sabato, Dicembre 7

Iran: sempre più potente, in barba agli USA? Gli Stati Uniti, paradossalmente, sono complici del prestigio di Teheran

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Gli Stati Uniti e l’Iran con l’ingresso in scena di Donald Trump sono tornati allo scontro, e nelle prossime settimane si potrebbe consumare la rottura dei rapporti, chiudendo pochi mesi di armonia ritrovata tra i due Paesi dopo l’accordo sul nucleare del 2015. Eppure l’Iran sembra non avere alcuna ripercussione da questa ennesima crisi sulla sua prestanza sullo scenario internazionale, anzi, continua ampliare la sua sfera d’influenza nel Golfo e non solo.

L’inviata di Donald Trump all’Onu Nikki Haley martedì ha paventato, in un discorso al think tank neo conservatore American Enterprise Institute, la possibilità dell’avvio del procedimento per l’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare dell’Iran del 2015.

L’accordo, ha detto Haley, è una minaccia alla sicurezza nazionale americana perché la sua struttura lascia aperte a Teheran scappatoie e non consente controlli stringenti. «Dobbiamo guardare alla realtà e ammettere che questo accordo non funziona», ha dichiarato.

La legge richiede al Presidente di certificare ogni 90 giorni non solo che l’Iran non abbia violato materialmente l’accordo, ma anche che la sospensione delle sanzioni contro Teheran sia appropriata e proporzionata al comportamento di Teheran nell’ottica degli interessi nazionali in termini di sicurezza. Pertanto il mese prossimo, il Presidente Donald Trump dovrà annunciare se ritiene che l’Iran rispetti le condizioni del piano d’azione.

Anche se l’Iran non ha superato il limite dell’accordo nucleare sull’arricchimento dell’uranio, l’Amministrazione di Trump potrebbe decidere di non certificare l’accordo se dovesse ritenere che qualcuno dei requisiti non è rispettato dall’Iran. Illustrando alcune delle considerazioni chiave dell’Amministrazione nella valutazione della conformità iraniana,  Haley ha lasciato intendere la sua intenzione di sostenere unpresidential findingil mese prossimo in cui si certifica che l’Iran non sta attuando l’accordo. Primo passo per un ritiro dall’accordo. Passo che farebbe scattare la revisione dell’intesa da parte del Congresso, entro il termine di 60 giorni, revisione che Haley ha detto di giudicare favorevolmente.

«Se il Presidente ritiene di non poter in buona fede certificare il rispetto degli impegni da parte dell’Iran, dovrebbe avviare un processo in cui andiamo oltre gli aspetti tecnici e guardiamo al all’insieme. In gioco c’è la nostra sicurezza nazionale. E’ da troppo tempo che la nostra politica sull’Iran non lo riconosce», ha spiegato Haley.

L’Ambasciatore Haley ha affermato che la mancanza di volontà di sfidare l’Iran per paura di minare l’accordo nucleare mette in pericolo la sicurezza nazionale statunitense. Secondo l’Ambasciatore, l’accordo nucleare ha tracciato una linea artificiale tra gli sviluppi del programma nucleare iraniano e la non aggressione nucleare del regime.  Haley ha sottolineato che la situazione pericolosa che si è venuta a creare con la Corea del Nord non fa che confermare la considerazione dell’Amministrazione Trump circa l’inadeguatezza dell’accordo con l’Iran  -per altro uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale di Trump.

C’è da sottolineare che il Segretario di Stato Rex Tillerson ha invece fino a ora difeso l’accordo.

Quasi in contemporanea all’intervento di Haley, la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, e il responsabile del Centro di ricerca strategico nel Consiglio di Discernimento, Ali Akbar Velayati, hanno dichiarato che non permetteranno a ispettori internazionali di entrare nei siti militari, nonostante la richiesta degli Stati Uniti. Secondo l’agenzia di stampa ‘Irna’, Velayati ha detto che la comunità internazionale è contraria alla volontà americana di violare l’accordo che l’Iran ha firmato con il gruppo dei 5+1 nel luglio del 2015. «Abbiamo saputo che funzionari americani hanno condotto varie visite presso l’agenzia internazionale per il nucleare (l’Aiea) e che sono stati condotti colloqui con il capo dell’organismo», il direttore generale Yukiya Amano, ha detto Velayati. Il riferimento è alla recente visita dell’Ambasciatrice  Haley alla sede dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) a Vienna dove ha incontrato Amano. Haley poche ore prima aveva sostenuto che centinaia di siti militari in Iran sono sospetti, ma l’Onu non ha la possibilità di accedervi. «Nessuno può entrare nei siti militari dell’Iran», ha sentenziato Velayati, aggiungendo che dai siti militari iraniani dipende la sicurezza nazionale del Paese.

