venerdì, Aprile 26

Iran e Turchia: ritorno agli attriti

0

La tensione tra Ankara e Teheran si è intensificata durante le ultime tre settimane. Le dichiarazioni fatte dal ministro degli esteri Mevlut Cavusoglu e dal Presidente Tayyp Erdogan sul tentativo da parte della Repubblica islamica di destabilizzare l’area, con speciali riferimenti alla situazione in Iraq e in Siria, non sono passate inosservate. L’Iran ha convocato lunedì l’ambasciatore turco per chiarimenti. Le relazioni tra i due Paesi hanno passato momenti di duro contrasto durante l’ultimo decennio, ma il pragmatismo e la convergenza di obiettivi a breve termine nella guerra civile siriana ha riavvicinato Ankara a Teheran.

L’Iran è stato uno dei primi Paesi a dare supporto ad Erdogan durante il fallito colpo di Stato del 15 luglio 2016. Il 12 agosto il ministro degli Esteri iraniano Zarif si era recato ad Ankara, ribadendo il sostegno della Repubblica Islamica nei confronti del Presidente. Teheran aveva accolto con estrema preoccupazione la possibilità di una destituzione di Erdogan, possibile catalizzatore ad altri sconvolgimenti politici nell’area. Una lunga fase distensiva tra i due Paesi culminata con la promozione dei tavoli di pace ad Astana. Tavoli di pace che non hanno dato i frutti sperati, ma che hanno mosso i primi passi per un confronto tra le parti.

Eppure i due Paesi si trovano sui lati opposti dello scacchiere della guerra. L’Iran è uno dei partner strategici della famiglia Assad, mentre la Turchia ha coadiuvato le sue azioni militari con quelle dell’Esercito libero siriano e altri gruppi ribelli, in opposizione al Governo degli Alawiti. Ora la pax, durata poco più di sette mesi, sembra essersi rotta. Il Ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, in un discorso tenuto a Monaco a margine dei lavori per la conferenza della sicurezza ha attaccato duramente l’Iran. Il rappresentante del Governo di Ankara ha affermato che le azioni compiute da Teheran stanno minando la sicurezza e la stabilità del Medio Oriente. «L’Iran desidera trasformare l’Iraq e la Siria in Paesi sciiti», queste le parole del Ministro Cavusoglu, che continua affermando «la nostra posizione si scontra con chi alimenta divisioni settarie e religiose nei Paesi». Ancora più dure le parole del Presidente Erdogan che durante la visita in Bahrein della scorsa settimana ha definito l’atteggiamento iraniano nei termini di una rinascita del ‘nazionalismo persiano’.

La controrisposta della Repubblica islamica è arrivata dopo la convocazione di lunedì dell’ambasciatore turco a Teheran. Le parole del portavoce del Ministro degli esteri iraniano Bahrem Ghassami hanno un messaggio ben preciso: la pazienza dell’Iran ha dei limiti. «Speriamo che queste dichiarazioni non avvengano più, se i nostri amici turchi perpetueranno questo atteggiamento, non rimarremo più in silenzio», il portavoce del Ministro degli esteri iraniano a margine dell’incontro con la massima carica diplomatica turca a Teheran.

Lo scambio di battute al veleno tra i due Paesi è avvenuto dopo il lungo tour del Presidente Erdogan in Arabia Saudita e nei Paesi del Golfo. Ciò che sembrava un viaggio per allineare gli interessi degli attori dell’area sui principali campi di battaglia è divenuta occasione per rinsaldare i rapporti bilaterali tra i maggiori Paesi sunniti. Alle parole del Ministro degli esteri turco a Monaco hanno fatto eco, pochi minuti più tardi, quelle del rappresentante saudita «L’Iran rimane il principale sponsor del terrorismo nel mondo». Seppelliti i contrasti a causa della questione ‘fratelli musulmani in Egitto’, Ryad e Ankara hanno ripreso un dialogo su posizioni sempre più vicine.

La fragile armonia tra Turchia e Iran è ancora al centro del progetto russo in Siria. Senza Ankara e Teheran il debole accordo sul cessate il fuoco, raggiunto il 30 dicembre 2016, crollerebbe e con esso qualsiasi apertura dalle parti in gioco. Nonostante i dissapori con l’Iran, le relazioni tra il Presidente Erdogan e Putin non sembrano però essere in crisi. Gli accordi raggiunti sulla Siria tengono. Mosca ha avallato da tempo il progetto turco di ricreare una zona cuscinetto nel Nord del Paese dove far confluire gli oltre 2 milioni e mezzo di profughi siriani su suolo turco. Neanche il raid dell’aviazione russa, avvenuto il 9 febbraio scorso, su posizioni dell’esercito turco ad Al Bab, costato la vita a tre soldati, ha smosso la posizione di Erdogan. Una narrazione totalmente differente rispetto all’abbattimento di un caccia di Mosca da parte della Turchia il 24 novembre del 2015.

Intanto si apre oggi a Ginevra la quarta seduta di colloqui sulla Siria. L’inviato speciale dell’Onu, Staffan De Mistura, non si attende «una svolta immediata, ma solo uno slancio positivo», lasciando trapelare così un certo realismo. L’unico cambiamento ai tavoli di pace sembra essere stata la richiesta da parte dei rappresentanti dell’opposizione di un dialogo diretto con l’esecutivo di Assad. Un futuro successo dei colloqui passerà inevitabilmente, oltre che dal rapporto tra Iran e Turchia, dal dialogo tra Stati Uniti e Russia. Dialogo che per Ankara potrebbe non essere una buona notizia.

L’ufficio del Senatore John McCain ha confermato la presenza del Presidente della commissione forza armate Usa in Siria, sponda Kurdistan, nel weekend. Il viaggio avviene dopo i colloqui del Senatore con il Presidente Erdogan e il Premier Binali Yildirim. Stando alle informazioni rilasciate dai media locali, la Turchia avrebbe chiesto ufficialmente al rappresentante degli Stati Uniti un’operazione congiunta in Siria per espugnare Raqqa e sconfiggere definitivamente il califfato. L’unica condizione posta da Ankara a McCain è l’esclusione dei curdi-siriani. Ma il viaggio del senatore in Siria ha le proporzioni di un secco ‘No’ alle richieste di Erdogan che adesso non può lasciare la Russia, e di conseguenza l’Iran, ma non può neanche allontanarsi troppo dagli Stati Uniti. La beffa per il Presidente turco, già paventata da alcuni analisti, è la possibilità che un rinnovato dialogo tra Mosca e Washington abbia come perno l’uso comune dell’YPG nella guerra all’Isis. La Turchia che fino ad ora si è posta nei confronti di Nato, Ue e asse Russo in modo pragmatico per supportare gli interessi nazionali nell’area, potrebbe ritrovarsi isolata e con una voce sempre più debole nel contesto siriano.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore