martedì, Agosto 4

Iran nucleare: USA, accordo o resa? Barack Obama dovrà reiventare la politica statunitense o arrendersi alla lobby israeliana e alla paura paranoica dell’Arabia Saudita dell’Islam sciita

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Mentre i neo conservatori stanno cercando di distruggere il tentativo di raggiungere con l’Iran un accordo sul nucleare, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama dovrà reiventare la politica statunitense o arrendersi alla lobby israeliana e alla paura paranoica dell’Arabia Saudita dell’Islam sciita.
Se dopo mesi di intense trattative politiche si è giunti, all’inizio di aprile, alla conferma del raggiungimento, da parte dell’Iran e del gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia più Germania), di un accordo quadro provvisorio su una delle questioni più controverse dell’ultimo trentennio, il dossier nucleare iraniano, sembra che la tregua diplomatica potrebbe preludere a una pericolosa impasse politica.
Se le trattative sul programma nucleare iraniano portassero a un’impasse, specialmente considerato il fatto che le ambizioni nucleari di Teheran non si pongono necessariamente al centro del dibattito internazionale, la campagna militare dei neoconservatori israeliani contro la Repubblica Islamica dell’Iran potrebbe spingere il mondo sull’orlo di un altro conflitto di lunga durata, un conflitto mondiale.
Con i fuochi della guerra ancora ardenti nella regione MENA -Medio Oriente e Nord Africa- la caduta di un altro ‘domino’ si rivelerebbe impossibile da gestire per il mondo. Da un punto di vista puramente strategico la guerra con l’Iran, nonostante possa compiacere i guerrafondai di Tel Aviv, potrebbe costringere le potenze occidentali e gli alleati arabi a impiegare una potenza militare superiore a quella da loro gestibile. Tenendo a mente che gli Stati Uniti hanno già impiegato truppe e risorse in Afghanistan, Libia, Pakistan, Siria, Iran e Ucraina, ci si domanda quanto può ancora estendersi l’America imperiale.
Per quanto grande l’America possa pensare di essere, e per quanto solide possa ritenere essere le proprie alleanze, Washington non ha ancora vinto la guerra. Proclamarsi vittoriosi come ha fatto George W. Bush in Iraq il 1 Maggio del 2003 non rende esattamente tali. E sebbene l’America si crogiolasse nella luce gloriosa della propria supremazia militare sul nemico iracheno, la sua gioia durò poco poiché la verità venne presto a galla. E sebbene iniziare una guerra potesse sembrare un affare abbastanza facile per l’America dei neo-conservatori, è proprio l’arte della pace che questa Nazione belligerante non ha saputo padroneggiare finora.
Ritornando all’accordo nucleare iraniano, sorprendentemente per molti scettici, l’Iran e il gruppo dei 5+1 hanno raggiunto un accordo nonostante ce ne siano stati alcuni mancati; una prova di quanto gli esperti hanno affermato, ovvero che Teheran è più interessato alla diplomazia di quanto i suoi detrattori pensino. Le concessioni dell’Iran attestano la determinazione dei funzionari a impegnarsi con la comunità internazionale e a reintegrarsi nella politica internazionale.
Come ha scritto Gareth Porter in una rapporto per il CounterPunch ad Aprile, «l’accordo quadro raggiunto giovedì 2 aprile 2015, impone chiaramente al gruppo dei 5+1 una serie di vincoli sul programma nucleare iraniano che dovrebbero rassicurare tutti tranne gli oppositori più aggressivi della diplomazia». E benché l’Iran assicuri in ogni modo che il proprio Governo non cercherà di usare per fini militari il programma nucleare, non ci sono concessioni abbastanza sufficienti o esaurienti per attenuare le paure di Washington di fronte al ‘grande satana’, specialmente se i sauditi e gli israeliani hanno voce in capitolo.
Con l’inchiostro dell’accordo quadro nucleare ancora fresco, la potente lobby israeliana e l’Arabia saudita sono andati su tutte le furie e hanno comunicato al mondo che catastrofe sarebbe il raggiungimento di un accordo nucleare iraniano.
Dopo un viaggio al Congresso degli Stati Uniti e parole ben scelte contro il suo nemico mortale, Israele sembra aver soddisfatto la propria voglia di fermare i possibili sviluppi delle trattative sull’accordo nucleare non ancora formulato e firmato.
Come ha eloquentemente comunicato al mondo Il Ministro israeliano dell’Intelligence e degli Affari strategici, Yuval Steinitz, Israele cercherà di persuadere il gruppo dei 5+1 a «non firmare questo pessimo accordo o almeno a cambiarlo radicalmente e migliorarlo».
Il Primo Ministro Benyamin Netanyahu ha ribadito quanto detto dal Ministro Yuval Steinitz,   , affermando che, rappresentando l’Iran una minaccia per l’esistenza stessa di Israele, l’America dovrebbe abbandonare ogni diplomazia e battere i tamburi di guerra.
