venerdì, Novembre 15

Iran: nuove sanzioni di Trump, danni (per ora) contenuti Donald Trump annuncia nuove sanzioni economiche contro l’Iran, che deve già affrontare una situazione economica incerta, ne parliamo con Raffaele Mauriello

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A quasi un anno esatto dall’uscita statunitense dall’Accordo sul nucleare iraniano, va deteriorandosi la situazione economica e commerciale del Paese – per via delle sanzioni economiche imposte dalla Casa Bianca. L’Iran vive un momento di iperinflazione – che si è stabilizzata, ma che colpisce la vita quotidiana e i consumi degli iraniani. I rapporti con i Paesi occidentali non sembrano migliorare, e allora Teheran opta per un consolidamento dei rapporti commerciali con il mondo asiatico. La Dottrina Trump beneficia se stessa, i suoi alleati occidentali oppure nessuno?

Durante la scorsa notte, il Presidente statunitense, Donald Trump, ha dichiarato che presto varerà nuove sanzioni economiche contro l’Iran. Saranno sanzioni che, questa volta, non andranno a colpire il settore energetico. Molto probabilmente l’Amministrazione Trump annuncerà le nuove sanzioni questo mercoledì, in concomitanza – quasi – con l’inizio del Ramadan e in concomitanza – questa volta perfetta – con l’anniversario dall’uscita unilaterale degli Stati Uniti, lo scorso 8 maggio, dall’Accordo sul nucleare (firmato nel luglio 2015).

Inoltre, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, John Bolton, ha deciso di dispiegare la portaerei Uss Abraham Lincoln Carrier, altri mezzi navali ed aerei che fanno parte del suo gruppo d’assalto, nella regione «per inviare un messaggio chiaro e inequivocabile al regime iraniano». La decisione è stata presa per rispondere a «qualsiasi attacco agli interessi americani o a quelli dei nostri alleati con inesorabile forza». Bolton conclude dicendo: «Gli Stati Uniti non stanno cercando una guerra con il regime iraniano, ma sono pronti a rispondere a qualsiasi attacco, che venga dal Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica o dalle forze regolari iraniane».

Il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, dichiara che l’escalation di violenza avvenuta negli ultimi due giorni a Gaza, tra Hamas ed Israele, sia slegata dall’azione statunitense contro Teheran. Nel 2018, prima del fatidico 8 maggio, il Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, aveva twittato: «Israele uccide a sangue freddo», aggiungendo che molti palestinesi sono stati «massacrati mentre protestavano nella più grande prigione a cielo aperto del mondo», riferendosi alla Striscia di Gaza. Per poi attaccare il Presidente Trump che, nel frattempo, inaugurava la sua ambasciata «illegale», e mentre «gli altri Paesi arabi cercavano di distogliere l’attenzione».

Nel conflitto israelo-palestinese, l’Iran non gioca un ruolo fondamentale. Ma, a livello regionale, l’Iran tiene d’occhio Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati degli Stati Uniti, e di conseguenza di Israele. Nella geopolitica della regione, le sanzioni economiche di Trump rischiano di avvicinare irrimediabilmente Teheran a Mosca, Ankara e Pechino.

Dopo l’uscita dall’Accordo sul nucleare iraniano, la Casa Bianca ha imposto sanzioni economiche a Teheran a più riprese. Le ultime sanzioni risalgono al 4 novembre 2018, le quali hanno colpito principalmente il settore petrolifero, principale fonte di introiti per lo Stato. Sanzioni che hanno fatto vacillare l’economia interna del Paese, tanto da far introdurre una «Fuel Card» – in vigore dalla prossima settimana. Questa ‘carta carburante’ introduce una quota per le vendite di benzina per far fronte all’aumento del prezzo della benzina. Alcune agenzie di stampa iraniane fanno trapelare che il provvedimento prevede la vendita di soli 60 litri di benzina al mese a persona – a meno che non si paghi un’imposta aggiuntiva per sforare il tetto massimo.

Per uno sguardo attento e vicino alla realtà iraniana post-sanzioni abbiamo intervistato Raffaele Mauriello, Professore alla Facoltà di Letteratura persiana e lingue straniere all’Università Allameh Tabataba’i di Teheran e al Master in Geopolitica e sicurezza globale all’Università La Sapienza di Roma, co-direttore dell’International Relations and Islamic Studies Research Cohort.

 

Le ultime sanzioni imposte dagli Stati Uniti all’Iran cosa hanno comportato dal punto di vista economico?

