sabato, Dicembre 7

Iran: il petrolio di Namavaran non sarà salvifico Nucleare, crisi con Israele, rivolte interne: difficile che il petrolio di Namavaran possa davvero invertire la rotta di una situazione che anche per l’assertivo Iran comincia a farsi davvero complicata

0

Secondo il ‘Global Energy Statistical Review’, pubblicato  dal gruppo petrolifero britannico Bp, l’Iran ha le quarte riserve petrolifere più grandi al mondo  -dietro Venezuela, Arabia Saudita e Canada, con 155,6 miliardi di barili. Nel fine settimana, il Presidente, Hassan Rohani, mentre gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) stavano verificando la ripresa delle attività di arricchimento dell’uranio nel sito di Fordow, nei pressi della città di Qom -attività poi ieri ufficialmente confermata-  ha annunciato la scoperta di un maxi giacimento petrolifero che potrebbe aumentare di un terzo le riserve nazionali.
Il giacimento si chiamerà Namavarancopre «2.400 chilometri quadrati da Bostan e Omidiyeh», due città nella provincia del Khuzestan, nel sud-ovest del Paese, è profondi 800 metri, e aggiungerebbe  «53 miliardi di barili» alle entrate petrolifere dell’Iran, le quali potrebbero crescere fino a 32 miliardi di dollari.  Una «buona notizia» per un Paese piegato dalle sanzioni economiche americane, ha detto  Rohani, che lo ha presentato come «un piccolo dono del governo al popolo». «Abbiamo trovato un giacimento di petrolio contenente riserve stimate in 53 miliardi di barili», ha dichiarato il Presidente.

Ieri, poi, il Ministro del Petrolio, Bijan Namdar Zanganeh, attraverso ‘Asharq Al-Awsat’, ha precisato che il giacimento aggiunge «22,2 miliardi di barili» alle riserve stimate della Repubblica Islamica e «solo 2,2 miliardi di barili» possono essere estratti «con la tecnologia che attualmente abbiamo a disposizione».
La notizia, che è da ritenersi confermata,  farebbe schizzare il Paese al terzo posto nella classifica ‘Global Energy Statistical Review’, e potrebbe, non a breve, rappresentare una boccata d’ossigeno per l’economia iraniana, in forte sofferenza.

Il PIL è crollato a -3,9 per cento nel 2018 e, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il Pil quest’anno crollerà del 9,5%, Il valore del rial è precipitato da 32.000 al dollaro al momento dell’accordo nucleare a 154.000 al dollaro sul mercato non ufficiale  il 7 maggio 2019. Ad agosto 2019, il rial era scambiato a 116.500 dollari, con un tasso di inflazione mensile del 40 percento, disoccupazione nazionale circa il 12 percento e disoccupazione giovanile circa il 25 percento. A ciò si aggiungono divisioni politiche e sociali non proprio indifferenti. 

La scoperta del giacimento, che Rohani ha tentato di propagandare alla popolazione   -«Oggi annunciamo all’America che siamo una Nazione ricca e che nonostante la vostra ostilità e le vostre sanzioni crudeli, i lavoratori e gli ingegneri petroliferi iraniani hanno scoperto questo magnifico campo», ha detto-,  è improbabile che a breve possa migliorare le condizioni economiche degli iraniani. In primo luogo per quanto dichiarato dal Ministro Zanganeh, ovvero i limiti della tecnologia attualmente a disposizione e le difficoltà che il Paese incontra a reperirla, causa le sanzioni americane, e in secondo luogo per le difficoltà che il Paese incontra a vendere l’attuale produzione petrolifera, anche in questo caso causa le sanzioni.
Secondo l’ ultimo rapporto mensile del mercato petrolifero dell’OPEC , l’Iran ha pompato 2,16 milioni di barili al giorno a settembre, in calo di 34.000 bpd rispetto al mese precedente, e in calo rispetto alla media di 3,55 milioni di barili nel 2018 e 3,81 milioni di barili nel 2017.
Il greggio, in barba alle sanzioni, viene esportato utilizzando trasferimenti nave-nave in mare, ovvero il greggio viene scaricato dalle grandi navi cisterna su navi più piccole e consegnato alla costa. Difficile che con questi metodi, quasi artigianali, il Paese possa essere in grado di esportare molto di più di quel che sta facendo

E il clima sul fronte del nucleare, alla base delle difficoltà economiche del Paese, non sta affatto migliorando.
E’ di ieri la notizia che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) ha confermato che l’Iran ha iniziato il processo di arricchimento dell’uranio nell’impianto di Fordo, superando in modo significativo i limiti imposti dall’accordo sul programma nucleare di Teheran firmato nel luglio del 2015, il Jcpoa. Il rapporto afferma che l’Iran ha aumentato le sue scorte di uranio arricchito a 372,3 chili, contro i 202,8 chili stabiliti come limite dall’accordo sul nucleare. Inoltre, l’Iran ha preparato un nuovo sito per testare centrifughe utili all’arricchimento dell’uranio, anche questo in contraddizione rispetto all’accordo.
UE, Francia, Germania, Gran Bretagna, garanti del Jcpoa, hanno espressopreoccupazione’ e si sono rivolti all’Iran per invitarlo a rientrare nei parametri dell’accordo stesso.
L’Iran vuole salvare l’accordo per poter beneficiare entro il prossimo anno della revoca dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, ha affermato nelle stesse ore il Presidente Rohani. «Se salveremo l’accordo arriveremo entro il prossimo anno a un grande obiettivo in termini di politica e sicurezza», ha detto il Presidente.
Oggi i toni sono duri nei confronti in particolare dell’Europa, accusata di ipocrisia (rilievo, più che accusa, per nulla nuovo ma molto sottaciuto dai vertici).  L’Iran ha «aspettato un anno»  dal ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul programma nucleare di Teheran prima di ridimensionare i suoi impegni rispetto al Jcpoa, ha dichiarato Rohani, «Nessuno al mondo può biasimarci dicendo ‘Perché oggi abbandoni i tuoi impegni nell’ambito del Jcpoa e perché hai riattivato Fordo?’». Accusando gli Stati Uniti per il ritiro unilaterale dall’accordo, ha detto il Presidente ha detto che l’approccio iraniano è quello di «impegnarsi nella resistenza e nella perseveranza»  riducendo gli impegni presi nel luglio del 2015 e impegnandosi in negoziati.
Insomma, lo stallo sull’accordo persiste

