sabato, Maggio 25

Iran e Afghanistan: matrimonio imminente?

0
1 2


Il Presidente Ghani appartiene all’etnia pashtun, che è tendenzialmente vicina alle posizioni del Pakistan, almeno più di quanto non lo siano i tagiki del primo ministro Abdallah. Tuttavia, dopo l’attentato del 31 maggio, il presidente afghano ha ripetutamente incolpato i servizi di Islamabad di aver architettato l’attacco utilizzando la rete di Haqqani, una fazione autonoma del movimento talebano. I rapporti tra l’ala pashtun del gabinetto e il Pakistan si stanno incrinando?

Non è detto che un uomo politico di etnia pashtun sia filo-pakistano. Per esempio Hamid Karzai, che è pashtun, in realtà non aveva ottimi rapporti con il Pakistan; anzi, aveva un’esperienza di formazione in India ed era tendenzialmente filo-indiano. E’ difficile avere informazioni precise su quello che sta accadendo oggi all’interno del Paese. Sicuramente anche tra i pashtun c’è molta insofferenza nei confronti dei ripetuti tentativi di Islamabad di interferire in Afghanistan, al fine di dare vita a quella che il Pakistan chiama la ‘profondità strategica’. Oggi sono numerosi i pashtun che vedono Islamabad come un nemico, rispetto invece ad altri Paesi, come l’India – rivale storico di islamabad -, che ha un soft power notevole in Afghanistan. Nuova Delhi è uno dei principali donor internazionali di Kabul, ad esempio ha finanziato il progetto per la ricostruzione del Parlamento afghano, che genera un ritorno di immagine notevole perché abbiamo la maggiore democrazia del mondo che finanzia l’introduzione della democrazia in Afghanistan. Insomma, in vasta parte della società afghana vi è un’immagine dell’India che tende ad essere migliore rispetto a quella del Pakistan. Tra l’altro, si tratta di un paradosso; l’India infatti non è un Paese a maggioranza musulmana, mentre il Pakistan non solo è a stragrande maggioranza sunnita, ma è anche culturalmente affine a Kabul, in quanto vi è una forte componente pashtun, che è l’etnia dominante in Afghanistan.

Secondo lei lo spostamento del fulcro della politica afghana da Islamabad a Teheran potrebbe essere una strategia di Ghani per spingere Trump ad intraprendere un approccio di maggiore attenzione verso la situazione in Afghanistan e ad approvare al più presto l’invio di ulteriori truppe nel Paese?

E’ plausibile. Da parte afghana si teme che gli Stati Uniti si dimentichino ancora una volta del Paese e lo lascino scivolare nuovamente nell’anarchia, come è successo dopo il ritiro dei sovietici nell’89. Potrebbe effettivamente essere un modo per riottenere l’attenzione degli Stati Uniti, e per sollecitare un maggiore coinvolgimento militare, che è essenziale perché il governo in carica rimanga al potere. Ovviamente potrebbe essere anche un modo per spronare Washington ad un maggiore coinvolgimento nel Paese dal punto di vista economico, perché oggi l’Afghanistan non è ancora in grado di sostenere con le proprie finanze l’apparato statale né di mantenere autonomamente l’ordine e la sicurezza, neppure nelle aree che controlla direttamente. Aggiungo che potrebbe essere anche un modo per far pressione su Stati Uniti e comunità internazionale affinché tengano in considerazione gli interessi di Kabul rispetto alle questioni irrisolte con i propri vicini, ad esempio per quanto riguarda il contenzioso confinario con il Pakistan.

Secondo lei un ulteriore invio di truppe americane in Afghanistan, come quello di cui si sta discutendo negli ultimi mesi, quindi nell’ordine delle 5.000 unità, potrebbe essere davvero utile per la soluzione della crisi? Quale sarebbe la ratio di un simile provvedimento?

Dipende da dove e come queste truppe verrebbero utilizzate. A me sembra che al momento sia essenziale in realtà continuare a rafforzare le forze di sicurezza afghane. Bisognerebbe aiutare il governo afghano a trovare le risorse necessarie per poter autonomamente mantenere e addestrare le proprie forze di sicurezza, e ovviamente dotarle di strumenti più efficaci di anti-guerriglia. A mio avviso la presenza di truppe straniere in quei numeri non sarebbe assolutamente determinante. Mi sembrerebbe molto più saggio continuare a puntare sulla riqualificazione di Esercito e Polizia afghane, sul maggiore equilibrio etnico al loro interno e sulla lotta alla corruzione, da cui dipende anche il fiorire del narcotraffico nel Paese.

 Un altro attore di primo piano nell’area Centro-Asiatica è da sempre la Russia. In passato l’Afghanistan è stato anche lo scacchiere del Grande Gioco tra Impero Zarista e Gran Bretagna, durante gli anni ’80 il Paese è stato occupato dalle truppe sovietiche; qual è oggi il ruolo di Mosca negli assetti di potere della regione?

Certamente anche la Russia sta portando avanti una politica abbastanza lungimirante in Afghanistan. Cerca di non essere eccessivamente visibile – perché non può esserlo, alla luce di quello che è accaduto durante gli anni ’80 – però ha sostenuto vari settori dell’economia afghana e vari aspetti della ricostruzione del Paese, al punto che ormai i sentimenti anti-russi si stanno affievolendo.

Per quanto riguarda l’Iran, oltre ad essere facilitato dal comune nemico dello Stato Islamico e da interessi commerciali convergenti, l’avvicinamento con l’Afghanistan non potrebbe essere visto anche come un modo per rispondere alla nuova politica di Donald Trump, volta ad isolare Teheran?

Sicuramente. L’Iran ha sempre cercato di ovviare al suo isolamento stringendo rapporti con vari Paesi. Con l’Afghanistan sarebbe anche naturale farlo perché è nell’interesse di entrambi. L’Iran ha contribuito molto alla ricostruzione dell’Afghanistan, anche con progetti importanti legati alle infrastrutture, al sistema viario e alla struttura sanitaria. L’Iran e l’Afghanistan hanno tantissimi interessi in comune, dalla collaborazione sulle risorse idriche, alla lotta al terrorismo e al narcotraffico, dalla cooperazione nella gestione dei flussi migratori allo sfruttamento delle risorse energetiche centro-asiatiche. Direi che dal punto di vista di Teheran si tratterebbe di una politica assolutamente sensata per uscire dallo status di pària internazionale.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore