giovedì, Dicembre 12

Medio Oriente: l’Iran ostacola gli USA

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La situazione in Medio Oriente dopo l’attacco di Trump ha spaccato il mondo a metà; mentre l’Europa è rimasta inerme difronte al raid missilistico americano, altri Paesi, come Iran e Russia, hanno evidenziato una forte ostilità nei confronti della politica estera statunitense. L’Iran, come la Russia di Putin, ha forti interessi in Siria, Paese strategicamente conteso a causa della sua posizione geografica sul Mediterraneo.

Per capire cosa spinge l’Iran a difendere così strenuamente il regime di Assad e le motivazioni che giustificano l’apparente vicinanza iraniana a Putin, abbiamo chiesto di fare il punto della situazione all’esperto Morris Mottale, professore di relazioni internazionali, politica comparata e studi strategici presso la facoltà di Scienze Politiche della Franklin University; autore di diversi libri e di pubblicazioni su riviste scientifiche (tra le quali ‘Limes‘, ‘Diplomats and Foreigna Affairs‘ e ‘Diplomatic magazine‘).

Dunque, con Mottale, cerchiamo di comprendere più a fondo la questione iraniana in Medio Oriente, soprattutto cosa spinge realmente l’Iran a sostenere la Siria e ad ostacolare la politica estera statunitense. Inoltre bisogna contestualizzare anche l’attacco di Trump in Siria, perché non è avvenuto per caso, bensì è stato strategicamente mirato: l’America ha voluto lanciare un messaggio indiretto non solo a Putin, ma anche all’Iran e alla Corea del Nord, due potenze con mire espansionistiche forti che fanno paura agli USA. Un’ultima questione, non per importanza, riguarda le prossime elezioni in Iran, che si terranno il prossimo 19 maggio: è possibile che l’intervento statunitense in Medio Oriente porti avanti il partito conservatore, da sempre ostile all’apertura con gli Stati Uniti?

Sicuramente la notizia della candidatura di Ahmadinejad ha fatto scalpore, ma secondo Mottale “è un’operazione per dare la parvenza di una politica elettorale democratica; in realtà i candidati sono stati già scelti dal regime e, in quanto alla possibilità di una donna presidente, mi pare un’ipotesi ancora utopistica”.

Dopo gli ultimi attacchi in Siria di Trump, la politica iraniana si sta ʹspostandoʹ a Est, verso il nucleo russo?

Bisogna inserire la questioni siriana in un panorama più ampio: da anni gli interessi dell’Iran sono mirati in Siria e Libano, a scapito degli interessi americani ed europei. Dopo il bombardamento degli Stai Uniti l’Iran ha reagito, ma tale reazione deve essere inserita nel contesto di una politica mediorientale iraniana che va dagli interessi in Afghanistan fino a quelli in Africa del Nord. Non è fruttuoso analizzare l’Iran solo riferendosi a ciò che è successo in Siria negli ultimi giorni: la politica iraniana in Medio Oriente è molto più complicata di quello che in Occidente si percepisce, e soprattutto va avanti da molti decenni. Gli iraniani hanno alle spalle l’antichissima civiltà persiana e sono una popolazione avanzatissima: l’Iran punta a diventare una potenza predominante su tutto il Medio Oriente, sono pronti a farlo combattendo ʹfino all’ultimo araboʹ: in sostanza, mentre gli arabi si fanno guerra fra di loro, uccidendosi a vicenda, l’Iran sta ampliando sempre più la propria influenza nei Paesi arabi. L’espansione iraniana, ovviamente, avviene a scapito degli Stati Uniti e della Russia: da quando l’URSS è caduta la Russia ha perso molto potere sul territorio mediorientale, come, ad esempio, l’alleanza con l’Iraq, che è durata fino a quando gli Stati Uniti non intervennero contro il regime di Saddam Hussein. Bisogna ricordare che l’URSS, prima della sua definitiva caduta, era strettamente legata ai Paesi arabi, oltre all’Iraq, infatti, manteneva contatti con Siria, Egitto e altri Paesi dell’Africa del Nord.

