sabato, Dicembre 7

Iran cyber, astutamente potente? Perchè ora Israele e alleati temono attacchi da Teheran? La capacità militare dell’Iran si è evoluta, e secondo percorsi dannatamente utili agli scontri non convenzionali di questa fase storica

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E’ necessario «perseguire e punire» Israele nei tribunali internazionali per i «crimini di guerra» commessi nella Striscia di GazaLo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri iranianoAbbas Mousavi, condannando «con fermezza» l’ultima ondata di attacchi aerei sull’enclave palestinese durante la quale sono rimaste uccise almeno 18 persone, tra cui un leader della Jihad islamica.
In una nota Mousavi ha elogiato «l’eroica resistenza del popolo palestinese» nella sua lotta contro «gli usurpatori». Il portavoce ha quindi criticato «il silenzio e l’inazione delle organizzazioni e della comunità internazionale contro l’aggressione e gli atti terroristici del regime sionista»..
La considerazione sui crimini di guerra che sarebbero compiuti da Israele potrebbe impegnare decine di studiosi a lungo sul tema, ma resta un fatto: queste dichiarazioni, soprattutto questi toniche quando arrivano dall’Iran sono sempre considerati ‘aggressivi’, hanno fatto temere in queste ore che l’Iran possa compiere attacchi contro Israele, più o meno sul modello di quelli che si ritiene abbia compiuto contro alcune petroliere nei mesi scorsi. 

Al di là dello sfondo propagandistico di Israele -come Stati Uniti ed altri- in questo allarme che è parte della narrativa israelo-americana, vi è una considerazione: la capacità militare dell’Iran si è evoluta molto nel corso degli ultimi anni, così come la sua dottrina strategica, senza contare la sua penetrazione politica, la sua influenza in Iraq, Libano, Siria, Yemen, fino a poco tempo fa impensabile a chiunque; insomma, l’Iran è una potenza militare temibile. A dirlo è il rapporto pubblicato in questi giorni dall’International Institute for Strategic Studies (IISS) dal titolo ‘Tehran’s Strategic Intent’.

Nessuno Stato è stato così attivo, e altrettanto efficace, come l‘Iran nei conflitti regionali dei tempi moderni, il suo punto forte, secondo gli studi di IISS, è la rete transnazionale della militanza sciita, in grado di combattere con vari gradi di abilità e disciplina, affrontando contemporaneamente diversi avversari iraniani su campi di battaglia difficili, permettendo al Paese di evitare i costi di una guerra convenzionale e attacchi non convenzionali palesi a soggetti statali più potenti che avrebbero potuto minacciare la tenuta del Governo. La costruzione di questo livello di potenza di fuoco è costata centinaia di vite e miliardi di dollari in un momento in cui si trova in particolare difficoltà economiche, sotto pressione delle sanzioni internazionali e il crescente malcontento interno.

Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita -con la recente aggiunta dell’Egitto- da almeno dieci anni considerano l’Iran la principale minaccia alla stabilità della regione; Washington, dall’inizio della crisi degli ostaggi del 1979, ha inflitto al Paese dure sanzioni; secondo stime della Banca Mondiale le sue spese militari negli ultimi 30 annisebbene in crescitasono del 3-4% del Pil, le più basse della regione, superiori solo a quelle della Turchia, mediamente un terzo di quelle del principale rivale regionale -l’Arabia saudita – e circa la metà di quelle di Israele. Eppure Teheran è una potenza molto temibile.

Sin dalla fine della guerra contro l’Iraq del 1988, nella quale l’Iran prese atto del proprio isolamento, la dottrina militare iraniana è stata stravolta rispetto al decennio precedente, nel quale quello dello Shah era il quinto esercito più potente al mondo, nonchè primo alleato degli Stati Uniti nella regione. Quella guerra ha costituito la base del suo paradigma militare. L’Iran ha subito oltre un milione di vittime, tra cui 300.000 morti. La guerra costò a Teheran ben 645 miliardi di dollari e lasciò in rovina la sua economia e le sue infrastrutture. Una guerra, quella, in cui l’Iran ha combattuto senza alleati, con un esercito che utilizzava (alla fine del conflitto) una tecnologia obsoleta. La guerra ha insegnato all‘Iran che la sua difesa interna e le sue operazioni esterne dovevano fare affidamento su difese stratificate e risposte asimmetriche per poter prevalere contro potenze più forti. Da qui è partita la costruzione di quella rete transnazionale della militanza sciita.

