lunedì, Ottobre 14

Iran: tra minacce americane, nervosismo interno e crisi economica, dove andare? Israele e USA minacciano, la gente protesta per la crisi economica, “nessuno sembra avere una buona risposta”, dice Raffaele Mauriello, docente a Teheran, tra i massimi conoscitori del Paese

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Il premier israeliano  Benyamin Netanyahu, in occasione della Conferenza di Varsavia di una decina di giorni fa, ha alzato il tiro contro l’Iran. Parlando della una riunione con sessanta Ministri degli Affari Esteri e inviati dei diversi Paesi convocati in Polonia dagli USA per una conferenza sul Medio Oriente con al centro il contenimento dell’Iran, ha affermato:  «Ciò che rende questa riunione importante è il fatto che si tratta di una riunione pubblica con i rappresentanti dei Paesi arabi di primo piano, che si siedono allo stesso tavolo di Israele nell’interesse comune rappresentato dalla guerra contro l’Iran».   Da una posizione di ‘vittima’ ‘minacciata dall’aggressione’ potenziale del ‘diavolo iraniano’, l’Israele di Netanyahu parla ora di ‘guerra contro l’Iran’.

Nei giorni scorsi, una testata posata e seria come ‘World Politics Review’, ha pubblicato un intervento di Steven Metz, nel quale si afferma: «Un attacco militare preventivo americano all’Iran sarebbe in definitiva uno dei peggiori errori strategici nella storia americana. Che sia ripetutamente considerato dai leader politici seri e dagli esperti di sicurezza rimane incomprensibile». Un attacco preventivo contro l’Iran, prosegue Metz, non renderebbe gli Stati Uniti più sicuri, sarebbe l’esatto opposto della politica ‘America First’ dichiarata da Trump, ne beneficerebbero solo l’Arabia Saudita e Israele, i due Paesi che spingono Trump a colpire l’Iran, con ulteriore danno per l’influenza dell’America in tutto il mondo.

Alcuni media americani sostengono che il clero sciita avrebbe chiesto le dimissioni del Presidente Hassan Rouhani nel corso si una celebrazione, a Teheran, per i quarant’anni della rivoluzione khomeinista, Accusando Rouhani della crisi economica in corso, il clero sciita ne avrebbe chiesto le dimissioni, condita dalla minaccia ‘Non durerai fino alla primavera!’.

Ieri, intanto, si sono concluse le esercitazioni della marina iraniana, nello Stretto di Hormuz, durate 3 giorni e che hanno impiegato un centinaio di imbarcazioni militari. «Dopo il successo di torpedini e missili subacquei abbiamo completato il nostro arsenale difensivo subacqueo» con il lancio, ieri, di un missile da crociera da un sottomarino di classe Qadir in immersione -per la prima volta nella storia del Paese-, sottolineano le Autorità, aggiungendo che altri sottomarini, compresi i Tarek e i Fateh, possono lanciare missili da crociera stando in immersione contro obiettivi navali, e che le esercitazioni hanno previsto anche la messa in pratica di azioni di battaglia navale.

Il 22 febbraio, Amir Ali Hajizadeh, comandante della forza aerospaziale dei Guardiani della Rivoluzione, aveva fatto sapere che l’Iran aveva dirottato  «sette o otto droni fabbricati negli Stati Uniti» che stavano costantemente sorvolando la Siria e l’Iraq.

Nelle stesse ore, Ali Shamkhani, Segretario del Supremo Consiglio Nazionale di Sicurezza dell’Iran, ha affermato: «L’Iran ha in atto piani che neutralizzeranno le sanzioni illegali degli Stati Uniti contro le esportazioni di petrolio iraniano (…) Abbiamo molti modi per vendere il nostro petrolio» ha detto Shamkhani, «Oltre a chiudere lo Stretto di Hormuz, abbiamo altre opzioni per fermare il flusso di petrolio se minacciati». Da ricordare che lo Stretto di Hormuz collega i produttori di greggio del Medio Oriente ai mercati chiave dell’Asia Pacifico, Europa, Nord America.  Shamkhani ha precisato: «Ci sono diversi modi per far sì che avvenga il blocco di Hormuz. Speriamo di non essere costretti a usarli»

Insomma, l’Iran è sotto pressione e nervoso, forse come mai negli ultimi anni, proprio mentre ricorre il quarantesimo anniversario della rivoluzione. Data che per i vertici della Repubblica islamica è qualcosa di più di un banale anniversario. Non è certamente ‘solo memoria’ per il leader supremo dell’Iran Ali Khamenei, che,  il 13 febbraio 2019, ha pubblicato un messaggio in occasione dell’anniversario della rivoluzione islamica. Nel messaggio, Khamenei descrive in dettaglio i risultati della rivoluzione e offre consigli alle giovani generazioni in Iran per realizzare ‘il secondo stadio’ del percorso della rivoluzione. Secondo alcuni osservatori, il messaggio di  Khamenei esprime quello che i vertici della Repubblica sono: intransigenti, dogmatici, come fissi su di un Paese che non esiste più, il che potrebbe significare stabilità per il regime per un verso, e per l’altro scontro aperto con tutti quei Paesi che si oppongono.