Dunque, la situazione in Siria non ha assolutamente avvicinato la  Russia e l’Iran?

Negli ultimi anni la Russia si è trovata vicino all’Iran, ma per motivi prettamente economici e di grande potenza, fra i due Stati, però, non c’è nessuna convergenza ideologica: ambedue hanno lo stesso interesse, ovvero allontanare gli Stati Uniti dal Medio Oriente, ma ciò non vuol dire che ci sia una comunanza d’intenti che vada oltre la politica anti-statunitense. La Siria e l’Iraq per l’Iran sono delle aree geografiche che permetteranno a Tehran di entrare nel bacino Mediterraneo e, in questa prospettiva, sono in conflitto con la Turchia, poiché entrambi vogliono controllare il mondo arabo. Storicamente il conflitto Turchia-Iran è molto antico, in più ci sono gli Stati Uniti e la Russia, che sono coinvolti per ragioni diverse. In questa lotta per il dominio mediorientale il continente che conta meno di tutti è l’Europa. L’attacco in Siria degli Stati Uniti è stato programmato per mandare un messaggio indiretto all’Iran e alla Corea del Nord: la politica estera americana deve essere vista in termini ‘olistici’ e si deve comprendere che Trump non ha rivoluzionato la strategia che per anni ha tenuto Obama. Trump, in termini di politica estera, continua il programma iniziato dal sua predecessore, cambiano i modi ma non la sostanza: Obama stesso, prima di terminare il proprio mandato, aveva minacciato, in caso di provocazioni coreane, l’uso della armi atomiche su Pyongyang, che avrebbero distrutto l’intero stato Nord coreano. Trump, ad oggi, ha detto la stessa cosa, ovvero se gli Usa non otterranno l’appoggio cinese prenderanno da soli i provvedimenti nei confronti della Corea del Nord. L’attacco della Siria, dunque, è da inserirsi, come si è detto, in un contesto più ampio.

 

Su cosa concordano l’Iran e la Russia?

Trump, nelle sue dichiarazioni dice di aver agito contro l’utilizzo di armi chimiche da parte della Siria, che un accordo del 2013 tra Russia e Stati uniti, sotto il benestare dell’Onu, aveva severamente proibito. Dopo questo attacco chimico da parte della Siria gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran e la Russia di non aver portato via tutte le armi chimiche dalla Siria, permettendo ad Assad di utilizzarle contro i civili. La Russia e l’Iran, in questo caso, vogliono aprire delle indagini internazionali per dimostrare che l’uso di quest’ultime è dovuto non al regime di Assad, bensì ai fanatici dell’Isis, che stanno agendo così per provocare una guerra tra Siria e Stati Uniti: in questo caso, effettivamente, è giusto dubitare; che motivo avrebbe Assad, che sta già vincendo la guerra contro il fanatismo islamico, di usare armi chimiche contestate da tutta la comunità internazionale? Su questo bisogna ancora investigare. Le motivazioni di Trump vanno oltre l’uso delle armi chimiche da parte di Assad: il Presidente americano ha voluto sbloccare una situazione rimasta ferma da anni, proprio perché l’Europa non è mai voluta intervenire.

 

L’avvicinamento iraniano con l’Ungheria, a proposito di un accordo nucleare, come deve essere percepito? Gli iraniani cercano appoggio in Europa?

