domenica, Ottobre 25

Iran – USA: da tempesta a pioggia? A due anni dall’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano e dall’avvio della politica trumpiana di ‘massima pressione’, tra i due Paesi potrebbe esserci uno scambio di prigionieri che potrebbe segnare l’inizio di qualcosa di nuovo

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L’8 maggio scorso ha segnato il secondo anno dalritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano, il Piano d’azione comune congiunto (Joint Comprehensive Plan of ActionJCPOA), e dall’avvio della politica trumpianadella così detta ‘massima pressione’.
L’obiettivo della linea adottata dalla Casa Bianca di Donald Trump era far capitolare l’Iran. Obiettivo fallito. A sostenerlo sono tutti i principali analisti politici e militari. Certo, l’Iran ha vissuto due anni di autentico inferno, assediato, chiuso, sempre più affamato, e ora con una crisi sanitaria che ha reso l’idea di quanto la politica possa essere del tutto amorale.

All’inizio della crisi da coronavirus Covid-19, gli Stati Uniti, per quanto da più parti sollecitati, non solo non hanno allentato le sanzioni draconiane imposte a Teheran, per permettere almeno l’ingresso nel Paese di forniture sanitarie indispensabili per salvare vite umane -non donate, pagate in danaro contante dagli iraniani-, ma addirittura ha rafforzato tali sanzioni.
Ora, a distanza di qualche settimana, lo scenario sembra cambiare. E’ delle scorse ore la notizia, della possibilità di uno scambio di prigionieri tra l’Iran e gli USA.

L’8 maggio, a due anni esatti dalla ‘rottura’ degli USA sul nucleare iraniano, è stata fatta filtrare la notizia di uno scambio di prigionieri, l‘Iran ha annunciato di essersi dichiarato pronto a uno scambio di prigionieri totale esenza condizioni preliminari’ con gli Stati Uniti. «Abbiamo detto qualche tempo fa che siamo pronti a scambiare tutti i prigionieri iraniani e americani», ha detto il portavoce del Governo, Ali Rabiei. «Ora sembra che l’America sia più pronta di prima a porre fine a questa situazione», ha aggiunto.
Secondo alcune fonti, per altro, lo scambio avrebbe già dovuto avvenire a febbraio, per tanto le trattative erano aperte da mesi. E’ il canale diplomatico che probabilmente è sempre stato aperto, non si è mai chiuso nel corso di questi due anni.
Lunedì 11 maggio, il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, avrebbe chiamato il Ministro degli Esteri svizzero, Ignazio Cassis, per discutere del possibile rimpatrio di cittadini statunitensi detenuti in Iran. La Svizzera, infatti, rappresenta gli interessi statunitensi in Iran da quando le relazioni sono state interrotte, nel 1979, e ha mediato e fornito un canale umanitario tra i due. Il rilascio dei prigionieri statunitensi, secondo fonti americane richiamate dai media internazionali, «dovrebbe essere immediato e senza condizioni».Lo scambio sarebbe il rilascio da parte dell’Iran delveterano della Marina degli Stati Uniti, Michael R. White, detenuto in Iran per quasi due anni , con un medico iraniano-americano non identificato detenuto negli Stati Uniti.

Un fatto che potrebbe voler dire molto poco, anche perché c’è un precedente di scambio di prigionieri mentre i due Paesi erano allo scontro duro e lì sono rimasti, nulla è cambiato nei loro rapporti. A dicembre, infatti, l’Iran aveva rilasciato Xiyue Wang, uno studente laureato dell’Università di Princeton detenuto per 3 anni e mezzo. Certo. E in questo momento qualsiasi previsione sarebbe più che avventata, del tutto stupida. E però si può e si deve mettere in fila alcuni altri fatti, che se collegati potrebbero indicare che la rotta forse sta per modificarsi. Da ‘tempesta’ il barometro potrebbe virare a ‘pioggia’, fosse pure molto intensa e con grandine.

Intanto chiariamo subito il quadro nel contesto del quale stanno accadendo questi fatti.

La politica di massima pressione ha dato risultati pari a zero, anzi, non ha fatto altro che avvelenare il clima. Con l’Iran che è sempre più rancoroso nei confronti degli USA, ma anche degli altri potenziali partner nel percorso volto a trovare una soluzione alla questione nucleare, in primis l’Europa. All’Europa l’Iran rimprovera e non da oggi, ma oggi lo fa apertamentedi non essere stata non solo capace ma intenzionata a far rispettarel’accordo agli Stati Uniti, dovere della UE, in quanto garante dell’accordo. Con gli USA che si sono trovati spiazzati dalla tenuta dell’Iran e sono arrivati al punto di decidere di violare qualsiasi norma di diritto internazionale pur di provare a spezzare la schiena a Teheran, tanto da uccidere premeditatamente, e in una operazione autorizzata direttamente dal Presidente, il generale Qassem Soleimani, portando la tensione alle stelle, tanto da sfiorare lo scoppio di una guerra USA-Iran che sarebbe stata pericolosissima, e non soltanto per i contendenti.
David Mortlock, Senior Fellow dell’Atlantic Council, in un recente report sul ritiro americano dall’accordo, sottolinea la campagna di ‘massima pressione’ ha inflitto danni economici all’Iran, ma in quanto a risultati politici ha fallito su tutta la linea.
A ciò si aggiungano i
danni collaterali:indebolimento della diplomazia e del multilateralismo nel sistema internazionale, via libera al calpestamento del diritto internazionale, apertamente violato senza conseguenza alcuna -tutti si possono sentire autorizzati a violarlo-, e del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, erosione dell’affidabilità degli Stati Uniti sullo scenario internazionale,rafforzamento dei conservatori che si oppongono a qualsiasi ripresa di relazioni con gli USA in Iran.

