domenica, Novembre 17

Iran: chi è Hassan Rouhani? il favorito nella corsa presidenziale

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Tra due giorni, esattamente il 19 maggio, si terranno le elezioni in Iran. Al momento i candidati rimasti ufficialmente in lizza sono quattro: il Presidente uscente Hassan Rouhani, il suo avversario principale Ebrahim Raisi, il conservatore Mostafa Mir-Salim e il riformista Mostafa Hashemi- Taba. Quest’ultimo, però, si è ufficiosamente ritirato annunciando che il suo voto andrà a Rouhani, del quale ha riconosciuto i numerosi progressi sul piano politico ed economico in questi quattro anni di Governo.
Dunque, i veri due sfidanti rimasti in gioco sono Rouhani e Raisi, poiché Mir-Salim è un conservatore poco popolare fra l’elettorato, che sembra sostenere la candidatura di Raisi, esponente di spicco dell’élite religiosa iraniana e vicinissimo alla Guida Suprema.

Ma chi sono esattamente i due sfidanti in lizza? Qual è la carriera politica e il programma di Rouhani?

Hassan Rouhani  è l’attuale Presidente uscente schierato nell’ala moderata dei riformisti, che nel 2013 ha vinto le sue prime elezioni con il 50.71% dei voti al primo turno – uno scarto minimo se pensiamo ai voti, leciti o meno, ottenuti da Maḥmūd Aḥmadinežād nel 2009. Anche Rouhani, come l’avversario Raisi, fa parte dell’establishment sciita: il suo titolo è Hajjatoleslam, un punto intermedio nella gerarchia religiosa.

La sua ascesa politica inizia già prima della Rivoluzione Islamica dell’Iran (1978/79): tra il 1960-1970 viene arrestato più volte come seguace di Ayatollah Khomeini; nel 1977 scappa in Francia con l’Ayattollah poiché minacciato d’arresto. Tra il 1980-2000, dopo il rovesciamento dello Scià e la nascita della Repubblica islamica, inizia la vera e propria ascesa politica. Verrà nominato Membro del Consiglio supremo di difesa, Comandante delle difese aeree iraniane, Consigliere di sicurezza nazionale al Presidente e dal 1989 a oggi rappresenta il leader supremo -Ayatollah Ali Khamenei- nel Consiglio di sicurezza nazionale supremo dell’Iran. Un’altra importantissima carica che ricopre dal 1999 è la membership nell’Assemblea di Esperti, composta da 86 membri religiosi eletti per otto anni a suffragio universale diretto, che hanno il compito di eleggere a loro volta la Guida Suprema, la figura più importante della Repubblica Islamica.

Tutte queste cariche, e altre minori, hanno dato la possibilità a Rouhani di arrivare a concorrere per la presidenza e vincerla nel 2013; anche grazie al sostegno dell’ex Presidente Hashemi Rafsanjani e del riformista Mohammad Khatami.
Per quattro anni Rouhani ha portato avanti un programma filo-riformatore, basato su una politica d’apertura con l’Occidente e l’Asia. Questa politica filo occidentale è arrivata al culmine nel 2015, anno in cui il Governo Rouhani, dopo 21 mesi di trattative, ha trovato un’intesa sul progetto nucleare con i ʹ5+1ʹ, proponendo un accorso siglato tra Iran e i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania.

Sicuramente il programma di Rouhani ha aperto una breccia nella possibilità di un colloquio più aperto con gli Stati Uniti e l’Europa, anche se molto è ancora da fare in Iran; la popolazione, dopo l’accordo nucleare, si aspettava una crescita economica più veloce del Paese che, al momento, tarda ad arrivare. È proprio su questo punto che la campagna elettorale del Presidente uscente si è giocata: i conservatori lo accusano di non aver portato un reale benessere all’Iran, anzi di aver aumentato il divario fra la popolazione benestante e quella indigente.  A queste accuse Rouhani ha risposto dichiarando che prima di vedere benefici sull’economia reale ci vorrà molto tempo, anche perché il suo predecessore Ahamadinejad aveva lasciato l’amministrazione del Paese in condizioni precarie.
In questa campagna elettorale Rouhani ha richiesto all’elettorato di eleggerlo per un altro mandato, per dargli la possibilità di portare avanti la sua esperienza e dimostrare che la sua politica diplomatica di apertura riuscirà a far avanzare la crescita economica tanto attesa e, con essa, anche l’aumento dei posti di lavoro per i giovani – punto cruciale della politica iraniana -.

È indubbio che, pur se la ripresa tarda a venire -anche a causa delle pesanti sanzioni sul sistema bancario iraniano- , l’Amministrazione  Rouhani ha portato dei reali benefici all’economia del Paese; secondo uno studio della Farnesina «i dati relativi al 2016 stimano una crescita al +4,6% con proiezioni per il 2017 pari al +5,4%. La sospensione delle sanzioni, i recenti accordi in ambito OPEC (che hanno consentito al Paese di evitare i tagli alla produzione nei primi sei mesi del 2017 concordati dai membri del cartello) e la progressiva reintegrazione nel sistema finanziario internazionale contribuiscono a migliorare le condizioni per lo svolgimento di attività commerciali, migliorando il quadro per gli investimenti anche in settori non strettamente legati a quello petrolifero. Si prevede inoltre un aumento dei consumi che trainerebbe ulteriormente il trend positivo».

Nell’ultimo discorso pubblico tenuto ieri presso lo stadio Azadi di Teheran, Ruohani ha fatto un discorso incitando i presenti a votare per lui, affermando che queste elezioni determineranno una scelta tra «la pace e la tensione»; dunque, il popolo è stato «chiamato a scegliere se proseguire sulla via della pace o tornare indietro e scegliere la tensione».
Sono parole forti che lasciano intravedere la linea marcatamente filo occidentale del Presidente Rouhani, che intende portare avanti a tutti i costi questa apertura dell’Iran facendo leva soprattutto sulle giovani generazioni, le più inclini a volere una politica di scambio con l’Occidente, in primis con l’Europa.

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