Schermaglie, dunque, tra i due Paesi, ma anche messaggi sottotraccia che potrebbero anticipare una rottura dell’accordo da parte americana; Trump, in questo modo, manterrebbe fede ad un’altro impegno assunto in campagna elettorale, quello, appunto, di cancellare l’accordo che in campagna elettorale aveva definito ‘stupido’. Rottura che sembrerebbe non preoccupare troppo l’Iran.

Sempre ieri il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha detto che l’Iran è pronto a collaborare con tutti i Paesi islamici, compresa l’Arabia Saudita, storiconemico’ per poter risolvere i problemi dei musulmani  -i rapporti diplomatici sono interrotti dal gennaio del 2016, quando un gruppo di iraniani ha fatto irruzione nell’Ambasciata di Riad a Teheran in risposta dell’esecuzione di un noto religioso sciita.
«L’Arabia Saudita è un importante Paese islamico e per questo siamo pronti a lavorare con questo Paese», ha detto Zarif.  «Siamo pronti a collaborare con i Paesi islamici su tutte le questioni che sono importanti per il mondo islamico». Teheran è pronta a collaborare con Riad per mettere fine alle crisi regionali, compreso il conflitto in corso in Siria e «l‘rrazionale e costosa» guerra in Yemen, fino alla crisi dei musulmani Rohingya. Oggi la Mezzaluna Rossa iraniana ha annunciato di aver preparato aiuti per i musulmani Rohingya in Myanmar. L’ambasciatore dell’Iran presso l’Onu, Gholam Ali Khoshrou, ha detto che si sta impegnando a riunire ministri e diplomatici di vari Paesi islamici per discutere della questione. Si è deciso, ha spiegato, di creare un gruppo a livello ministeriale e di ambasciatori, con l’obiettivo è riunire il gruppo a New York la prossima settimana a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Nei giorni scorsi, Ali Ghazi-Askar, responsabile dell’organizzazione dell’Hajj a Teheran, aveva ringraziato l’Arabia Saudita per come ha gestito l’Hajj, il pellegrinaggio annuale ai luoghi sacri all’Islam della Mecca e Medina, affermando che ora si sono create le condizioni per avviare negoziati. «Ci sono sempre delle differenze tra i Paesi, ma la cosa importante è che le parti risolvano le loro differenze attraverso il dialogo e la negoziazione», ha detto Ghazi-Askar, aggiungendo «è un buon momento per entrambe le parti per avviare negoziati e per risolvere questioni bilaterali in altri settori», ha aggiunto.

Quel che ne esce scorrendo la cronaca di queste ultime 48 ore o poco più è la fotografia di un Paese forte, solido, tanto sicuro di se da potersi permettere di aprire un dialogo con il suo nemico per eccellenza, e da non preoccuparsi dall’eventualità che gli USA si ritirino da quello che era stato considerato un accordo storico e decisivo per il futuro politico ed economico come quello sul nucleare, un Paese capace di occupare la scena mediorientale e proporsi a leader nel mondo musulmano.
Come è stato possibile per l’Iran questo balzo in avanti fino a diventare imprescindibile in Medio Oriente?

Mohammed Nuruzzaman, professore associato in Relazioni Internazionali presso la Gulf University for Science and Technology, analizza le motivazioni che hanno reso possibile questo successo dell’Iran sulla scena internazionale, individuandole nella strutturazione militare, nell’aiuto involontario offerto dagli USA attraverso la politica americana in Afghanistan e Iraq, nel programma definito dell’‘economia di resistenza’.

Per quanto attiene la strutturazione militare, «Il presidente Hassan ha, secondo un report britannico del 2015, dato ai Corpi della Guarda rivoluzionaria islamica (IRCG) un fondo annuale di circa 9.8 milioni di dollari. L’equipaggiamento militare iraniano è un fattore di crescita per i mercati regionali di armi  in Iraq, Siria e Libano, infatti l’Iran commercia con i governi e le milizie.

Le forze dell’IRCG sono ora in grado di proteggere il potere anche nel Medio Oriente, inviando consulenti militari, volontari e consulenti della formazione ai governi dell’ Iraq e della Siria e ai differenti gruppi della milizia. A Giugno di quest’anno, Teheran per la prima volta ha inviato missili a medio raggio sugli obiettivi dello Stato islamico in Siria. Sono stati anche prodotti e provati con successo i missili a lungo raggio, carri armati e veicoli aerei senza equipaggio, oltre alla costruzione di sottomarini e  navi da attacco. Secondo il Primo Ministro Israeliano, l’Iran sta costruendo fabbriche di missili e depositi in Siria e in Libano».