Gli Stati Uniti, colti di sorpresa, sono piombati nella crisi Covid-19 e da settimane stanno arrancando. Anzi, serve precisare: arranca la Casa Bianca, perché molti governatori si sono dimostrati decisi ad affrontare a viso aperto politiche anche molto impopolari -il lockdown, per esempio- pur di provare a governare il potenziale disastro. Una Casa Bianca, un Donald Trump che si attendeva tutto sommato una campagna elettorale da condurre con parecchi assi nella manica e pochi problemi, e che il coronavirus gli ha mandato a carte quarantotto, portandolo a dichiarazioni e atteggiamenti schizofrenici, quando non ridicoli.

E ora passiamo a quei pochi, ma forse importanti, fatti che hanno preceduto la notizia dello scambio di prigionieri?

Il primo fatto risale all’inizio della crisi sanitaria in Iran: Teheran, a marzo, ha richiesto finanziamenti di emergenza del Fondo Monetario Internazionale (FMI) per 5 miliardi di dollari per combattere l’epidemia di coronavirus. E’ la prima volta di una richiesta del genere dall’Iran.
E’ importante il come lo ha chiesto.
L’Iran, causa le sanzioni americane, ha circa 70 miliardi di dollari in valuta estera bloccati in banche straniere in tutto il mondo, bloccati perché le banche non hanno dato accesso, a Teheran, a tali fondi per non incorrere nelle sanzioni statunitensi. Il prestito richiesto sarebbe stato garantito da questi fondi. Chiedendo il prestito al FMI di fatto è come se l’Iran avesse chiesto alla direzione del Fondo di ottenere l’approvazione all’accesso ai fondi dall’Amministrazione Trump per aprire quel canale finanziario che la Banca centrale dell’Iran ha trovato sempre più chiuso.
Teheran ha altresì precisato che il denaro verrebbetrasferito tramite INSTEX e il canale di pagamento del Governo svizzero e verrà utilizzato esclusivamente per l’importazione di medicine e attrezzature mediche.
Washington si è opposto al prestito. Dal punto di vista legale, gli Stati Uniti non sono in grado di ostacolare le prestazioni di istituzioni e organizzazioni internazionali, ma si sa bene che l’FMI risponde agli Stati Uniti.
Attenzione però:
il prestito al momento non risulta negato, il ‘NO’ ufficiale non è ancora arrivato. Circa un mese fa, Jihad Azour, direttore del Medio Oriente e Centro dell’FMI Dipartimento dell’Asia, ha dichiarato a ‘Reuters’: «il processo di acquisizione delle informazioni necessarie per valutare la richiesta richiede tempo».

Il secondo fatto è militare. Lo scorso 7 maggio si è diffusa la notizia che gli Stati Uniti stavano ritirando i sistemi antimissili Patriot dall’Arabia Saudita, per altro prendendo in considerazione riduzioni di altre capacità militari. Un atto che da tutti gli analisti è stato interpretato come la riduzione della portata dell’azione di deterrenza militare americana -iniziata a seguito di una serie di attacchi alle strutture petrolifere saudite dell’anno scorso- nei confronti dell’Iran. Tale decisione si baserebbe sulla valutazione di alcuni funzionari secondo cui Teheran non rappresenta più una minaccia immediata per gli interessi americani,

Il giorno dopo, l’8 maggio, si è diffusa la notizia di un possibile scambio di prigionieri.

Alcuni osservatori sostengono che Trump potrebbe aver ormai concluso che il JCPOA non era, di fatto, il peggior affare nella storia degli Stati Uniti, mentre l’uscita dall’accordo è statosicuramente il suo più grande errore in politica estera.
L’Iran, da parte sua, ha tutto l’interesse a dimostrarsi disponibile al dialogo se non gravato da precondizioni che possano farlo apparire sottomesso. Considerando che gli iraniani sono molto pragmatici, possono aver valutato che in attesa che gli auspici su novembre si avverino e vi sia un cambio di guardia alla Casa Bianca, meglio non sottovalutare l’ipotesi che i prossimi 5 anni siano ancora trumpiani.
Non ci sarebbe da stupirsi se, dopo lo scambio di prigionieri, anche la questione del prestito del FMI trovasse uno sbocco positivo. E se così fosse la ‘necessità di tempo’ dichiarata da Jihad Azour di fatto sarebbe stato il ‘tempo’ necessario alle trattative tra i due protagonisti, e a quel punto potrebbe essere una trattativa volta andare ben oltre allo scambio di due prigionieri.
Trump potrebbe essersi accorto che è venuto il tempo di una politica diversa, capace di ottenere risultati concreti tanto da far risparmiare alla sua Amministrazione credibilità e quattrini, essere libero di concentrarsi su ben altre sfide, considerato che la politica dimassima pressionesta diventando costosa, troppo, e inconcludente altrettanto, e un uomo d’affari come lui sa bene quando mollare l’osso.

Le prossime settimane ci daranno qualche segnale, in quale direzione si vedrà.

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