Sul clima che si sta vivendo in Iran abbiamo discusso con Raffaele Mauriello, tra i massimi esperti di Islam sciita e docente dell’Università di Teheran.

 

La determinazione di Khamenei a mantenere i valori e i principi di base della rivoluzione, sia internamente che rispetto alla politica estera, è condivisa e fino a che punto da  Rouhani e dalla sua squadra di Governo?

L’attuale Leader ha tre principi basici che sono saggezza, dignità e ‘maslahat’, che si può tradurre come ragione di Stato. Questi sono principi abbastanza flessibili. La grande maggioranza degli analisti, prima che si raggiungesse l’Accordo sul Nucleare, erano molto scettici, affermando che l’Iran non avrebbe mai accettato di firmare questo accordo che però il Leader alla fine ha accettato. In realtà, quindi, il Leader ha una sua visione flessibile delle relazioni internazionali: il principio della ‘saggezza’ è l’uso della logica nel ragionare con l’altro; la dignità è il trattare alla pari e questo spinge l’Iran, al momento, a non accettare alcun dialogo con Trump, che vuole forzarlo a sedersi al tavolo. Per questo, le sanzioni non servono a nulla. Infine, c’è la ragione di Stato che accomuna un po’ tutti i Paesi. La visione della politica interna è abbastanza diversa. In questo caso, uno degli elementi fondanti è la giustizia sociale che è stata uno degli elementi principali della Rivoluzione islamica ed è uno dei maggiori problemi odierni dell’Iran perché con la liberalizzazione portata dall’attuale Presidente della Repubblica Rouhani, oltre a molti effetti positivi come i diritti civici o del cittadino – si vive una vera ‘primavera’ nelle grandi città, con l’aumento di caffè, ristoranti, gallerie d’arte e luoghi di ritrovo pubblici – ha aumentato la distanza tra i ricchi e i poveri. Su questo Rouhani sta perdendo e probabilmente, oggi, non verrebbe rieletto. Oggi, le proteste non sono più per le libertà civili, ma per la crisi economica, dovuta alle sanzioni, ma anche a problemi della struttura economica del Paese. Ma è proprio sulla politica economica che chi ha appoggiato Rouhani dovrà rispondere tra due anni, quando ci saranno le elezioni. Ed è su questo punto che insiste il Leader, che non ha criticato le aperture del vivere sociale. Sul tema economico, invece, ci potrebbero essere le maggiori differenze tra la visione del Leader e quella dell’attuale Presidente. Non va dimenticato, però, che questo Presidente è stato sempre vicino al Leader. L’idea di presidenti che vanno contro il leader è allo stesso tempo fuori e dentro la realtà: è dentro perché la stessa struttura della Repubblica islamica fa sì che qualsiasi persona arrivi ad essere il Presidente, ad un certo punto, nel secondo mandato (sono previsti al massimo due mandati consecutivi), si scontra con il Leader proprio per una distribuzione del potere. A Rouhani, questo non è ancora capitato perché ha una maggiore esperienza politica rispetto ai suoi predecessori. È un uomo che ha rappresentato il Leader più volte, soprattutto nel Consiglio di Sicurezza Nazionale, e quindi conosce bene il Leader. È un uomo che però sta cercando di fare la sua politica con cui si è presentato alle elezioni. È molto svantaggiato perché nessuno, nemmeno in Europa, prevedeva l’arrivo di Trump negli Stati Uniti, seppure alcune cose erano nell’aria con il rifiorire dei nazionalismi. L’apertura del Paese è arrivata, in un certo senso, nel momento sbagliato perché si è avuta con Obama, ma subito dopo è arrivato Trump che è uscito dall’accordo, mettendo la Repubblica islamica sotto una pressione che non si era mai vista prima.

Se lei dovesse dire quanto pesa oggi la Rivoluzione sull’agire politico del Governo, cosa direbbe?