Le sanzioni statunitensi hanno contribuito ad aumentare l’inflazione nel Paese: l’effetto economico principale è stata un’iperinflazione. Per alcuni prodotti, i prezzi sono addirittura quadruplicati. Gli affitti delle case si sono alzati vertiginosamente, il prezzo delle carni rosse – cibo molto consumato in Iran – si è inflazionato tra il 50 e il 60 per cento, anche i derivati del latte – come yogurt e formaggi – hanno subito una netta inflazione del costo. L’inflazione si è originata dalla penuria di liquidità da parte del Governo: in Iran è molto richiesta la moneta estera, in particolare il dollaro e l’euro. Con una diminuzione delle esportazioni di petrolio, diminuisce di conseguenza l’accesso alla moneta estera. La mancanza di liquidità, poi, contiene e limita le attività commerciali di importazione: l’Iran compra all’estero, ad esempio, medicine e componenti per assemblare auto – le quali rappresentano una salda componente dell’economia iraniana. La società ne risente quanto il suo potere d’acquisto. La media borghesia, per via degli effetti economici dati dalle sanzioni, opta in minor misura per i viaggi all’estero, preferendo mete nazionali o paesi come Turchia e Georgia.

Quali azioni concrete ha attuato il Governo iraniano per contenere l’inflazione?

Durante la Presidenza di Mahmud Ahmadinejad, pur avendo un tasso d’inflazione libero – non controllato –, il potere d’acquisto era più alto rispetto al presente. Con l’inizio della Presidenza di Hassan Rouhani, nel 2013, l’inflazione è stata controllata, ma l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’Accordo sul nucleare hanno modificato la realtà economica e finanziaria del Paese. Due mesi dopo, si è registrata una perdita del potere d’acquisto del 400 per cento in alcuni casi – del 40/50 per cento in una media generale. Negli ultimi quattro mesi il Governo è riuscito a controllare l’inflazione, senza però essere in grado di abbassarla. Le sanzioni, inoltre, limitano la capacità del Governo di attuare politiche economiche espansive per rilanciare l’economia. In questo senso, va ricordato che, L’Unione Europea, non ha saputo garantire l’Accordo sul nucleare – che prevede fra l’altro il reintegro dell’Iran nel sistema finanziario internazionale – di fatto perdendo le simpatie del Paese iraniano.

Mentre, dal punto di vista geopolitico, quali sono le conseguenze?

L’Iran è uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo. In uno scenario internazionale nel quale gli altri due grandi esportatori, Venezuela e Libia, vivono una crisi socio-politica destabilizzante, a fine aprile il prezzo del Brent ha toccato la cifra alta – ma non astronomica – di 75 dollari al barile. Le sanzioni statunitensi non destabilizzano il Paese, ma le sue rotte commerciali di esportazione. Il disegno trumpiano di azzerare progressivamente le importazioni di petrolio iraniano è di improbabile realizzazione. In ogni caso, le sanzioni hanno portato l’Iran ad affidarsi maggiormente all’esportazione verso il mondo asiatico, che già rappresenta la principale area di esportazione del petrolio iraniano: dal punto di vista geopolitico, è tangibile la prospettiva di un consolidamento dei rapporti con Ankara, Mosca e Pechino. I principali acquirenti sono sempre stati Paesi asiatici in crescita, come Cina, India, Corea del Sud, Giappone e Taiwan, ma anche alcuni Paesi europei, come Italia e Grecia, e anche la Turchia ne hanno storicamente beneficiato con quantitativi più bassi. Mentre, da un punto di vista puramente geopolitico, l’Iran dovrà porre costante attenzione verso gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, solidi alleati degli Stati Uniti.

Quindi, le sanzioni decise dall’Amministrazione Trump allontanano, di fatto, l’Iran dall’Unione Europea e dai Paesi occidentali?

L’Iran reagisce ad una decisione unilaterale e fuori dalle regole del libero mercato e della comunità internazionale. La posizione presa dagli Stati Uniti è alquanto ambigua, oltre che poco trasparente e democratica – essendo stata presa da una porzione ristretta di uomini della Casa Bianca, senza stimare la contrarietà della maggioranza dell’opinione pubblica e degli esperti. L’Unione Europea, già garante dell’Accordo sul nucleare iraniano, si muove per creare un’agenzia bilaterale tra UE e Iran, in modo da proseguire i rapporti commerciali innanzitutto, anche se formalmente per ora innanzitutto quelli umanitari. Pur essendo un attore di primo piano nello scenario internazionale, l’Unione Europea – e alcuni suoi Stati membri – non hanno saputo opporsi alla politica estera di Trump nella questione iraniana, accentuando una sudditanza che non giova all’Unione e al suo commercio. Teheran ha, dunque, intrapreso una strada che la porterà sempre più vicina, almeno dal punto di vista commerciale, all’Asia in generale, alla Russia, alla Turchia e alla Cina in particolare. Una strada tipica del pensiero politico conservatore dell’Iran, in contrasto con quella ‘filo-Occidentale’ del pensiero riformista moderato – attualmente in maggioranza nel Parlamento e al governo con il presidente Ruhani.

