martedì, Aprile 7

Iran: Pasdaran Economy, protagonista silente del voto

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Domani l’Iran andrà al voto per le 12° elezioni presidenziali   -oltre che per una nuova tornata di elezioni municipali.
In ballo, in questa tornata, elettorale c’è il futuro di un Paese che da poco, da dopo, cioè, l’accordo sul nucleare, è rientrato a pieno nella comunità internazionale, con le carte in regola per condurre il ruolo strategico che sullo scenario dell’area ha le potenzialità per rivestire. Un protagonista di questo voto e della vita politica di questo Paese, che non è entrato nelle cronache elettorali di questi mesi, è la forza speciale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, meglio noto con l’espressione ‘Guardiani della rivoluzione‘, o, dal persiano, Pasdaran: un corpo militare istituito in Iran dopo la rivoluzione islamica del 1979.

Il corpo è frutto di una fusione perfetta tra una profonda fede ideologica e la necessità politica di difendere i risultati raggiunti dalla rivoluzione islamica. Il corpo dei Pasdaran dispone di circa 120.000 uomini suddivisi in forze di terra, aeree e navali; controllano anche delle milizie volontarie organizzate militarmente dette ‘basiji’. Secondo una complessa inchiesta di ‘Reuters’ del 2013l’impero economico dei Pasdaran ammonta a 95 miliardi di dollari, altre indagini, sostengono che la forza speciale controlli il 40% del sistema economico del Paese. Un impero che fa capo a Ali Khamenei, il quale, di fatto, determina, attraverso il Consiglio dei Guardiani, le candidature alle presidenziali.

Il settore militare è tra gli investimenti più importanti di questo corpo. Un’industria in espansione, fonte di business per i vertici dei Pasdaran e indispensabile per esercitare l’egemonia nella regione mediorientale. Dalle difese antiaeree e navali, dai droni all’arricchimento dell’uranio per le centrali nucleari, ecco come i Guardiani della rivoluzione iraniana controllano l’industria militare iraniana e sono ormai in grado di costruire armi e strumentazioni proprie, non più solo con materiale e know how d’importazione sovietica e grazie a un articolato complesso di compagnie.

L’appendice più importante e temuta della Guardia della Rivoluzione è sicuramente la Forza Quds. Questa forza, straordinariamente addestrata, si adegua a qualsiasi scenario ipotizzabile, dalle operazioni di sabotaggio oltre i confini iraniani a quelle di repressione interna alla Repubblica Islamica. Un Jolly di cui Teheran non può più fare a meno. Dopo la salita al potere di Ahmadinejad, il corpo d’elite ha subito molte e significative modifiche: oltre a incrementare il proprio budget, gli sono stati ampliati i poteri e i compiti su suolo iraniano, rendendola una forza di repressione notevole.

Visto il loro sempre più ampio utilizzo, le guardie della rivoluzione e le forze Quds hanno conquistato un ruolo economico e politico di primo piano in Iran. Lo stesso simbolo della Forza Quds riassume in una sola immagine la sua intera missione: un pugno che stringe un mitra al cui vertice è scritto il sessantesimo verso dell’ottava Sura del Corano ‘Al-Anfal’, un simbolo indiscusso di fede e militanza armata. Il comandante di queste forze altamente specializzate è direttamente nominato dalla Guida Suprema, che mantiene all’interno dell’unità speciale un suo rappresentante al fine di controllarne direttamente le attività. Il forte legame che esiste tra la sfera politica e quella militare è tipica dei Paesi mediorientali che usano le Forze Armate per limitare la libertà politica e il rischio di disordini sociali. Le guardie della rivoluzione e le forze Quds operano a fianco dell’Esercito nazionale.