Questa è la domanda più difficile. Quest’anno siamo a quarant’anni dalla Rivoluzione. Dipende da cosa intendiamo per Rivoluzione islamica, nel senso che oggi il Paese è completamente diverso da quarant’anni fa. Frequento il Paese da più di vent’anni e Rouhani è il terzo Presidente che vedo. Ho visto una trasformazione veramente impressionante. L’Iran ha più del doppio della popolazione rispetto a quando c’è stata la Rivoluzione; in quel momento, gli studenti universitari erano circa 170.000, di cui il 15% donne, mentre oggi sono circa 4.5 milioni, di cui il 50% donne. Anche se sono rimasti alcuni fattori di lunga durata storica, il Paese è radicalmente cambiato. Le dinamiche sono completamente diverse rispetto all’epoca della Rivoluzione. Quindi quanto pesa la Rivoluzione dipende da come uno la vede. Diciamo che siamo molto lontani da quella fase e quasi nessuno sembra ricordarla. Questo perché la maggior parte degli iraniani è nata dopo la Rivoluzione, non l’ha vista e non l’ha fatta. Se i giovani non sanno cos’è la Rivoluzione, i loro genitori sembrano essere in larga parte pentiti. In realtà il Paese ha guadagnato molte cose, tra cui un’indipendenza che molti gli invidiano. Ha guadagnato un’apertura sociale e universitaria. C’è stata una forte spinta alla giustizia sociale ed è proprio questo il problema principale di oggi ed è proprio su questo che ha fallito l’attuale Presidente che, però, non l’aveva inserito nel proprio programma elettorale, cosa che invece farebbe chiunque si candidasse oggi. Quanto sono stati capaci i genitori che hanno fatto la Rivoluzione di trasmettere ai propri figli la loro idea di un islam politico nella vita sociale? Per quanto mi riguarda, in un certo senso, hanno in parte fallito, anche se, lo ripeto, il Paese ha guadagnato molto, soprattutto in termini di giustizia sociale, indipendenza nazionale e apertura del sistema politico. Il problema, però, è che c’è una forte crisi, ma non si sa dove andare. I valori della Rivoluzione sono fortemente discussi, ma per andare dove? Oggi non c’è nessuno che ha una buona alternativa.

Sono molti quei giovani che protestano e che non hanno vissuto quella Rivoluzione, che contestano la politica del Governo?

La protesta in realtà, ormai, non riguarda più solo i giovani, ma anche i loro genitori. La questione è che questi genitori che hanno fatto la Rivoluzione non hanno nessuna voglia di farne un’altra e quasi nemmeno di protestare. I giovani, invece, non hanno anch’essi voglia di fare la Rivoluzione, ma sì di protestare. Il problema è anche economico nel senso che, al momento, ci sono 5 milioni di studenti universitari e può immaginare quanti giovani ogni anno escono dalle università pronti ad entrare nel mondo del lavoro. All’epoca di Ahmadinejad, in molte università le classi erano divise fra maschi e femmine. Oggi, in classe, si formano anche delle coppiette. Se oggi i giovani protestano, non è per lo stesso motivo per cui protestavano all’epoca di Khatami, nell’ambito dei diritti civili, dove c’è molto da lottare, oggi non è questo il problema principale. La questione vera è l’economia a cui l’Iran fatica a trovare delle risposte. Paradossalmente, Rouhani era riuscito a riportare in crescita il Paese dopo il periodo di decrescita sotto gli ultimi anni di Ahmedinejad. Ma con questo tipo di sanzioni, con questo tipo di popolazione, con questo tipo di necessità del mercato del lavoro, è davvero difficile. Dove andare? Nessuno sembra avere una buona risposta.

Questi giovani che protestano, dunque, non trovano espressione in un loro riferimento politico?

Sì e no, anche perché il sistema delle rappresentanze è molto complesso e non esistono veri e propri partiti, ma fazioni. In realtà, l’attuale Presidente, come chiunque viene eletto Presidente, è stato eletto soprattutto da giovani e donne che sono la maggioranza della popolazione. Rouhani ha promesso un accordo con la Comunità Internazionale e l’ha fatto; ha promesso di aprire alle libertà civili e l’ha fatto. Ha dato quindi risposte a molti dei giovani di oggi. Quindi non è vero che no hanno rappresentanza. Certo la spinta è forte. Oggi abbiamo in Iran una nuova classe di politici, non tanto figlia della Rivoluzione quanto degli otto anni di guerra contro Saddam Hussein. Riescono a rappresentare i giovani, ma c’è una differenza generazionale che comunque si sente, soprattutto perché l’Iran è un Paese nel quale la popolazione è estremamente giovane; anche se, in realtà, è piuttosto un Paese di ‘giovani-vecchi’, nel senso che se uno guarda tutta la regione, la Repubblica islamica è praticamente alla pari con altri due Paesi, Libano e Israele. Però né il Libano né Israele vengono rappresentati come Paesi di giovani, cosa che avviene con l’Iran. Invece, l’età media è la stessa. Quindi, i giovani che oggi protestano lo fanno soprattutto per problemi economici. Va però detto che, nonostante i diversi fallimenti dovuti a problemi interni, al Paese non è stato di fatto permesso di sviluppare un’economia matura. L’attuale Presidente ci ha provato, ma se la Comunità Internazionale, in particolare l’Europa, fa un accordo e poi non lo rispetta, come si può dare la colpa al Governo del Paese? Gli Stati Uniti sono usciti dall’accordo, ma l’Europa non lo sta rispettando, in quanto questo prevede tutta una serie di facilitazioni economiche e finanziarie che l’Europa non sta mettendo in atto. Noi europei stiamo facendo una figuraccia a livello internazionale.

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