Un ruolo importantissimo è stato giocato, quasi beffardamente, dagli Stati Uniti stessi, con la loro politica in Iraq e Afghanistan. «L’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, e la guerra al terrore del Presidente W. Bush furono, indirettamente, un beneficio per l’Iran. I due peggior nemici della maggioranza sciita iraniana, il feroce governo sunnita talebano in Afganistan e il regime di Saddam Hussein in Iraq furono sotto il fuoco degli USA. I rischi di attacchi sull’Iran da parte delle frontiere occidentali e orientali sono diminuiti, nonostante le minacce dell’amministrazione di Bush sul cambio di regime. L’occupazione dell’Iraq incoraggiò il programma nucleare del governo Iraniano.

La strategia dell’Iran, di aumentare il suo potere, è incentrata sulla promozione della solidarietà con i sciita con i confinanti  e su  ciò che il Capo Superiore ha chiamato ‘economia di resistenza’.

Durante la guerra tra Iran e  Iraq, 1980-1988 l’Iraq dominato dal regime sunnita di Saddam , poi aiutato dagli Usa e dagli Stati Arabi del Golfo, danneggiò seriamente l’Iran.

Da allora, gli iraniani hanno coltivato forti relazioni politiche, economiche e settarie con gli sciiti iracheni, sperando di eliminare le future minacce irachene alla sicurezza iraniana. Questa strategia è stata ripagata. Nelle elezioni del 2010, i partiti e gruppi politici Shiiti sostenuti dall’Iran sono emersi vittoriosi in Iraq e ora stanno controllando il potere politico a Baghdad. È stato un obiettivo significativo di Teheran per controllare l’ascesa dei gruppi estremisti sunniti e quindi staccare il futuro dominio sunnita nella politica irachena.

L’anno successivo, la guerra araba e la guerra siriana hanno portato un’opportunità inattesa. Teheran si appoggiò all’unico alleato strategico arabo – il governo secolare del presidente Bashar Al-Assad, un Alawita Sciita, e sostenne la crescita del suo tradizionale alleato libanese Hezbollah, un’organizzazione sciita che stava combattendo anche in Siria.

Allo stesso tempo, l’ascesa di vari gruppi estremisti sunniti, incluso lo stato islamico, ha ampliato il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente come difensore dei musulmani sciiti. Inoltre, l’intervento militare  della Russia in Siria nel 2015 ha messo l’Iran e la Russia sulla stessa visione strategica, come una potente contro-forza al blocco USA-Arabia Saudita.

L’Iran si è ritagliato una nicchia politica ed economica nel corso della suddivisione diplomatica saudita-qatariana, affiancandosi al Qatar e fornendo allo Stato del Golfo piccole forniture alimentari e altre importazioni».

«L’economia di resistenza è l’abile strategia dell’Iran per sopravvivere in un contesto economico ostile. Progettata per contrastare gli effetti corrosivi delle sanzioni statunitensi e comunitarie, essa mira a ridurre le vulnerabilità dell’Iran allo shock economico globale e regionale attraverso la creazione di capacità nazionali, sviluppando un’economia basata sulla conoscenza e migliorando la produzione industriale e la competitività tecnologica. Un altro grande obiettivo è ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas – la principale fonte di guadagno dell’Iran fino ad ora.

Grazie a questi sforzi, Teheran contrasta le speranze dell’America di creare un ordine regionale pro-americano, mantenere l’accesso sicuro al petrolio del Golfo Persico e difendere i tradizionali alleati arabi.

L’Iran vuole che gli Stati Uniti riducano la loro presenza in Medio Oriente, o che abbandonino la regione totalmente. Ritiene che la presenza militare e navale statunitense nel Golfo Persico sia del tutto inaccettabile. Questa è una delle principali cause di preoccupazione per gli alleati del Golfo dell’America che dipendono fortemente dalle forniture militari statunitensi e dalla cooperazione per la loro sicurezza.

 

Infatti, l’influenza crescente dell’Iran sta rendendo molto nervoso Israele e Arabia Saudita. La connessione di Hezbollah ha già spinto Israele e gli Stati Uniti a sostenere i ribelli anti-Assad.

L’Arabia Saudita vede il ruolo dell’Iran come un potente  broker di potere in Iraq e Siria, pertanto  una grande perdita al suo potere e influenza regionale. Riyadh denuncia inoltre l’intromissione dell’Iran negli affari arabi, che, a suo giudizio, mira a cercare l’egemonia regionale. L’Iran, in segno di sfida alle sanzioni statunitensi, potrebbe oggi essere più determinato a completare il suo programma di missili balistici. Mentre le tensioni si aggravano tra Washington e Teheran, le preoccupazioni peggiori, come quelle riguardo ai conflitti armati,stanno aumentando. Qualunque cosa segua, è chiaro che gli eventi degli ultimi anni hanno favorito l’Iran, facendolo diventare una presenza centrale nella regione del Medio Oriente».

Per la traduzione di questo pezzo ha collaborato Emanuela Maccarone

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