o una donna nel drone. Avrebbe fatto una grande, grande differenza».
Per il momento gli USA si sono limitati a vietare alle compagnie aeree statunitensi di sorvolare lo spazio aereo controllato da Teheran sul Golfo e sul Golfo di Oman ‘fino a nuovo avviso’; questa mattina molte compagnie europee hanno deciso di modificare le loro rotte e non sorvolare l’area di tensione. Per quanto, secondo quanto riferito dal ‘New York Times, Trump, alle 19 di ieri ora locale, ha approvato attacchi militari mirati contro l’Iran e poi ha cambiato idea 10 minuti prima,  mentre gli aerei erano già in aria e le navi posizionate.  «Non è chiaro se Trump abbia solo cambiato idea o se l’Amministrazione abbia rivisto il piano per problemi logistici», né se gli attacchi siano solo posticipati. 

L’Iran potrebbe, secondo gli analisti, decidere di aumentare la tensione militare, aumentare la posta in gioco con lo scopo di ottenere un effetto leva se e quando partiranno le trattative con gli USA, avere in mano chips di contrattazione forte; la fine delle ostilità potrebbe essere messa sul piatto iraniano al tavolo al quale agli americani sarà richiesta la revisione dell’oramai superato JCPOA e la riduzione delle sanzioni.
Più o meno la strategia adottata dalla Corea del Nord.
Teheran deve solo fare attenzione a non esagerare con l’uso delle armi, l’eccesso militare potrebbe mettere a repentaglio il sostegno internazionale che hanno avuto dai Paesi che sono critici nei confronti del ritiro unilaterale di Washington dall’accordo nucleare.

Ali Vaez, direttore del progetto Iran presso l’International Crisis Group (ICG), sostiene che Teheran  -che nelle settimane scorse aveva già rifiutato di trattare con gli USA per un nuovo accordo sul nucleare-, manterrà ferma la sua decisione di non sedersi al tavolo della discussione sotto la pressione delle sanzioni, sottolineando il fatto positivo della creazione di una linea telefonica speciale tra i due Eserciti. Un primo passo, se non altro per diminuire la pressione militare.

Le sanzioni e la conseguente crisi economica del Paese (che ha creato difficoltà e scompiglio politico all’interno), espressione della ‘violenza’ dell’Amministrazione Trump contro l’Iran –insieme all’inettitudine europea– sembrano essere uno dei pilastri centrali dello scontro.
Per altro, proprio ieri, la UE ha annunciato che si terrà il prossimo 28 giugno a Vienna una riunione dei Paesi firmatari l’accordo internazionale sul nucleare, siglato nel 2015 con Teheran. Gran Bretagna, Germania, Francia, Cina e Russia discuteranno con la delegazione dell’Iran il modo in cui consolidare l’accordo dopo il ritiro degli Stati Uniti, e le sanzioni saranno al centro del dibattito.

Il duro programma di sanzioni in atto -e altre ne sono state minacciate- avevano in obiettivo,  indebolendo l’economia e di riflesso le capacità militari dell’Iran, la riduzione del programma nucleare iraniano e l’inversione del comportamento assertivodell’Iran in Medio Oriente,  tali politiche hanno finora avuto l’effetto opposto.

Ciò nonostante, gli USA si starebbero preparando ad applicare sanzioni ancora più rigide al settore del gas iraniano, garantendosi al tempo stesso che il meccanismo europeo per consentire attività in corso con l’Iran non abbia successo.  INSTEX, il meccanismo finanziario a sostegno degli scambi commerciali creato da Francia, Gran Bretagna e Germania, a gennaio, per consentire il commercio in corso con l’Iran, potrebbe essere sanzionato dagli Stati Uniti, potrebbero essere sanzionate le società e Paesi che lo utilizzano, prevedendo la perdita di accesso al sistema finanziario statunitense.

L’obiettivo della nuova tornata di sanzioni, in questo caso, è limitare i proventi delle esportazioni di energia dell’Iran a non più di 14 miliardi di dollari all’anno, secondo quanto riportato, ieri, da ‘OilPrice, citando una fonte del settore energetico che lavora a stretto contatto con il Ministero del Petrolio iraniano: «Questo è il livello di entrate in obiettivo degli Stati Uniti» che dovrebbe far scoppiare «una rivolta popolare per rimuovere l’attuale regime a Teheran, ma non per provocare un vero disastro umanitario».

Le esportazioni iraniane di petrolio sono scese a circa 400.000 barili al giorno a maggio, meno della metà del livello di aprile, e in calo da circa 2,5 milioni di barili nell’aprile dello scorso anno, secondo i dati riportati da ‘OilPrice’. A ciò si aggiunga il fatto che  l’Iran è costretto vendere il suo petrolio a prezzi molto scontati, la riduzione stimata è tra il 22% e il 25% rispetto al prezzo ufficiale di vendita. E questo pur avendo recentemente concluso un accordo con l’Iraq per vendere parte del suo petrolio attraverso le rotte di esportazione dell’Iraq e fatto transitare come petrolio iracheno.
Accordo, per altro, che non sembra funzionare molto. Lo scorso 19 giugno, ha riferito ‘The Wall Street Journal, ENI ha respinto un carico di greggio sospettato di essere greggio iraniano, pertanto sottoposto alle sanzioni americane, e tracciato invece come petrolio dell’Iraq. Il carico era destinato alla raffineria di Milazzo, in Sicilia, a bordo di una nave battente bandiera della Liberia, la White Moon, rispedita indietro al mittente, la Nigeria Oando PLC.

Prima che le sanzioni entrassero in azione, il bilancio dell’Iran era previsto su circa 30 miliardi di dollari dall’esportazione di condensati di petrolio e gas. Una grossa fetta di questi fondi andavano a coprire le spese correnti, quali gli stipendi per i quasi cinque milioni di impiegati, le pensioni, ecc… Con il venir meno di questi introiti è chiaro che queste spese diventano insostenibili. E’ qui che potrebbe scattare quella che gli americani auspicano, ovvero la rivolta popolare, prima della crisi umanitaria (quella sul modello venezuelano).
Negli ultimi giorni, il Tesoro degli Stati Uniti ha proibito alle società di fare affari con il più grande gruppo petrolchimico iraniano, la Persian Gulf Petrochemical Industries Company, infatti sanzionare le esportazioni di gas è il prossimo passo nel programma di ‘strozzamento dell’economia iraniana’ degli Stati Uniti. Sanzioni che troverebbero l’Unione europea fortemente contraria, considerato il bisogno dell’Europa del gas iraniano.

Un fatto, che le varie fonti vicine alle stanze dei bottoni delle due capitali sono allineate nel confermare: lo scontro militare è una delle possibilità, ma l’opzione preferita, da Washington rimane una guerra di logoramento’ dell’Iran. Molto difficile che l’Iran si lasci logorare senza reagire. Oggi Teheran ha ribadito di non volere «alcun dialogo» con gli Stati Uniti, ma «accetta» la lettera in cui Donald Trump invita la Repubblica islamica al negoziato.

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