La nuova dottrina della Repubblica islamica si basa da una parte, sulla consapevolezza dell’inferiorità militare convenzionale delle Forze armate iraniane, da cui deriva e deriverà la tendenza a non cercare scontri frontali coi propri rivali regionalima attivare azioni asimmetriche, soprattutto di guerriglia; dall’altra, e in parte come riflesso, si basa sul soft power di natura revanscista’ della Repubblica islamica, che, in particolare a partire dalla fine dell’Unione sovietica, può vendersi come ‘capofila’ dell’anti-imperialismo di matrice americana, ancor più presso le comunità sciite nel Medioriente, quasi sempre in condizioni di minoranza nei Paesi di residenza.

Dopo aver ricevuto addestramento militare nella valle della Beqaa, durante la guerra civile in Libano negli anni ’70, quelli che poi saranno i ‘rivoluzionari’ della Repubblica islamica torneranno nel Paese dei Cedri nel 1982, per compiere il percorso inverso: creare una milizia che protegga gli sciiti del sud del Libano, una comunità storicamente vulnerabile, e che sopratutto in quel momento è esposta all’invasione israeliana.
Ad Amal -milizia sciita fondata negli anni ’70 dall’Imam Musa Al Sadr, nato in Iran, e poi scomparso in Libia nel 1978- si aggiunge quindi Hezbollah, la prima vera proxy iraniana, che oggi è forse il solo ‘esercito’ non statuale più preparato della regione, grazie al puntuale finanziamento da parte di Teheran, sostiene il rapporto IISS.
Oggi, in realtà, il rapporto tra Teheran e Hezbollah non è più quello di un padre (Teheran) e un figlio (Hezbollah): piuttosto quello tra un fratello maggiore e un fratello minore, vista il rafforzamento nel tempo del ruolo di Hezbollah come attore della politica libanese e una sua accresciuta autonomia operativa.
Ad occuparsi delle operazioni all’estero della Repubblica islamica sono le Forze Quds, emanazione dei Guardiani della Rivoluzione (che Donald Trump ha inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche), e incaricati, appunto, di condurre operazioni fuori dai confini iraniani. Le Forze Quds a differenza di altri segmenti delle Forze armate iraniane, rispondono direttamente alla Guida Suprema -oggi Ali Khamenei-, bypassando le strutture militari iraniane, e agendo, di fatto, come un corpo indipendente, sotto la guida dell’ormai celebre generale Qasem Suleimani, forse il vero architetto della politica estera iraniana, a prescindere dalle amministrazioni in carica.

Secondo la dottrina militare che l’Iran ha adottato nel 1992, nel suo ‘Complete Regulations of the Islamic Republic of Iran Armed Forces’, le forze armate iraniane riflettono l’intenzione di attingere a una combinazione atipica di forze convenzionali (con un’enfasi sui programmi missilistici balistici), lo sfruttamento della geografia e l’energia rivoluzionaria islamica. La dottrina di Teheran richiedeva la collaborazione di un’insolita architettura militare consistente in Islamic Republic of Iran Army (Artesh), ovvero l’Esercito della Repubblica Islamica, e una forza militare rivoluzionaria più ideologicamente affidabile, per quanto in parte inesperta, chiamata Islamic Revolutionary Guard Corps (IRGC) – IRGC che sarebbe diventato il primo attore offensivo e difensivo dell’Iran.
La dottrina adottata mira ad aumentare il rischio per gli avversari senza aumentare i rischi e i costi per le forze iraniane. Anche i partner proxy all’estero sono utili a Teheran in termini di gestione della percezione.

Le attività all’estero di IRGC per sostenere i movimenti rivoluzionari è condotta da un suo elemento subordinato, il Quds Force (Forze Quds), una forza non convenzionale istituita con il mandato di impegnarsi in conflitti extraterritoriali a bassa intensità a sostegno dei musulmani ‘oppressi.

Fino al 2003, l’influenza iraniana rimane confinata ad Hezbollah e al Libano, un Paese peraltro storicamente esposto all’influenza di quasi tutti gli attori regionali. Con l’invasione americana dell’Iraq le cose cambiano: dopo averla appoggiata -durante la presidenza Khatami, che fornì agli Usa sostegno logistico e strategico contro i Talebani in Afghanistan- l’Iran inizia ad attivare le sue reti attraverso le Forze Quds, dando vita ad una serie di piccole milizie, addestrate soprattutto alla guerriglia, incaricate di combattere le truppe statunitensi in Iraq.