Così come non migliora il posizionamento dell’Iran sullo scenario sciita, con le rivolte in corso in Iraq e con il Libano ancora in fermento. Mentre i costi che sono stati sopportati per la campagna in Siria e quelli che il Paese continua sopportare per quella nello Yemen hanno drenato molto denaro e molto impegno politico.
Rivolte che soffiano sul fuoco del malcontento che la crisi economica ha causato all’interno dell’Iran stesso.
Il governo iraniano ha a che fare con il proprio movimento di protesta già da fine 2017. Gli osservatori parlano di centinaia di proteste ogni mese su questioni come il deterioramento delle condizioni economiche, il degrado ambientale  e le lamentele politiche.
Gli analisti del Center for Strategic and International Studies (CSIS) hanno quantificato  4.200 proteste da gennaio 2018 a ottobre 2019. Il 72% delle manifestazioni da gennaio 2018 sono state alimentate da rimostranze economiche  -preoccupazioni sul lavoro (come salari non pagati, chiusure di fabbriche, insicurezza del lavoro e cattive condizioni di lavoro) e questioni legate alla svalutazione del rial , alti tassi di inflazione e simili. 450 manifestazioni, invece, sono state motivate da ragioni politiche -lamentele politiche con il Governo, contro la corruzione, per il rilascio di prigionieri politici, compresi giornalisti e attivisti che erano stati arrestati in precedenti proteste; molte manifestazioni  sono state condotte a favore del Governo e contro gli Stati Uniti e Israele; nel Quds Day (il 31 maggio 2019), gli iraniani, in almeno 220 città in tutto il Paese, hanno protestato a sostegno della Palestina e in opposizione al piano di pace in Medio Oriente a guida statunitense.
Malgrado sia improbabile che queste proteste minaccino la sopravvivenza del Governo, almeno per ora  -«Il movimento di protesta iraniano è attualmente troppo decentralizzato e le forze di sicurezza iraniane sono probabilmente troppo forti per rovesciare il regime» affermano  dal CSIS-, il regime dovrà affrontare il persistente malcontento interno che lo potrebbe appesantire sia all’interno del Paese  sia sul suo fronte esterno.
Le condizioni che rassicurano il Governo di Teheran ci sono tutte: il movimento di protesta iraniano rimane fratturato e privo di una leadership centrale e le forze di sicurezza e di intelligence del regime sono forti. Le capacità delle forze di polizia iraniane sono migliorate dal movimento verde del 2009.
Certo è che le proteste dell’Iran galvanizzano le piazze in protesta a loro volta sostanzialmente per gli stessi motivi di Libano e Iraq.
Non ci sono le condizioni perché le rivolte possano trasformarsi in una rivoluzione. Al contrario di quanto gli Stati Uniti hanno immaginato nei mesi scorsi:   John Bolton aveva detto che «Con le recenti proteste in Iran, possiamo vedere il pericolo in cui si trova il regime», «i giorni del governo clericale sono contati», il consigliere di Trump Rudolph Giuliani aveva detto che «le sanzioni stanno funzionando. La valuta non sta andando a nulla. . . questi sono i tipi di condizioni che portano a rivoluzioni di successo».  Sbagliato, secondo gran parte degli analisti.
Ci sono le condizioni, invece, per una preoccupate cronicizzazione del malcontento che a lungo andare potrebbe mettere a repentaglio la stabilità interna.
Secondo un sondaggio ripreso da CSIS, vi è una significativa frustrazione per le condizioni attuali tra la popolazione. Circa il 95 percento degli intervistati iraniani ha affermato che «il Governo dovrebbe fare di più per impedire l’aumento del prezzo dei prodotti alimentari»; wuasi tre quarti ritengono che «il Governo non sta facendo abbastanza»  per aiutare i poveri o gli agricoltori che soffrono a causa della siccità. Inoltre, il 96% ritiene che il Governo dovrebbe fare di più per combattere la corruzione.

Mentre è di oggi il nuovoscontro’ un più che diplomatico con Israele.
Questa mattina alta tensione in Israele, le sirene di allarme hanno suonato nelle zone centrali e meridionali del Paese, a seguito del lancio di razzi dalla Striscia di Gaza, dopo l’uccisione del comandante della Brigate al-Quds  -l’ala militare della Jihad Islamica palestinese nella Striscia di Gaza-,  Baha Abu al-Ata. Di questa ennesima escalation militare Israele accusa l’Iran, i tank israeliani sono entrati nella  Striscia e hanno attaccato ‘obiettivi della Jihad Islamica palestinese’, secondo informazioni diramate dalla Sicurezza israeliana, che parlano di 9 milioni di israeliani a rischio.
Baha Abu al-Ata  era considerato l’uomo di Teheran sul campo,  accusato da Israele di essere responsabile della maggioranza degli attacchi lanciati dall’enclave nell’ultimo anno. L’Iran degli ayatollah sciiti sarebbe il primo finanziatore dell’organizzazione, che rifornisce anche di armi e missili, come i Fajr 5. 

«Israele si difenderà dalla Jihad Islamica finanziata dagli iraniani, un gruppo terroristico che ha sferrato innumerevoli attacchi contro la nostra popolazione civile», si legge sull’account Twitter del Ministero degli Esteri israeliano. 

In tutto ciò difficile che il petrolio di Namavaran possa davvero invertire la rotta di una situazione che anche per l’assertivo Iran comincia a farsi davvero complicata. Certo se con la campagna elettorale 2020 dalla Casa Bianca uscisse Donald Trump le cose potrebbero cambiare, e molto per l’Iran, la crisi economica potrebbe gradualmente rientrare.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore