venerdì, Novembre 15

Iran, dopo il nucleare un piano per l'agricoltura

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Sul lungo viale dell’Expo milanese, in questi giorni affollato come mai finora, sta andando in scena la storica riapertura al mondo dell’Iran.

Il padiglione della Repubblica islamica è stato piazzato senza molti imbarazzi praticamente di fronte a quello degli Stati Uniti, fino a poco tempo fa grandi oppositori di Teheran, quasi a comunicare simbolicamente che da qualche tempo le cose sono cambiate: è arrivato, infatti, l’epocale via libera al progetto di nucleare civile iraniano, con Washington stessa regista dell’accordo, e il disgelo ora procede spedito, perché punto cardine dell’intesa firmata a Ginevra il 14 luglio scorso è stato proprio il baratto tra la cancellazione dell’embargo commerciale a cui Teheran era sottoposta da quasi 10 anni con controlli rigidi da parte dell’agenzia nucleare Aiea sulle prossime mosse degli scienziati persiani.

Gli spazi di manovra dal punto di vista commerciale sono sconfinati, anche perché il popoloso Iran, quasi 80 milioni di abitanti, è la 18esima economia mondiale; e nemmeno va trascurato il fatto che nel caos totale in cui la regione sembra essere precipitata, con Siria e Iraq a pezzi, la Turchia in preda a forti fibrillazioni politiche e le eterne tensioni israelopalestinesi, l’Iran vive un momento di relativa stabilità, dopo l’infelice stagione di Mahmud Ahmadinejād -sostituito nel 2013 dal ben più digeribile per l’Occidente Hassan Rouhani– e dopo anni di recessione dovuta proprio all’embargo che a un certo punto sembrava in grado di mandare a picco un altro leader regionale del Medio Oriente.

Ovviamente a Expo non si stanno giocando tutte le partite della primavera iraniana. La delicata riapertura dei rubinetti energetici, in un Paese che possiede le quarte riserve petrolifere del pianeta, sta procedendo sottotraccia, con gli emissari dei colossi del settore che stanno discretamente riallacciando i contatti dopo l’entrata in vigore dell’embargo petrolifero nel 2012 e il conseguente crollo dei barili giornalieri esportati da 2,5 milioni a 1 milione.
Per una volta l’Italia sembra essere in una posizione privilegiata, grazie alla storica presenza dell’Eni, fin dai tempi di Enrico Mattei, ma questa è un’altra storia, intrecciata anche con le recenti turbolenze del prezzo del petrolio, di cui a breve conosceremo il finale.
Qui e ora a Milano si parla invece di agricoltura e di cibo ed è proprio anche su questi temi che si sta misurando la voglia di Teheran di uscire dall’isolamento. L’Iran ha infatti una lunga tradizione di Paese produttore di cibo ed è sia grande esportatore che importatore; Sace ha di recente stimato che la cessazione del regime sanzionatorio potrebbe portare a un incremento dell’export italiano nel Paese di quasi 3 miliardi di euro tra il 2015 e il 2018, mentre il 2014 si era chiuso con esportazioni per 1,1 miliardi e un interscambio complessivo di 1,6 mld.

Se questa crescita si realizzerà, una parte della torta sicuramente spetterà anche al settore primario e all’indotto, anche perché non è un segreto che dopo anni di isolamento il comparto agroalimentare iraniano necessiti di ingenti investimenti, sia per quanto riguarda le macchine agricole che quelle dell’industria di trasformazione. La meccanica strumentale è da sempre uno dei comparti italiani più vocati all’export e un indizio di un livello di attenzione in crescita lo si era già avuto in febbraio, quindi già prima della fine ufficiale dell’embargo commerciale, quando molte aziende italiane hanno partecipato all’Iran Agri Show, mega fiera dedicata alle tecnologie per il settore primario svoltasi nella città di Mashhad.

Sul versante opposto, invece, emblematico è stato lo sbarco in maggio di una folta delegazione di aziende iraniane alla fiera milanese degli imballaggi IMA-IPACK. E ancora a testimoniare ulteriormente l’attivismo di Teheran è arrivato in questi giorni l’annuncio dell’invio di un gruppo di funzionari governativi di alto livello al Macfrut di Cesena, dal 23 al 25 settembre.
Secondo uno studio di Nomisma, l’export agroalimentare verso la Repubblica islamica varrebbe 40 milioni di euro, rispetto ai 20 attuali che rappresentano comunque un flusso già aperto. Difatti l’agroalimentare, pur non essendo stato colpito in modo diretto dall’embargo, è stato da questo comunque penalizzato a causa dell’inevitabile compressione dei redditi dei cittadini iraniani e dalla soppressione degli strumenti finanziari di cui le aziende iraniane necessitavano per operare all’estero.

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