lunedì, Giugno 1

Iran: elezioni parlamentari, comunque vada sarà un successo per i conservatori Un banco di prova significativo per capire l’equilibrio di forza per i due principali campi politici

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Il 21 febbraio 2020, i cittadini iraniani andranno alle urne per le elezioni parlamentari. Si tratta di rinnovare il Majlis -l’Assemblea consultiva islamica, ovvero l’organismo legislativo della Repubblica Islamica dell’Iran, il Parlamento iraniano. Più di 16.000 candidati partecipano a questa tornata -circa il 90 percento dei quali sono uomini.
L’organismo non esercita una vera influenza nel determinare la strategia iraniana, specialmente negli affari esteri, tuttavia, questa tornata elettorale sta attirando molta attenzione, soprattutto dall’esterno, sono un banco di prova significativo per capire l’equilibrio di forza per i due principali campi politicii conservatori e i riformisti. Attenzione internazionale anche per misurare la temperatura dell’opinione pubblica, per un verso in vista delle elezioni presidenziali, previste per l’estate del 2021, per l’altro verso per avere una indicazione circa la legittimità di cui gode il regime iraniano in questa fase, soprattutto a seguito delle proteste del novembre scorso e dopo l’uccisione del comandante della Quds Force, Qasem Soleimani.
Secondo molti analisti, tra i quali quelli israeliani del Institute for National Security Studies (INSS), think tank affiliato all’Università di Tel Aviv, i conservatori sono destinati al successo.

In queste ore si aggiunge la notizia che la costellazione dei partiti sostenitori della linea dura, i conservatorinon siano riusciti a raggiungere l’accordo per una piattaforma unica in vista delle elezioni, si presenteranno divisi, con una serie di candidati espressione delle diverse correnti conservatrici, mentre i riformisti si confermano determinati a boicottare le urne.

Le proteste, scoppiate a seguito di un forte aumento dei prezzi della benzina -secondo i dati del Ministero degli Interni iraniano, in strada sono scese tra i 130.000 e i 200.000 persone in 100 località di tutto il Paese-, sono state represse dal regime iraniano rapidamente e con polso eccessivamente duro, al prezzo di centinaia di morti.
C’è chi ha parlato di un ‘Movimento verde’ risvegliato, ma i numeri e l’intensità delle proteste non è sembrato paragonabile, allora, nel 2009, in piazza scesero centinaia di migliaia di manifestanti, così come nelle manifestazioni del dicembre 2017 e gennaio 2018, meno del 2009 ma molti di più del novembre scorso. Per altro, è interessante notare che, analizzando i dati ufficiali forniti dell’intelligence iraniana, la maggior parte degli arrestati durante le rivolte erano disoccupati, sottopagati o scarsamente istruiti. Il che porta gli analisti a considerare che, analogamente alla precedente ondata di proteste (2017-2019), la maggior parte dei partecipanti apparteneva agli strati socioeconomici più deboli della popolazione e non alla classe media urbana istruita che ha guidato le proteste del 2009. L‘assenza della classe media nelle recenti proteste, secondo gli analisti, significa che non si è difronte a una protesta politicanon vi è all’orizzonte un movimento che possa incidere per un cambiamento politico strutturale, ovvero, in termini elettoralila protesta non porterà un flusso di voti significativo ai riformisti.
Sono proteste che evidenziano il malessere sociale delle classi più deboli economicamente e l‘incapacità del regime di fornire soluzioni al disagio della popolazione, ma anche la sensazione che nessuna delle principali forze politiche sia in grado di risolvere i problemi fondamentali della Repubblica islamica, il che, caso mai, potrebbe determinare una crescita della radicalizzazione delle classi deboli. ‘Conservatori, riformisti, la storia è finita’, era uno degli slogan che gridavano i manifestanti, altri inneggiavano alla monarchia del ‘prima della rivoluzione islamica’, il tutto attaccando banche, edifici pubblici e persino seminari religiosi. Si tratta di una frustrazione diffusa tra le classi economicamente deboli che rischia di tradursi in crescita di quella che qui viene definita ‘radicalizzazione’ e che in Occidente si definerebbe ‘populismo’.

Un recente sondaggio dell’opinione pubblica nel distretto di Teheran, realizzato da Iranian Students Polling Agency (ISPA), ha mostrato che solo il 15 percento dei cittadini è soddisfatto dello stato del Paese – un calo del 50 percento da un sondaggio analogo condotto due anni fa. Solo il 16% degli intervistati ha dichiarato di aspettarsi un cambiamento positivo nelle loro condizioni in futuro, il 52% si attende che la situazione peggiori ulteriormente. Circa il 75% degli intervistati ha condiviso le proteste, ma la gran parte ritiene che non serviranno a nulla, il 54%, poi, ritiene che le proteste continueranno in futuro.

Gli osservatori locali, intellettuali e accademici, hanno messo in guardia sul rischio della crescita della frustrazione, della disperazione e della perdita della fiducia nelle autorità. Dei rischi sembrano consapevoli ma impotenti sia conservatori che riformisti.

Le proteste e la disperazione possono influenzare l’affluenza alle urne nelle elezioni di febbraioil che potrebbe giocare a sfavore dei riformisti, l’elevata affluenza alle urne generalmente gioca a favore dei riformisti, che gode di un sostegno pubblico più ampio rispetto ai conservatori. In via teorica la scarsa affluenza serve ai conservatori, in questo caso però, fanno notare gli analisti INSS, potrebbe essere un ulteriore segno di una crisi di legittimità per il regime, il boicottaggio delle urne infatti è stato richiesto da una componente importante dei riformisti.

