mercoledì, Agosto 21

Iran: dopo il voto, cosa cambierà?

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Domani gli iraniani andranno al voto per eleggere il Presidente della Repubblica Islamica – ricordiamo che contemporaneamente alle elezioni presidenziali ci saranno anche le elezioni amministrative -. Dopo gli ultimi botta e risposta tra il Presidente uscente Hassan Rouhani, appartenente all’ala riformista, e il religioso Ebrahim Raisi, conservatore, oggi ci sarà una giornata di silenzio alla vigilia del voto. Al momento il candidato favorito rimane il Presidente uscente Rouhani, anche se qualcosa potrebbe cambiare le carte in tavola poiché, pur essendo di fatto un ʹregimeʹ, la Repubblica islamica consente alla popolazione una certa ʹlibertàʹ di scelta durante la chiamata al voto.

C’è da dire che non tutta la popolazione andrà al voto, una buona fetta si asterrà o lascerà la scheda in bianco perché solo in questo modo si può esprimere il proprio dissenso nei confronti del ʹregimeʹ in Iran. Le elezioni iraniane non sono affatto assimilabili ai modelli elettorali occidentali: l’Iran, infatti, pur essendo uno dei Paesi mediorientali più avanzati, è culturalmente e politicamente molto lontano dalle nostre ʹdemocrazieʹ. Per cui, quando parliamo di elezioni presidenziali in Iran bisogna ricordare che nel ʹregimeʹ l’ultima parola è sempre quella della Guida Suprema, che di fatto racchiude nelle sue mani il massimo potere politico e religioso.

Per capire se il risultato elettorale porterà un effettivo cambiamento nella politica interna e nelle relazioni internazionali del Paese abbiamo chiesto il parere di Morris Mottale, professore di relazioni internazionali, politica comparata e studi strategici presso la facoltà di Relazioni Internazionali e Scienze Politiche della Franklin University Switzerland.

Secondo Mottale “Qualunque sia il vincitore, comunque, l’instabilità politica in Medio Oriente continuerà finché tutte le grandi potenze – Stati Uniti, Russia, Cina e i Paesi Arabi – non troveranno accordi condivisi capaci di ridare un equilibrio politico e strategico e fermare le guerre che stanno devastando il Medio Oriente.

 

Le elezioni del 19 Maggio in Iran avranno come antagonisti principali Rouhani e Raisi? Quali indirizzi politici seguono i due antagonisti alle presidenziali?

Sicuramente i due candidati in lizza saranno proprio loro: Rouhani e Raisi; gli altri pretendenti non hanno possibilità di batterli, visto e considerato che tre candidati su sei si sono autoesclusi per evitare di ʹrubareʹ voti ai due candidati più forti, sostenuti dalla Guida Suprema. Bisogna sfatare l’idea che Rouhani e Raisi siano dei candidati con delle ideologie politiche diverse: il fatto che la politica estera del Presidente uscente sia stata impostata sulla diplomazia e abbia posto attenzione nei confronti di una politica più aperta all’Occidente – raggiunto l’apice nel 2015 con l’accordo sul nucleare – rappresenta solo un passo verso il mondo occidentale per sostenere l’economia iraniana; per il regime clericale iraniano le matrici politiche interne non cambiano. Raisi sembrerebbe rappresentare l’ala più conservatrice e chiusa del Parlamento, non a caso la sua campagna elettorale è stata impostata sulla critica in merito all’accordo nucleare firmato dal Presidente uscente. A ben vedere sembrerebbero due personalità divise da ideologie opposte, ma non dobbiamo dimenticare che sono membri della stessa casta religiosa; non possiamo assimilare le elezioni in Iran a quelle di stampo occidentale perché l’Iran non è un Paese democratico: i candidati sono stati scelti dal Consiglio dei Guardiani, l’organo costituzionale formato da dodici membri scelti dalla Guida Suprema. L’Iran non è un Paese libero, ha una struttura repressiva molto forte e uno zoccolo duro di credenti cooptati dal Regime; per molti versi l’Iran è ancora comandato dalla vecchia elite clericale. La politica e la visione ʹapertaʹ di Rouhani in realtà è solo un sistema di propaganda; in realtà lui, come Raisi, è il rappresentante della casta clericale che controlla tutti i centri di potere in Iran e non ha la forza e neanche l’intenzione di scardinate assolutamente il ʹregimeʹ di cui fa parte.

Gli iraniani come vedono queste elezioni? Ci sarà un grande afflusso alle urne?

Ci sono molte persone che non voteranno, o che voteranno scheda bianca perché non sostengono la mancanza di democraticità della Repubblica Islamica. La propaganda che stanno facendo i due candidati antagonisti, però, dimostra che il ʹregimeʹ ha il supporto delle masse. Poco importa se Rouhani porta avanti una politica più aperta all’Occidente: in Iran tutte le decisioni politiche passano al vaglio della Guida Suprema, che è il rappresentante di Allah sulla terra; il ruolo del leader racchiude la massima autorità politica e la massima autorità religiosa. Poiché l’Iran è un Paese enorme, composto da 80 milioni di persone, i dettagli sono controllati dalla burocrazia e dal Presidente, ma i centri di potere vengono sempre controllati dalla Guida Suprema. Non a caso i rappresentanti dell’establishment politico-religiosa sono quasi tutti uniti da legami di parentela molto stretti, il potere è legato gerarchicamente solo a poche famiglie appartenenti all’élite religiosa che sottostanno al volere del ʹregimeʹ e, dunque, del Leader supremo. Ma questa ʹcastaʹ non è così chiusa perché il loro interesse è quello di cooptare e portare dalla loro parte più persone possibile: per questo in Iran vi è un alto tasso di mobilità sociale. Le guardie islamiche, i pasdaran, controllano probabilmente un terzo dell’economia e sono forze militari molto repressive: fanno parte integrante del sistema socio-economico repressivo iraniano. Ghalibaf, molto vicino alle milizie pasdaran, si è ritirato all’ultimo momento, come gli altri candidati del partito riformista: il ʹregimeʹ vuol dar l’impressione che queste siano elezioni libere, ma il fatto che siano rimasti solo due candidati forti su sei ci fa capire che così non è.

Cosa pensano le giovani generazioni della Repubblica Islamica?

In Iran, la rivoluzione islamica del 1978 rovesciò la Monarchia dello Scià, imponendo l’attuale Repubblica Islamica. Adesso, dopo moltissimi anni, molti membri delle giovani generazioni pensano alla Rivoluzione del 1978 come a qualcosa di negativo: per loro, che non sono vissuti sotto la Monarchia, la rivoluzione ha tolto quelle poche libertà di cui sotto lo Scià potevano godere. In effetti prima del 1978 la popolazione soffriva per la repressione politica, ma a livello sociale godevano di una discreta libertà. Il retaggio dell’era imperiale è ancora vivo nella cultura della popolazione, che è rimasta aperta all’Occidente più di qualunque altro Paese del Medio Oriente: non a caso gli iraniani durante il Governo monarchico non avevano neanche bisogno del visto per venire in Europa.

Cosa pensano gli iraniani di Trump? Questo voto potrebbe cambiare qualcosa nei confronti del dialogo Stati Uniti-Iran?

Molto spesso i corrispondenti stranieri vanno a Teheran, non si spostano nelle province, quindi poco si conosce di ciò che la popolazione più vasta pensa della politica statunitense. Possiamo dire, però, che al contrario di ciò che si pensa in Occidente, la popolazione iraniana, in larga maggioranza, è contenta del fatto che Trump sia diventato Presidente. Moltissimi iraniani che criticano il regima sperano che Trump faccia cadere dall’esterno la Repubblica Islamica, perché la popolazione non riesce più a sopportare la portata repressiva delle milizie pasdaran. In Occidente si pensa che Trump goda di pessima reputazione tra la popolazione del Medio Oriente, ma ciò non è assolutamente vero: gli studenti e la popolazione anche più colta sostengono la politica di Trump, è la stampa liberista americana che invece sostiene il contrario. Poi è ovvio che esista uno zoccolo duro della società che sostiene il ʹregimeʹ, ma tale establishment sostiene la Repubblica islamica perché ha un ritorno economico notevole: Raisi, per esempio, fa parte di quella casta religiosa che mantiene il controllo delle fondazioni sciite, dove gira moltissimo denaro. Appartenere alla casta religiosa, in Iran, significa mantenere il controllo economico e politico: dunque, il ʹregimeʹ difficilmente sarà intenzionato a sostenere la politica di Trump in Medio Oriente, anzi la temo molto.