L’Iran cerca di stringere accordi con più Paesi possibili, ad esempio un grande partner commerciale iraniano al momento è proprio l’Italia, che ha grandissimi interessi per le questioni energetiche. L’Iran cerca più ʹalleatiʹ possibili perché vuole diventare una grande potenza nel Medio Oriente. L’acquisizione di armi atomiche avrebbe permesso al Paese di diventare una grande potenza; proprio per questo Obama nel 2015, insieme ad altri Stati, fra cui la Russia e la Cina, ha cercato di fermare l’avanzata nucleare iraniana. Trump, però, ha criticato la mossa di Obama poiché l’accordo con l’Iran prevedeva una scadenza decennale, dopo la quale Teheran potrà riprendere il proprio piano nucleare. Neanche la Cina e la Russia vogliono l’Iran armato dell’atomica: pochi sanno che l’Iran continua a costruire missili a lunga gittata, e sicuramente tali missili non vengono creati per testate convenzionali. L’accordo con l’Ungheria, in questo contesto, non fa assolutamente paura, perché l’Ungheria non è una potenza atomica: probabilmente è un accordo marginale, che permetterà all’Ungheria di espandere la propria economia in Medio Oriente. Gli iraniani, al momento, si concentrano su Germania, Italia e Svizzera, per importare nel loro Paese la tecnologia occidentale, cosa che negli ultimi trenta anni è avvenuta con successo, proprio per costruire quella base di politica nucleare che potrebbe permettere all’Iran di dominare il Medio oriente.

 

L’attacco statunitense provocherà un riassetto nei programmi elettorali iraniani, dato che il Paese il 19 Maggio andrà al voto?

Tutti i ‘partiti’ iraniani sono concordi nella salvaguardia della potenza dell’Iran in Medio Oriente, dunque, in merito alla questione siriana tutti i candidati, dai riformisti ai conservatori, manterranno la stessa linea anti-statunitense. Bisogna capire che in Iran, i candidati, sono scelti dai Mullah, ovvero coloro che compongono il Consiglio dei Guardiani, inoltre in Iran la politica estera è la stessa per tutti i partiti. L’ideologia di base condivisa è quella di controllare il petrolio, appropriarsi del Golfo, distruggere lo Stato d’Israele e stabilire l’egemonia shiita nel levante. Nel Medio Oriente e nel mondo islamico molti Stati, storicamente, insieme all’Iran degli Ayatollah, mirano all’eliminazione dello stato di Israele, che rappresenta l’Europa coloniale, anche se in Israele la maggior parte della popolazione non è formata da ebrei europei, bensì da rifugiati arabi proveniente da paesi islamici.

 

Cosa ne pensa della candidatura dell’ex-presidente Ahmadinejad? Potrebbe vincere la donna candidata dal partito conservatore, l’ex Ministro della sanità?

Le prossime elezioni presidenziali in Iran, vedranno la presenza di candidati che includeranno donne e l’ex-presidente Ahmadinejad. E’ un’operazione per dare la parvenza di una politica elettorale democratica, i candidati sono stati già scelti dal regime e in quanto alla possibilità di una donna presidente, è un’ipotesi ancora utopistica.

 

Come si evolverà la politica iraniana in Siria? E cosa c’è da aspettarsi dall’incontro del fine settimana a Mosca tra i ministri degli esteri di Iran Siria e Russia?

Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere. La mia ipotesi è che Mosca, Pechino e Washington, con l’approvazione di Parigi e Londra, cercheranno di trovare dei compromessi che legheranno la soluzione dell’instabilità politica nel Medio Oriente al problema dell’occupazione russa in Crimea e al contenimento della politica nucleare di Pyongyang. Recentamente, sia Washington che le capitali arabe come Amman, Ryad e Cairo, sembrano avviate verso un compromesso per risolvere il problema della creazione di uno Stato palestinese. Non e’ un tentativo nuovo, pero’ l’amminstrazione di Washington, sia nel passato che oggi, ha cercato di risolvere il problema arabo-israeliano senza uno sbocco politico: questo è dovuto al fatto che ideologicamente i regimi arabi, iraniani – il mondo musulmano generale – sono dogmaticamente avversi per motivi di politica interna a riconoscere lo stato di Israele.

 

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