domenica, Aprile 5

Iran – USA: continua la crisi Gli Stati Uniti inviano altri 1000 uomini nel Golfo per far fronte alla minaccia iraniana

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Gli Stati Uniti invieranno, dopo i 1.500 uomini inviati il 24 maggio, altri mille militari e ulteriori mezzi in Medio Oriente per far fronte alla minaccia iraniana, alla luce degli attacchi contro le petroliere nel Golfo dell’Oman: lo ha annunciato il segretario alla Difesa ad interim, Patrick Shanahan. «Ho autorizzato ulteriori 1.000 truppe per scopo difensivo per affrontare le minacce aeree, navali e terrestri in Medio Oriente», ha spiegato il capo del Pentagono, «i recenti attacchi iraniani confermano le informazioni che abbiamo ricevuto sul comportamento ostile delle forze iraniane, che minacciano il personale e gli interessi americani nell’area». «Gli Stati Uniti non cercano un conflitto con l’Iran», ha assicurato Shanahan.

La Russia è «seriamente preoccupata» per i piani degli Stati Uniti. Il viceministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, ha sottolineato che «per ora, non e’ stata ancora presa la decisione finale sul formato di un possibile, ulteriore dispiegamento Usa nella regione».
«Evidentemente, pero», ha aggiunto il viceministro, «si sta veramente andando verso un rafforzamento» della presenza militare Usa e questo «ci preoccupa seriamente, non solo perché aumenta i rischi di scontri e di tensioni indesiderate, ma anche perché non si capisce chiaramente dove vogliano arrivare le autorità di Washington».

Anche la Cina ha avvertito dei rischi in Medio Oriente dopo la decisione degli Stati Uniti di dispiegare altri mille soldati nella regione. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, a Pechino dove ha ricevuto il ministro degli Esteri siriano, Walid Al-Moualem.

Il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha dichiarato, All’inaugurazione del terminale Salaam dell’aeroporto internazionale dell’Imam Khomeini, a Teheran, che «l’Iran non vuole entrare in guerra con nessun Paese», nel tentativo di rasserenare gli animi dopo il suo ultimatum lanciato ieri sul superamento della soglia per l’arricchimento dell’uranio, prevista dall’accordo sul nucleare. E poi ha sottolineato che «i nemici hanno aumentato la pressione contro la nazione iraniana e, naturalmente, anche le misure di rappresaglia di Teheran sono aumentate». «La nazione iraniana sarà il vincitore finale di questo conflitto. Non combatteremo contro nessuna nazione, la nostra opposizione è a un gruppo di politici inesperti. Mentre i nemici sostengono che lo sviluppo dell’Iran è stato fermato nel tentativo di uccidere la speranza del popolo iraniano, stiamo assistendo a nuovi sviluppi e alla crescita dell’economia e della societa’ iraniana nonostante tutte le pressioni» ha affermato poi Rouhani.

Il 13 giugno, Due petroliere sono state attaccate al largo della costa dell’Oman, costringendo i membri dell’equipaggio di una nave in fiamme a fuggire. Era l’ultimo di una serie di assalti alle petroliere che trasportavano petrolio attraverso il Golfo. Le navi coinvolte erano la norvegese Front Altair, di proprietà della società Frontline, battente bandiera delle isole Marshall, che secondo l’agenzia ‘Irna’ trasportava un carico di etanolo dal Qatar a Taiwan, e la Kokuka Courageous della società giapponese Kokuka Sangyo, battente bandiera di Panama, che trasportava metanolo da Singapore all’Arabia Saudita. Un incidente, accaduto nelle stesse ore in cui il premier giapponese Shinzo Abe stava effettuando una visita storica in Iran per provare ad allentare la tensione fra la Repubblica islamica e gli Usa, una tempistica che per il Ministro degli Esteri iraniano, Javaz Zarif, è, appunto, ‘sospetta’:  «Gli attacchi di cui è stato riferito a petroliere legate al Giappone sono avvenuti mentre il primo ministro giapponese Shinzo Abe stava incontrando l’ayatollah Khamenei per colloqui estesi e amichevoli. Definirli sospetti non basta a descrivere ciò che probabilmente è successo stamattina. Il dialogo regionale proposto dall’Iran è imperativo», ha scritto su Twitter.

L’Iran prontamente aveva già condannato l’accaduto, esprimendo preoccupazioneper degli incidenti che ha definitosospetti’.

Gli Stati Uniti, per bocca del Segretario di Stato Mike Pompeo, poche ore dopo, hanno attribuito la responsabilità a Teheran, sostenendo che che «il sabotaggio contro le due petroliere è solo l’ultimo di una serie di recenti violenze compiute dall’Iran. … Nel complesso, questi attacchi non provocati rappresentano una chiara minaccia per la pace e la sicurezza internazionali».  Un aereo di sorveglianza della Marina degli Stati Uniti che sorvolava le petroliere colpite avrebbe individuato una mina inesplosa attaccata allo scafo del Kokuka Courageous, una delle navi danneggiate. Dai filmati si sarebbero trovate similitudini con il materiale usato per l’attacco di maggio alle quattro navi. L’aereo USA non sarebbe riuscito a recuperare la mina perché una motovedetta iraniana l’ha recuperata prima che gli americani potessero iniziare l’operazione, dall’aereo però gli americani hanno potuto filmare il tutto.

A maggio, le petroliere saudite, norvegesi e degli Emirati sono state attaccate al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti, causando danni ma senza vittime. Anche l’alleato degli Stati Uniti l’Arabia Saudita, rivale regionale dell’Iran, aveva accusato il governo iraniano. Regno Unito, Francia, Cina, Russia e Germania si sono impegnati a rispettare i termini dell’accordo. Ciononostante, le sanzioni statunitensi contro l’industria e il petrolio iraniani stanno creando problemi all’economia iraniana. Iran che, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, ha accelerato l’arricchimento dell’uranio e intende quadruplicare la produzione, in violazione dell’accordo nucleare.

La prospettiva di un collasso economico sotto le sanzioni da parte degli Stati Uniti provoca anche i leader iraniani ad istigare uno scontro duro. Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha concesso alla Germania, al Regno Unito, alla Francia, alla Cina e alla Russia 60 giorni di onorare la loro promessa di rinforzare il settore energetico e bancario iraniano prima di prendere ulteriori misure per ritirarsi dall’accordo nucleare.

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