lunedì, Ottobre 14

Iran e Afghanistan: matrimonio imminente?

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Incontratisi lo scorso 9 giugno ad Astana, in Kazakistan, in occasione dell’inaugurazione dell’Expo, il Ministro degli Esteri dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, e il Presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, hanno sottolineato la loro intenzione di espandere la reciproca cooperazione in svariati campi, a partire ovviamente dalla lotta al terrorismo islamico. Nel corso del meeting Ghani ha sottolineato anche l’interesse dell’Afghanistan ad aumentare i legami commerciali con l’Iran, paventando l’ipotesi di una ferrovia che colleghi Teheran con la Cina attraverso il territorio afghano. Da parte sua Zarif ha auspicato una rapida organizzazione dei colloqui di Kabul, programmati già da alcuni mesi, in cui dovrebbe essere discusso il testo di uno storico accordo-quadro tra i due paesi, che farebbe raggiungere ai rapporti bilaterali un livello senza precedenti.

Quella a cui Zarif si riferisce è l’intesa orale raggiunta a maggio tra il Ministro degli Esteri iraniano e il suo omologo afghano, in base alla quale i due interlocutori hanno deciso di indire un ulteriore incontro, in una data da stabilirsi, al fine di mettere a punto la bozza di un accordo comprendente cinque punti fondamentali. Il primo di essi è la cooperazione dal punto di vista della sicurezza, sotto la quale vengono fatte rientrare la lotta al terrorismo islamico, al traffico di droga, alla proliferazione dei corpi paramilitari e alla militarizzazione delle frontiere.

Il secondo punto dell’accordo ipotizzato riguarderebbe un rafforzamento dei legami commerciali tra i due paesi. Si tratta di un’eventualità di cui beneficerebbe in particolare l’Iran, che potrebbe fornire all’Afghanistan le competenze e il personale specializzato necessario per il processo di ricostruzione del Paese, e al tempo stesso aprire i propri porti alle merci indiane dirette verso l’Afghanistan, che attualmente devono transitare dalla lunga e costosa via terrestre attraverso il Pakistan.

Il terzo aspetto riguarderebbe la cooperazione sul piano ambientale. Da anni ormai Teheran deve affrontare il prosciugamento degli Hamun, zone paludose che si estendono lungo l’Altopiano iranico, al confine tra l’Iran e l’Afghanistan. In passato l’area ospitava il terzo lago più grande dell’Iran ma al giorno d’oggi, a causa del surriscaldamento globale e di prolungati periodi di siccità, essa è quasi del tutto prosciugata. Ciò sta causando carestie, migrazioni di massa e un elevato livello di disoccupazione nella regione, problemi che affliggono tanto il versante iraniano quanto quello afghano.

Un altro oggetto dell’intesa sarebbe la collaborazione sul piano culturale ed educativo, un campo particolarmente rilevante dal momento che al giorno d’oggi sono oltre 400.000 i giovani afghani che studiano nelle università e nelle scuole iraniane. Infine, l’ultimo argomento su cui i due governi sarebbero in procinto di accordarsi è la gestione dei flussi migratori: secondo le stime dell’UNHCR in Iran vive circa un milione e mezzo di rifugiati provenienti dall’Afghanistan. Come sottolineato da Zarif durante l’incontro con Ghani, per ognuna di queste macro-aree sono state individuate dei comitati di esperti che sono pronti a mettersi al lavoro con i colleghi afghani per elaborare un testo comune.

Quello del 9 giugno è stato solo l’ultimo di numerosi incontri tra rappresentanti di Teheran e di Kabul che si sono susseguiti in maniera ravvicinata negli ultimi giorni: lo scorso 7 giugno Ebrahim Rahimpour, il Vice Ministro degli Esteri iraniano, ha incontrato Ghani nel corso di nuova seduta del Processo di Pace di Kabul, che coinvolge i rappresentanti di 25 nazioni, oltre che di UE, ONU e NATO. In questa occasione Larjani ha ribadito la propria solidarietà per il sanguinoso attentato del 31 maggio a Kabul, che ha provocato oltre cento vittime, e ha indirizzato un messaggio di cordoglio ai presidenti delle due camere del parlamento afghano. «L’Iran continuerà a supportare la popolazione e il governo afghano nella battaglia contro il terrorismo, al fine di stabilire una cornice di sicurezza e di pace nel Paese» ha affermato Larjani, che ha aggiunto: «il terrorismo e l’estremismo costituiscono grandi minacce alla pace e alla stabilità mondiale».  Il giorno successivo, dopo gli attacchi che hanno colpito la capitale iraniana, Salahuddin Rabbani, Ministro degli Esteri afghano, ha convocato presso il suo ufficio Mohammad Reza Bahrami, l’Ambasciatore iraniano in Afghanistan, e ha espresso la vicinanza del suo Paese all’Iran, ricambiando in maniera altrettanto calorosa la solidarietà ricevuta da Teheran il giorno precedente.