Le missioni a cui questi uomini sono destinati non rientrano solo nella sfera militare, ma hanno un carattere prettamente politico e strategico per il Paese e per i suoi dettami religiosi. L’iter di approvazione di un’azione della Forza Quds deve essere studiato con attenzione per evitare errori di valutazione capaci di costare molto cari alla Repubblica, e in seconda analisi un iter più lungo evita che un solo uomo assuma il totale controllo di questo potente mezzo militare. Dapprima l’operazione è analizzata dall’unità di sicurezza presente all’interno dell’ufficio della Guida Suprema, chiamata ‘Divisione 101’, di cui si conosce solo il nome; in seguito la proposta di operazione viene discussa dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Questo è un organo politico molto importante, le cui responsabilità costituzionali spaziano dal determinare le politiche di difesa in base alle norme generali determinate dalla Guida Suprema fino al decidere come sfruttare le risorse materiali e intellettuali iraniane per affrontare minacce esterne o interne. Un ruolo cruciale per la politica estera di un Paese così controverso e scomodo come l’Iran.
Dopo il Consiglio Superiore la richiesta di approvazione passa a una speciale commissione formata dalla Guida Suprema, Presidente, dal segretario della Commissione di Sicurezza Nazionale, dal Ministro dell’Intelligence, dal Ministro della Difesa e dal rappresentante della Forza Quds. Solo dopo questo passaggio, il controllo dell’operazione viene assunto direttamente da una delle divisioni che compongono la Forza Quds.
È facile comprendere che, nonostante la sua complessità, questo iter assicura solo in minima parte un controllo reale sulle decisioni che riguardano le operazioni speciali. Nessuno dei soggetti sopra elencati si troverà mai davvero in disaccordo con i suoi colleghi, e in caso di vera opposizione si presume che l’ultima parola (una sorta di veto) sia lasciata alla Guida Suprema, in quanto vero detentore del sapere derivato dalla Rivoluzione Islamica.

In base al compito che è stato assegnato alla Forza Quds, è importante che all’interno di essa venga individuata la divisione competente sulla missione. Esistono diverse divisioni, ma intelligence, finanziamenti, sabotaggi e operativa sono ovviamente le più importanti perché caratterizzano in modo unico il loro operato. Gli oltre 3.000 agenti di cui la forza di compone sono sparsi in tutto il mondo e godono di un livello di riservatezza quasi estremo: di questi si stima che siano oltre 1.000 i soggetti dediti alla racconta di informazioni con cui l’Iran ha costituito una delle imponenti macchine d’intelligence dopo quella israeliana.

In un Paese come quello iraniano continuamente minacciato da posizioni occidentali ostili, l’intelligence e le operazioni sotto copertura sono essenziali per mantenere un livello di informazione che deve rasentare l’eccellenza. Più informazioni si hanno più è possibile decidere con cognizione di causa dove e quando intervenire, ma soprattutto in che misura farlo.

Una forza di questa portata, con compiti così estesi e delicati per necessità militari e politiche, deve essere guidata e condotta in battaglia da un leader senza ombre. Sicuramente un soggetto di grande rigore morale, visto il fervore religioso di cui la Forza Quds è intrisa, che susciti il rispetto sia della sfera politica sia di quella pubblica. Un uomo intoccabile che abbia la totale e cieca fiducia della Guida Suprema Ali Khamenei. L’uomo di cui stiamo parlando è uno dei più discussi protagonisti delle recenti vicissitudini mediorientali: il Generale Qassem Soleimani. Già comandante della Forza Quds, in particolare si occupa di tutte quelle divisioni altamente sensibili con compiti di intelligence e intervento militare all’estero. Amico personale dell’ayatollah, il suo lavoro è così stimato la essere definito dalla Guida Suprema martire vivente della guerra contro l’Iraq‘. Lo chiamano il ‘Comandante Ombra’, per l’estrema segretezza con cui organizza le operazioni, la riservatezza e la capacità di sottrarsi a ogni intercettazione.

Soleimani ha la straordinaria capacità di essere un musulmano devoto e un militare dalle straordinari fattezze.
Spesso i leader militare mediorientali hanno più un’accezione politica che un ruolo tattico reale: in regimi repressivi come quello iraniano o siriano, prima o poi inizia a insinuarsi il dubbio viscerale che tutti siano pronti a rovesciare il potere per conquistarne una fetta. I leader politici attuano politiche ipervigilanti, e si affidato a uomini con poca esperienza militare e grande fiducia verso il leader in carica. L’Iran questo errore non lo ha ancora commesso: Soleimani è infatti un soldato raffinato e che ha conquistato sul campo di battaglia la fiducia dei suoi soldati e dell’elite politica. Come dimostrano i suoi innumerevoli successi la fiducia del leader va conquistata sul campo, pagando in moneta sonante sia le sconfitte che le vittorie.

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