Così come la lobby israeliana si è prepotentemente fatta strada nello Studio Ovale, stringendo in un angolo il Presidente degli Stati Uniti Barak Obama che ha così ceduto il potere al Congresso, l’Arabia Saudita ha dichiarato guerra alla Yemen, complicando ulteriormente la rete di alleanze sovrapposte e contrastanti nel Medio Oriente e minacciando la pace.
È interessante notare che se la guerra non richiede il controllo del Congresso degli Stati Uniti, la pace certamente lo richiede.
Bloccato tra una situazione di instabilità in patria e una posizione difficile in Medio oriente, il Presidente Obama si confronta con un grande dilemma che segnerà l’eredità della sua presidenza.
Se le tensioni tra il Presidente Obama e il Premier israeliano continueranno, la lobby israeliana potrebbe perdere forza, Tel Aviv ha esaurito la pazienza degli americani. L’alleato e sostenitore più grande di Israele, l’unica potenza che ha letteralmente, e quasi da sola, portato lo Stato ebraico all’esistenza e lo ha aiutato a sopravvivere fin dalla sua creazione, nel 1948, utilizzando l’arma del veto sulle decisioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sostenendo le forze armate e l’economia, e agendo come campione politico quando necessario, potrebbe cambiare strada.
Se il programma di politica estera israeliano e saudita sono in allineamento perfetto, non sono diretti l’uno all’altro ma all’Iran, i cambiamenti nella regione e la rapida evoluzione degli interessi geostrategici hanno costretto gli USA a riconsiderare la propria posizione verso l’Iran e la cosiddetta mitica mezzaluna sciita di cui il mondo ha imparato a diffidare senza quasi capirne il perché.
Stando alle dichiarazioni di Netanyahu, si deve ritenere che il radicalismo islamico, l’interpretazione snaturata e reazionaria che si è associata al movimento wahabita saudita, per Israele, sarebbe preferibile che vedere l’Iran prendere piede nel mondo arabo. A settembre 2013, l’Ambasciatore israeliano negli Stati uniti Michael Oren ha dichiarato al ‘The Jerusalem Post’ che Israele preferiva gli estremisti sunniti ad Assad e agli sciiti. «Il pericolo più grande per Israele è rappresentato dall’arco strategico sciita che si estende da Teheran a Damasco e Beirut. Vediamo nel regime di Assad il pilastro di quest’arco», ha dichiarato Oren. «Abbiamo sempre voluto che Bashar Assad andasse via e abbiamo sempre preferito i cattivi che non erano sostenuti dall’Iran a quelli che lo erano», anche se i cattivi erano affiliati ad Al-Qaeda.
Ovviamente l’Arabia Saudita farebbe qualsiasi cosa pur di impedire almaleficoIran di rivendicare la propria posizione nella ragione, in particolar modo perché ciò significherebbe essenzialmente perdere il potere per aumentare le richieste per le riforme democratiche nelle monarchie del Golfo, essendo Bahrain l’emblema di questo desiderio di cambiamento.
Perché farlo quando è possibile fare guerre insensate per far valere il proprio dominio?
L’accordo nucleare iraniano è qualcosa di più di un semplice accordo. Se sarà firmato diventerà il fondamento di un grande spostamento e cambiamento delle alleanze, nel momento in cui gli Stati Uniti sceglieranno di porre i propri interessi nazionali davanti a quelli di Tel Aviv e ai miliardi di Riad. Infatti, se Israele ha prevaricato gli USA per decenni, l’Arabia Saudita ha comprato le sue politiche per decenni. Con nient’altro da perdere se non il suo nome e la sua eredità, il Presidente Obama potrebbe essere proprio l’uomo che rompe questo circolo autodistruttivo e che rivendica la politica estera americana.
Per l’America avrebbe senso fare pace con l’Iran. Da un punto di vista economico, politico e in termini di sicurezza energetica e lotta al terrorismo l’Iran potrebbe essere più utile e potente dell’Arabia Saudita. Tenendo presente che le impronte digitali di Riad sono in tutta al Qaeda, l’IS e in qualsiasi propaggine terrorista creata in questi mesi dai fondamentalisti, Washington potrebbe voler considerare un altro alleato nella sua lotta al radicalismo.
L’America desidera il cambiamento, e ciò di cui ha bisogno adesso è avere il coraggio del proprio desiderio.
L’America è una superpotenza che ha perso forza, e cosa ancora più importante, non è più capace di distinguersi nel mondo. L’eccezionalità della America è allo stremo. Troppi doppi standard, incoerenze nelle sue alleanze, discorsi ambigui, doppie intese e doppi binari. L’America necessita di un accordo.
Tuttavia, la scadenza di luglio sembra davvero molto lontana, specialmente dato che la guerra nello Yemen sta tirando la corda già tesa della diplomazia. Non firmare l’accordo nucleare sarebbe una cosa ben peggiore che infastidire Israele e l’Arabia Saudita. Nella fattispecie, ci si domanda perché Israele non faccia il favore al mondo di comportarsi come predica in termini di trasparenza nucleare. Questo potrebbe essere l’accordo nucleare del secolo!

 

Traduzione Emanuela Turano Campello

 

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