Come funzionano le elezioni in Iran? In cosa si differenziano dalle elezioni europee?

In Occidente si ha l’impressione che le elezioni presidenziali in Iran siano assimilabili alla nostre, ma così non è: molti dei termini politici di stampo occidentale, come ʹdestraʹ e ʹsinistraʹ, non sono assolutamente esportabili al modello politico iraniano, perché in Iran non c’è una vera democrazia. Noi occidentali tendiamo a proiettare la nostra ideologia politica e culturale ai Paesi del Medio Oriente ma questo è un errore, poiché la culture mediorientale è lontanissima dalla nostra. In campo religioso, la religione sciita è più comprensibile perchè ha un’organizzazione verticale simile alla Chiesa cattolica: mentre i cattolici al vertici hanno posto il Papa, gli sciiti vedono all’apice la Guida Suprema. In questa struttura religiosa si possono trovare delle affinità, ma sul piano politico e sociale sono due culture troppo distanti.

Quali sono i rapporti dell’Iran con l’Occidente? La politica di Rouhani ha cambiato qualcosa in quattro anni di Governo?

Gli iraniani vorrebbero rinsaldare i rapporti con l’Occidente, perché da parte della popolazione c’è una grande attrazione nei confronti del mondo occidentale: gli iraniani non vogliono essere assolutamente assimilati agli arabi o ai pakistani, loro si considerano di uno status superiore e, dunque, puntano al collegamento con l’Occidente che, nella loro cultura, rappresenta il mondo più aperto e avanzato. Non a caso la politica estera iraniana consiste nel combattere ʹfino all’ultimo araboʹ per promuovere l’egemonia politica iraniana e sciita nel Medio Oriente.  Gli iraniani si considerano culturalmente superiori nei confronti di tutti i loro vicini, dunque una grande fetta della popolazione si proietta verso l’Europa. Purtroppo, però, la classe politica dominante è spaventata da questa apertura e, visti i numerosi travagli politici in Medio Oriente, l’Iran si sta avvicinando verso la Russia che, al momento, ha una visione di politica estera che collima con quella iraniana, anche se il loro modello culturale, alla fine, rimane sempre l’Occidente. Rouhani è il Presidente che punta a questa apertura – non a caso è vissuto anche in Europa –  ma è conscio che l’avvicinamento della Repubblica Islamica all’Europa potrebbe essere pericolosa per l’equilibrio del ʹregimeʹ: una volta iniziato il processo di occidentalizzazione è difficile adattare il sistema di vita occidentale al ʹregimeʹ repressivo dell’Iran. Molti iraniani viaggiano per lavoro o per studio e vengono in Europa, dunque sono ben consapevoli di cosa significa vivere in un Paese libero e senza costrizioni.

Dobbiamo ritenere scontata la vittoria di Rouhani?

Io penso che la sua vittoria sia scontata, però magari all’ultimo momento il leader supremo potrebbe alzarsi e cambiare le carte in tavola. Direi che Rouhani è il candidato meglio conosciuto all’estero e, dunque, è più probabile pensare che venga rieletto lui per il secondo mandato rispetto a Raisi, candidato alle elezioni presidenziali per la prima volta. Un certo livello di incertezza c’è sempre, però, come osservatore esterno, penso che la vittoria di Rouhani sia abbastanza scontata. Sicuramente tutto dovrà finire entro il 26 maggio perché poi inizierà il Ramadam, esattamente il 27 maggio. Qualunque sia il vincitore, comunque, l’instabilità politica in Medio Oriente continuerà finché tutte le grandi potenze – Stati Uniti, Russia, Cina e i Paesi Arabi – non troveranno accordi condivisi capaci di ridare un equilibrio e fermare le guerre che stanno devastando il Medio Oriente.

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