Nel particolare, quali conseguenze si sono manifestate nel rapporto commerciale con l’Italia e le sue imprese?

Nel momento delle sanzioni, il Governo gialloverde non ha saputo definire la sua politica estera: il Movimento Cinque Stelle ha lasciato spazio alla Lega, che ha replicato adottando la visione e il progetto statunitense. La chiusura dei rapporti commerciali si è registrata già durante la prima fase di sanzioni imposta da Trump e il suo entourage ristretto. L’Italia e la Germania sono i due Stati membri che, negli ultimi decenni, si sono sovrapposti come primi partner commerciali dell’Iran in Europa. La compagnia energetica italiana, Ente Nazionale Idrocarburi (ENI), ha mosso i primi passi, nel 1953, grazie ad accordi con Egitto ed Iran. Accordi che, poi, si sono rivelati fondamentali e solidi nel corso del suo sviluppo. Le sanzioni, insieme alle decisioni politiche ad esse legate, hanno indotto la compagnia ad eliminare la voce ‘Iran’ dal proprio sito ufficiale: un rapporto importante e storico che è stato fatto sparire per accomodare le decisioni prese dalla Casa Bianca. Anche il caso di Alitalia è emblematico: dopo 50 anni di voli che hanno collegato Teheran e Roma, ora i voli sono stati bloccati – rendendo gli aeroporti di Doha e Istanbul meta obbligata dei passaggi fra i due Paesi. I voli di Alitalia non erano stati soppressi né durante la Rivoluzione iraniana del 1979 e tanto meno durante la guerra tra Iran e Iraq tra il 1980 e il 1988. In questo modo, l’Italia conferma – non formalmente – una posizione di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti.

Oltre alle compagnie italiane, le altre compagnie estere che lavorano in Iran hanno ridotto la loro presenza sul territorio?

Molte compagnie e i relativi Stati di appartenenza hanno congelato i rapporti con l’Iran. La Spagna si era mossa per diventare un nuovo partner commerciale importante di Teheran in ambito europeo, allo stesso modo il Messico aveva in programma un serio incremento dei rapporti commerciali. Dopo le sanzioni, però, i progetti e le prospettive commerciali sono state limitate a rapporti minimi. Altro apporto italiano è stato quello ingegneristico. L’inversione di rotta dei Paesi Occidentali – o almeno quelli allineati al pensiero statunitense – rende Teheran sempre più vicina all’Asia: i riguardi d’onore che, nel 2017, vennero riservati all’Italia alla feria internazionale del libro di Teheran, quest’anno sono riservati alla Cina.

Le questioni economica e geopolitica, scaturite dalle sanzioni statunitensi, possono avere effetti destabilizzanti sulla politica interna del Paese e sul Governo iraniano?

Ruhani è al suo secondo mandato, quindi non potrà ripresentarsi alle elezioni per un terzo mandato consecutivo, come stabilito dalla Costituzione iraniana, che prevede la possibilità di tre mandati massimi, ma solo due consecutivi. In ogni caso, la popolazione iraniana non voterebbe nuovamente la componente politica di riformisti moderati, dopo i risvolti seguiti alle sanzioni statunitensi. Questa componente politica è stata largamente votata dalla borghesia iraniana, che è stata recentemente disattesa dai risvolti successivi le sanzioni. Alle prossime elezioni del Parlamento i conservatori iraniani hanno maggiore possibilità di formare una maggioranza, facendo prospettare una più accentuata tendenza nel favorire l’Asia come partner commerciale. Ma non tutti i riformisti moderati hanno perso consenso: è il caso del Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, che si è distinto per la sua professionalità nelle relazioni internazionali, migliorando costantemente l’immagine dell’Iran nel mondo, cosa che ha favorito, per esempio un importante sviluppo del turismo estero nel Paese.

Quindi, una crisi socio-politica simile a quella venezuelana o libica è una possibilità remota – quasi assente – nel panorama politico interno dell’Iran?

Il sistema politico iraniano è complesso e, nell’insieme, piuttosto bilanciato. Il Paese non è assolutamente sulla rotta di una crisi socio-politica profonda. Anzi, l’Iran rimane affidabile a livello economico e a livello commerciale, per quanto riguarda l’esportazione di petrolio: il sistema-Paese è sostenibile ed estremamente stabile. Inoltre, l’Iran mantiene una grande capacità monetaria a livello civile: molti iraniani hanno personalmente investito, durante gli anni, nell’acquisto di monete d’oro e valute straniere. Si calcola che nelle case iraniane siano conservati – in valore – tra i 10 e i 25 miliardi di dollari tra monete d’oro e monete estere. Questione, come prima riferito, diametralmente opposta a livello governativo, nel quale la mancanza di valuta estera limita e atrofizza i rapporti commerciali con l’estero.

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