L’invasione statunitense dell’Iraq è una occasione che l’Iran sfrutta a pienoe che finirà per stravolgere in meno di dieci anni gli equilibri regionali: da un lato le milizie filo-iraniane creano enormi problemi alle truppe americane, inducendole ad un graduale ritiro; dall’altra, soprattutto grazie al ritorno in Iraq di milioni di sciiti dopo la morte di Saddam Hussein, l’Iran utilizza il soft power legato alle hawza (i seminari religiosi) di Najaf e Karbala, attraverso le quali viene messa in piedi una diplomazia parallela (che rafforza i rapporti tra i due Paesi a maggioranza sciita), e che si affianca a quella ufficiale, col sostegno ad un certo numero di politici sciiti che poi diverranno primi ministri.
Nel giro di un lustro dall’invasione americana, l’Iran diventa la forza più influente all’interno dell’Iraq.

Nel 2011, poi, inizia la guerra in Siria, e l’Iran appoggia sin da subito quello che fino a pochi anni prima era il suo unico alleato regionale (oltre ad Hezbollah), Bashar al-Assad. Scommette sul ‘cavallo’ giusto, se si considera che oggi la Siria è tornata quasi totalmente sotto il controllo di al-Assad, soprattutto grazie all’intervento decisivo dei russi.

Con l’ascesa dell’Isis -che nella sua retorica non ha mai fatto segreto di vedere negli sciiti il ‘diavolo’, considerandoli dei ‘falsi musulmani’- in Siria e soprattutto Iraq (dove Al Baghdadi proclama il Califfato), le milizie filoiraniane si organizzano in modo più strutturato, soprattutto in Iraqdando forma alle Unità di Protezione Popolare (YPG). Saranno loro, oltre ai peshmerga curdi, a combattere ferocemente contro l’Isis, che aveva umiliato le disastrate truppe regolari irachene.

Alla guerra in Siria si sovrappone poi quella in Yemen, dove l’Iran da qualche anno ha iniziato a sostenere una forza locale, attiva già dal 1992, cioè i ribelli Houthi, in virtù di una comune appartenenza sciita (anche se gli Houthi sono zaiditi, mentre gli iraniani sono duodecimani) e soprattutto della comune ostilità all’intervento -rivelatosi disastroso e inefficace- dell’Arabia Saudita.

Uno degli elementi forti e persino distintivi della forza militare iraniana è il cyberspazio. Il suo uso del cyberspazio ha una dualità innata, con la pragmatica difesa regionale che si associa a disagio con un tentativo più dogmatico di protezione ed esportazione della Rivoluzione islamica. L’Iran ha capito la necessità di continuare a rafforzare le proprie difese informatiche e ha apprezzato la portata ‘offensiva’ che potrebbe essere in grado di raggiungere attraverso l’uso del cyberspazio.
L’Iran ha investito molto nello sviluppo e nell’uso delle capacità informatiche, per propagandasfruttamento dell’intelligence e disgregazione, quasi come un tentativo di compensare la sua debolezza militare convenzionale, rispetto in primis a Arabia Saudita e Stati Uniti.
Nel 2013 l’IRGC ha affermato che l’Iran era la ‘quarta potenza cibernetica tra i cyber eserciti del mondo, e nel 2015, secondo un rapporto Small Media, il Paese ha aumentato le sue spese per la sicurezza informatica del 1,200% in un periodo di due anni. Dal 2018, secondo svariate società di sicurezza informatica, l’Iran avrebbe compiuto attacchi in Medioriente e anche contro società della sicurezza che operano in Occidente.
L’attuale attività informatica dell’Iran, secondo IISS, sembra progettata per condurre lo spionaggio contro i rivali regionali, controllo delle attività dei dissidenti e promozione di ulteriori campagne di guerra ibrida a livello internazionale.
Il cyberspazio ha dato all’Iran ha una nuova prestanza internazionale. Una forza che potrebbe essere usata anche come risposta all’attuale isolamento diplomatico, agli attacchi di Israele, e al ritiro degli USA (e alla ‘vigliaccheria’ dei garanti europei) dall’accordo sul nucleare, il famoso JCPOA, e contro il rinnovo delle sanzioni. 
Da qui i timori di queste ore di Israele e USA, che si appuntano proprio sulle potenziali cyber dell’Iran.

Oggi l’Iran è un attore regionale molto più rilevante di 30 anni fa: oltre a vantare alleanze (Iraq, Siria, Libano) che gli garantiscono anche una strategica continuità territoriale, grazie alla sua rete di milizie in giro per la regione, riesce a porre minacce concrete ai suoi rivali regionali, e in particolare è pericoloso sul fronte cyber e degli attacchi asimmetrici. E lo è nonostante le sanzioni e l’odio nei suoi confronti, seminato a piene mani da alcuni potenti attori occidentali, anzi, la paura che si cerca di seminare nell’opinione pubblica internazionale per certi versi gioca a favore di Teheran

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