Secondo un sondaggio dell’Iranian Polling Agency, solo il 21% degli intervistati a Teheran parteciperà alle elezioni. Teheran aveva avuto affluenza di circa il 50% nelle precedenti elezioni parlamentari del 2016. Ogniqualvolta l’affluenza alle urne è stata bassa i conservatori hanno vinto, non ultimo perchè la partecipazione al voto è considerata quasi un dovere religioso.

Da dopo il 2 gennaio si è aggiunta la variabile Soleimani. L’uccisione deliberata da parte degli americani del comandante Qasen Soleimani potrebbe influenzare il voto. L’assassinio ha chiamato in piazza coalizzati conservatori e riformisti, tutti concordi nella condanna degli americani. L’azione statunitense potrebbe rafforzare ulteriormente la posizione dei ‘falchi’ conservatori, da sempre contrari alla politica di distensione e apertura del Presidente Hassan Rouhani e del suo Ministro degli Esteri Javad Zarif, considerati responsabili del fallimento della politica condotta in questi anni nei confronti degli Stati Uniti, e dunque indebolire il fronte riformista. «Queste elezioni sarebbero state molto diverse se non fosse stato per l’assassinio del generale Soleimani», sostiene Anoush Ehteshami, direttore di l’Istituto per gli studi mediorientali e islamici della Durham University nel Regno Unito. «Stavano arrivando sulla scia di un periodo di crescente malcontento nei confronti delle politiche del governo, di cui l’aumento del prezzo del carburante è stato solo l’ultimo episodio»«»

Insomma, gli scenari sembrano deporre per una debacle dei riformisti, il che significa che l’azione di Trump servirà solo a rafforzare i conservatori e implementare la politica di chiusura dell’Iran. Un passo indietro sulla già complicata via della democratizzazione del Paese.

In attesa delle elezioni presidenziali del prossimo anno, che, a questo punto, sembrano destinate a riportare i conservatori alla guida del Paese, Rouhani dopo il voto potrebbe essere messo nelle condizioni di avviare fin da subito una svolta conservatrice. Nelle precedenti elezioni parlamentari, i conservatori aveva subito un duro colpo e il loro assoluto controllo del Majlis è stato notevolmente compromesso. I sostenitori del Presidente Rouhani erano riusciti aumentare significativamente la loro rappresentanza nel Majlis, passando dall’essere una minoranza relativamente trascurabile a blocco di oltre 100 rappresentanti (su 290 seggi). Un blocco che ha permesso a Rouhani di governare sostenuto da una coalizione di riformisti moderati, conservatori moderati e indipendenti. Così, molto probabilmente, non potrà più essere dopo il voto di febbraio.

Per altro molti riformisti di spicco non si candideranno, per una serie di motivi non ultimo il tentativo di prendere le distanze da RouhaniLa posizione di Rouhani appare abbastanza critica, e dopo il 2 gennaio potrebbe essersi aggravata, tanto che alcuni autorevoli intellettuali riformisti avevano, già prima dell’assassinio di ……, apertamente invitato il Presidente a dimettersi anticipare le presidenzialiLa decisione di molti riformisti di non candidarsi alle elezioni, e la squalifica di candidati riformisti da parte del Ministero degli Interni e del Consiglio dei Guardiani, secondo gli analisti INSS, limiterà ulteriormente le capacità del campo riformista di presentare candidati forti, insomma contribuirà alla vittoria dei conservatori.
«il regime descriverà queste elezioni come segno di legittimità del regime e reazione all’aggressione americanaCi sarà una sorta di ondata di propaganda che spinge le persone a votare, in primo luogo e in secondo luogo, a votare per quelli che saranno visti come candidati rivoluzionari» il che rafforzerà la destra, afferma Ehteshami. «Le elezioni sono ora in ostaggio delle tensioni tra Iran e Stati Uniti ».

Il ritorno del Majlis in mano ai conservatori dovrebbe rafforzare la radicalizzazione dell’Iran alla luce delle sfide esterne che il Paese deve affrontare, a partire dalla ‘massima pressione’ perseguita dal Presidente Trump.
Una vittoria conservatrice renderà ancora più difficile per Rouhani – il cui status è in ogni caso eroso negli ultimi due anni – portare avanti i suoi obiettivi politici durante l’ultimo anno del suo mandato sia negli affari interni che nelle relazioni estere.
Un Parlamento sostato a destra si tradurrà in tentazione a «lasciare non solo il JCPOA ma anche il Trattato di non proliferazione nucleare, per interrompere i legami con gli alleati dell’America» per sviluppare invece i legami con Russia e Cina, Ehteshami

Tutto ciò tradotto: la previsione è per un muro contro muro tra Iran e USA che crescerà nel corso dell’anno fino a cementificarsi dopo il voto 2021. Possibile, perché in politica tutto e il contratrio di tutto è possibile, che un ultra-conservatore di Teheran riesca trovare l’accordo con l’altro ultra-conservatore, quello di Washington? Non si può escludere, il grande nemico dell’Iran, Israele è lì a dimostrarlo.
Oggi i Ministri degli Esteri dell’UE si sono riuniti per discutere dell’Iran e dell’attacco americano. Se la UE riuscisse in un colpo di reni all’ultimo minuto dimostrarsi pronta a sostenere l’Iran e difendere l’accordo sul nucleare mettendo sul tavolo interventi concreti, economici, secondo alcuni analisti, al di là della retorica scontata di queste ore, forse l’Iran potrebbe essere disponibile a tornare sedersi al tavolo. L’Europa non può permettersi un conflitto anche solo diplomatico con l’Iran, perché a rischio ci sarebbe l’insieme delle sue relazioni con il Medio Oriente. Se qualcosa del genere accadesse, allora anche le elezioni di febbraio potrebbero andare in maniera diversa rispetto al previsto

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