Due Paesi uniti dal lutto quindi. Tuttavia, la grande dinamicità ultimamente dimostrata dai rapporti tra Teheran e Kabul fa pensare a qualcosa di più profondo rispetto alla semplice solidarietà tra Paesi colpiti dalla ferocia del terrorismo. L’impressione è che sia in atto un vero e proprio processo di avvicinamento tra Iran e Afghanistan, dettato anche dalle rispettive considerazioni strategiche nei confronti della politica statunitense. Abbiamo chiesto un parere a riguardo a Elisa Giunchi, docente di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici presso l’Università degli Studi di Milano.

Professoressa, storicamente l’Afghanistan è sempre stato il terreno su cui si è sviluppata la competizione tra i principali attori regionali dell’area, in particolare tra Pakistan e Iran. In che modo Teheran ha cercato di espandere la propria influenza nel Paese durante il governo dei talebani?

Bisogna tener conto che le tensioni tra l’Afghanistan e l’Iran hanno una storia molto lunga, che parte dal XVI secolo; un contrasto che si basa soprattutto sul tentativo di controllare le aree occidentali dell’Afghanistan e le acque del fiume Helmand, che sono essenziali per l’agricoltura e per l’industria di ben tre Paesi: Pakistan, Iran e Afghanistan. Per quanto riguarda gli anni ’90, in questo periodo l’Iran mette in atto nei confronti dell’Afghanistan una politica molto pragmatica. Si decide di sostenere tutta l’opposizione anti-talebana e non solo i gruppi sciiti filo-khomeinisti, come era stato fatto invece durante l’invasione sovietica. In particolare Teheran si rivolge a quel raggruppamento di forze mujaheddin note come l’Alleanza del Nord, a guida tagika, ma di cui fanno parte anche formazioni uzbeke e hazara, l’etnia sciita dell’Afghanistan. Questa strategia avrà abbastanza successo perché l’Iran, assieme all’India e alle Repubbliche Centro-Asiatiche sarà tra i principali sostenitori di tale raggruppamento di forze, che riuscirà a resistere all’avanzata talebana in alcune aree a nord-est del Paese.

Dopo il 2001 i gruppi anti-talebani sostenuti dall’Iran, composti da hazara, tagiki e uzbeki, si sono schierati a favore del nuovo governo filo-americano. La stessa Alleanza del Nord è stata un alleato fondamentale degli USA durante la campagna militare per sconfiggere i talebani. Com’è cambiata la politica di Teheran verso l’Afghanistan a seguito dell’intervento americano?

Dopo il 2001 vi è la ritirata strategica dei talebani e la scomparsa del loro Emirato. Tuttavia dal punto di vista di Teheran la situazione si complica, perché non solo dal 2002 riemergono gli uomini del Mullah Omar, anche se essi mettono in sordina per il momento le loro vecchie sordine anti-sciite, ma al tempo stesso gli Stati Uniti acquisiscono un’influenza crescente sul Paese. Nel corso degli ultimi dieci anni è stata più volte mossa all’Iran l’accusa di sostenere in maniera diretta o indiretta i talebani o altre fazioni anti-governative. In realtà non è stato mai dimostrato un coinvolgimento di Teheran in tal senso. Non vi sono prove del fatto che le armi di provenienza iraniana fossero arrivate ai talebani per volontà del governo iraniano, piuttosto che grazie all’opera di trafficanti. Può darsi che ci sia una contraddizione interna alle istituzioni iraniane, nel senso che le Guardie Rivoluzionarie potrebbero seguire una politica diversa da quella della Guida Suprema o del Presidente, al punto tale che uno non sappia cosa fa l’altro. D’altronde non sarebbe la prima volta, tuttavia al momento non abbiamo abbastanza prove per dire qualcosa di certo. Insomma, Teheran è stata accusata di fare il doppio gioco ma non si capisce esattamente quale sia il suo coinvolgimento con i talebani o con gli altri gruppi anti-governativi. In realtà molti esperti hanno sottolineato che non è esattamente nell’interesse iraniano avere ai suoi confini uno Stato che torna sotto il controllo dei talebani, vicini ad un nemico storico dell’Iran come l’Arabia Saudita, e neppure avere un Paese con un elevato tasso di destabilizzazione, che metterebbe a rischio gli investimenti compiuti dall’Iran negli ultimi dieci anni in Afghanistan. Alcuni pensano che potrebbero essere delle accuse strumentali, mosse a Teheran dalle lobby anti-iraniane per giustificare un approccio duro nei suoi confronti. Ovviamente dopo il 2001 l’Iran ha guardato con sospetto all’uso delle basi militari afghane da parte degli Stati Uniti; tuttavia si è preoccupato in maniera relativa di ciò, perché i rapporti tra il primo Presidente del nuovo Afghanistan, Hamid Karzai, e gli Stati Uniti, sono andati deteriorandosi con il tempo. Oggi l’Afghanistan si profila come un Paese che ha bisogno del sostegno economico e militare statunitense, ma non è totalmente dipendente da Washington. Inoltre si è ridotto il numero delle truppe americane nel Paese, quindi Teheran può tirare un sospiro di sollievo. Comunque sia, temo che l’Afghanistan rimarrà, purtroppo per gli afghani, un terreno di scontro tra gli attori regionali, come l’Iran, il Pakistan, l’India e l’Arabia Saudita, nei decenni a venire.

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