lunedì, Dicembre 16

Iran e Israele, cosa cambia dopo l'accordo di Vienna? field_506ffb1d3dbe2

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Dopo 21 mesi di duri negoziati, lo scorso 14 luglio a Vienna è stato firmato lo storico accordo sul programma nucleare tra l’Iran e i Paesi 5+1 (i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina + Germania). In sintesi, il documento finale di oltre 100 pagine prevede la riduzione del 97% delle scorte di uranio da parte di Teheran; il divieto di arricchimento oltre il limite del 3,67%; la riduzione delle centrifughe da 19 mila a sole 5 mila; l’accesso illimitato ai siti nucleari da parte degli ispettori dell’Iaea; la rimozione delle sanzioni economiche in capo al Paese asiatico a partire dal prossimo anno e l’allentamento graduale dell’embargo di armi, che resterà comunque in vigore per i prossimi cinque anni.

Si tratta di un accordo voluto, gestito e realizzato essenzialmente da Washington e Teheran, con la partecipazione secondaria di attori decisamente poco attivi e costruttivi, se non addirittura ostili alla conclusione del negoziato. Il più ostile di tutti era senza dubbio Israele, il Paese che più di ogni altro ha enfatizzato il pericolo rappresentato da un Iran nuclearizzato al punto da considerarla, soprattutto sotto i governi guidati dal conservatore Benjamin Netanyahu, una vera e propria minaccia esistenziale. Nonostante l’accordo di Vienna abbia ridotto quasi allo zero le possibilità che l’Iran costruisca una bomba – sia pur non escludendolo in senso assoluto -, dal punto di vista di Gerusalemme e del suo impetuoso Premier il negoziato rappresenta una sconfitta.

Il dibattito intorno alla bomba atomica iraniana è stato uno dei principali ritornelli delle cronache mediorientali negli ultimi vent’anni. Soprattutto a partire dal 2000, in concomitanza con la campagna americana in Iraq, vari scoop giornalistici e rapporti di ricerca, soprattutto negli Usa e in Israele, hanno affermato l’esistenza di prove concrete circa l’esistenza di un programma nucleare iraniano in uno stadio ormai avanzato, spesso seguiti dalla minaccia di azioni militari, soprattutto da parte di Gerusalemme, per fermarne in tempo il completamento. Ma altri rapporti hanno smentito questa ricostruzione, come quello del 2007 a firma del National Intelligence Council (che riunisce le 16 agenzie d’intelligence in servizio negli Usa), secondo il quale l’Iran aveva probabilmente chiuso il suo programma atomico già quattro anni prima. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) ha rilevato sì delle omesse dichiarazioni e una mancanza di trasparenza da parte iraniana, ma ha dovuto ammettere di non possedere prove evidenti di un programma nucleare militare clandestino.

Al netto delle varie interpretazioni, in concreto, durante l’ultimo decennio l’atomica iraniana ha registrato ben pochi progressi significativi, almeno per quanto riguarda il conseguimento del risultato finale. Più volte la realizzazione della bomba è stata data per ‘imminente’, salvo poi spostare sempre l’asticella in avanti. Eppure il grido d’allarme levatosi da Gerusalemme è sempre stato alto, con l’apice raggiunto dal discorso di Netanyahu presso l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre del 2012, quando il premier israeliano teorizzò la cosiddetta ‘linea rossa’ corrispondente alla fase finale per la produzione dell’uranio necessario alla realizzazione del suo primo ordigno nucleare.

Israele ha designato l’Iran come suo principale nemico agli inizi degli anni Novanta, quando la fine della Guerra Fredda rischiava di mettere il Medio Oriente in secondo piano nelle priorità della politica estera degli Usa, privando così Gerusalemme del loro sostegno politico-militare nell’eterna contesa con i Paesi arabi. Da allora l’Iran, appena uscito dall’estenuante guerra quasi decennale col vicino Iraq, è passato al centro delle preoccupazioni israeliane. Indubbiamente, non hanno deposto a favore di Teheran le censurabili dichiarazioni dell’ex presidente Mahmoud Ahmadi-Nejad (al potere dal 2005 al 2013), sempre pronto a scaldare gli animi contro Israele per guadagnare consensi presso l’opinione pubblica araba. Sui media internazionali, le infelici uscite collezionate da Ahmadi-Nejad hanno rafforzato lo stereotipo di un Iran irrazionale, dominato dal fanatismo religioso e il cui fine ultimo era, appunto, la distruzione d’Israele.

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