domenica, Aprile 5

Iran: prima la leadership, poi il nucleare Rouhani propone un piano per la sicurezza nel Golfo Persico, mentre sembra perdere l’appoggio dell’Europa, ne parliamo con Irene Pasqua

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Garantire la sicurezza nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz attraverso la cooperazione regionale, dando vita ad una ‘Coalition of Hope’ con gli Stati dell’area. È questa l’iniziativa che il Presidente iraniano, Hassan Rouhani, ha intenzione di presentare durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riunita in questi giorni a New York.

«La sicurezza del Golfo Persico, dello Stretto di Hormuz e del Mare dell’Oman è indigena», ha affermato Rouhani domenica scorsa, durante una parata militare per commemorare il 39° anniversario dell’inizio della guerra tra Iran e Iraq, «le forze straniere potrebbero causare problemi e minare la sicurezza del nostro popolo e della regione, così annunciamo ai nostri vicini che tendiamo loro la mano dell’amicizia e della fratellanza».

Le dichiarazioni di Rouhani arrivano dopo che, il venerdì precedente, il Pentagono aveva annunciato il dispiegamento di ulteriori truppe statunitensi ed equipaggiamenti per la difesa antimissile in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Gli Stati Uniti, infatti, continuano ad incolpare Teheran per gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais del 14 settembre scorso, ed hanno inasprito le sanzioni in accordo con la strategia della ‘massima pressione’ volta a far collassare il regime iraniano.

Non è ancora stato chiarito se l’attacco sia partito effettivamente da Teheran o sia stato effettuato dagli Houthi, i ribelli yemeniti – che inizialmente hanno rivendicato il lancio dei missili contro le raffinerie – in lotta contro la monarchia saudita che guida la coalizione militare che in Yemen appoggia il Governo di Adb Rabbih Mansur Hadi. Funzionari anonimi statunitensi hanno dichiarato a varie testate americane che gli attacchi sono arrivati da ovest-nord-ovest, quindi non dal territorio controllato dagli Houthi, che si trova a sud-ovest delle strutture petrolifere saudite. Altre prove contro l’Iran sarebbero poi arrivate dalla Difesa saudita, il cui portavoce, il colonnello Turki al-Maliki, ha mostrato i resti dei missili utilizzati per gli attacchi durante una conferenza stampa.

Indipendentemente dai veri responsabili, i danni subiti dalle raffinerie saudite non riguardano solamente i giochi di forza in Medio Oriente perché potrebbero ripercuotersi in Europa. Gli attacchi hanno costretto Riyadh ad interrompere metà della sua capacità di produzione petrolifera, cioè 5,7 milioni di barili al giorno di greggio, che su scala globale equivalgono al 5% della produzione di petrolio. Così sono schizzati in alto i prezzi del greggio: oltre 70 dollari al barile. Un aumento che potrebbe farsi sentire in Italia – che ha nell’Arabia Saudita il quinto fornitore di petrolio – sebbene l’Aramco, la compagnia petrolifera statale saudita, preveda di tornare ai normali ritmi produttivi entro fine settembre

La questione, data anche la forza con cui è stato effettuato l’attacco, ha preso quindi una piega intercontinentale e ha portato le potenze europee – garanti fino ad adesso del JCPOA, l’accordo sul nucleare iraniano –  a ridefinire le loro posizioni e sbilanciarsi a sfavore dell’Iran.

«È chiaro per noi che lIran ha la responsabilità di questo attacco. Non c’è altra spiegazione plausibile». È questo il passaggio più duro del comunicato congiunto rilasciato ieri dai leader di Germania, Francia e Regno Unito – riuniti anch’essi a New York per l’Assemblea ONU – per condannare i recenti attacchi contro gli impianti sauditi. Un cambio di passo dopo che nel G7 francese di Biarritz, il Presidente transalpino, Emmauel Macron, invitando a sorpresa Rouhani, si era posto alla guida degli sforzi europei per ridurre le tensioni tra Washington e Teheran, con l’obiettivo di un ritorno al tavolo negoziale. «Consapevoli dell’importanza degli sforzi collettivi per garantire la stabilità e la sicurezza regionali», si legge sul finire della dichiarazione, «ribadiamo la nostra convinzione che è giunto il momento per lIran di accettare negoziati su un quadro a lungo termine per il suo programma nucleare e su questioni relative alla sicurezza regionale, compreso il suo programma missili e altri mezzi di consegna».

Teheran, dal canto suo, ha sempre negato finora il coinvolgimento negli attacchi di Abqaiq e Khurais, definendo «insignificanti» e «inutili» le accuse mosse da Arabia Saudita e USA ed ha addirittura rilanciato proponendo una coalizione regionale. Il Ministero degli Esteri iraniano, Javad Zarif, invece, ha accusato i tre Stati europei di paralisi nelladempimento dei propri obblighi senza l’approvazione degli Stati Uniti e ha dichiarato che non sarà fatto «nessun nuovo accordo prima del rispetto di quello attuale».

L’atteggiamento dei vertici iraniani riflette quello del leader supremo Ayatollah Khamenei, il quale è preoccupato che un possibile incontro tra Rouhani e Trump, possa trasmettere un’impressione di debolezza e sottomissione. «Dovremo dimostrare che la politica di massima pressione contro la Nazione iraniana non vale un centesimo», ha detto Khamenei, «i negoziati con l’America significano l’imposizione delle loro richieste alla Repubblica islamica e la dimostrazione del successo della campagna di massima pressione».

Come spiega il Middle East Institute, la forte avversione di Khamenei alla negoziazione sotto coercizione suggerisce che la finestra della diplomazia rimarrà probabilmente chiusa finché l’Amministrazione Trump avanzerà con la sua campagna sanzionatoria e le minacce di un’azione militare.  Intercettato dai giornalisti a mergine della plenaria Onu, Rouhani ha detto di essere «aperto a discutere piccoli cambiamenti, aggiunte o emendamenti all’accordo nucleare se le sanzioni venissero tolte».

Date queste premesse e con la proposta che avanzerà alle Nazioni Unite, pare chiaro allora quale sia l’obiettivo di Rouhani. Dopo giorni di forti tensioni internazionali in cui si è evitata un’ulteriore escalation, il Presidente iraniano vuole ribadire la forza del suo Paese e accreditarsi presso l’opinione pubblica internazionale come potenza regionale. Quale palco migliore del Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, cuore della diplomazia internazionale, per mostrare al mondo i buoni propositi della Repubblica Islamica?

Per capire, dunque, quali sono le posizioni dei Teheran e come potrebbe evolversi la questione iraniana a fronte delle ultime schermaglie, abbiamo contattato Irene Pasqua, ricercatrice dell’Osservatorio Medio Oriente presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

 

Quale lettura dà al comunicato delle potenze europee? Le posizioni dell’Europa vanno ad appiattirsi su quelle di Trump? 

Da questo comunicato si evince chiaramente una nuova posizione da parte dello schieramento europeo, che chiede di portare alla luce quelli che erano i nodi evidenziati precedentemente da Trump come difetti del JCPOA. Primo punto è la durata dell’accordo. Trump ha sempre detto che una road map di 25 anni era troppo limitata nel tempo, ed è per questo che il Presidente americano vorrebbe un accordo a tempo indeterminato o, comunque, di più ampio respiro in termini temporali. L’altro nodo – che rafforza ulteriormente le posizioni di Trump – è che l’impianto di un nuovo accordo non sia basato esclusivamente sul nucleare, ma anche il programma missilistico e le questioni di sicurezza regionale. Ora, con questa nuova posizione assunta dalle potenze europee, l’Iran si trova con le spalle meno coperte. Gli europei, infatti, avevano condannato gli Stati Uniti per l’uscita dal JCPOA, ma questo riallineamento con Washington fa sì che aumenti inevitabilmente la pressione sull’Iran, affinché questo si risieda ai tavoli dei negoziati. Prima che si arrivi a questo, però, è necessaria una de-escalation nella regione.

Perché Germania, Francia e Regno Unito sono arrivati a rilasciare questo comunicato congiunto, tenendo presente che Macron si era proposto di fare da intermediario con Teheran?

Macron, nel caso specifico, sta portando avanti una diplomazia a doppio binario. Da una parte, c’è la proposta di aprire una nuova linea di credito nei confronti dell’Iran, quindi andando a supportare la richiesta di Teheran di rientrare nel negoziato una volta fatte le concessioni economiche per un rallentamento della morsa delle sanzioni. Dall’altra, con la dichiarazione congiunta si è aperto ad una nuova posizione. Bisogna dire, però, che tale apertura europea verso le politiche di Trump è data dalla potenza dell’ultimo attacco rispetto ai picchi dei mesi scorsi. Vi è, quindi, il desiderio di mettere dei punti fermi, tra cui ribadire l’impegno europeo all’interno dei negoziati JCPOA, ma allo stesso tempo esprimere una condanna più forte verso la nuova strategia iraniana, che non è più quella della pazienza strategica. 

Dopo l’invio delle truppe americane in Arabia Saudita, Rouhani ha annunciato che presenterà all’ONU un piano per la gestione della sicurezza nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. Cosa vuole proporre effettivamente? Qual è il piano di Rouhani? 

In questo momento è difficile stabilire in termini concreti quali siano le proposte iraniane. Dovrebbe essere un’iniziativa di lungo periodo in cui verranno rimarcati i principi di non aggressione e non interferenza, e quello di ‘non comprare’ sicurezza. Sembra che vogliano portare i principi di non interferenza all’interno di questo accordo di pace. 

Rouhani, con questo piano, sta cercando di far riconoscere l’Iran come attore chiave nelle dinamiche regionali?   

Senz’altro, non solo attraverso questo piano, ma con tutto quello che è successo negli ultimi mesi. Il cambio di posizione da quella che può essere definita come ‘pazienza strategica’ a queste risposte più ferme, da maggio in poi, è un modo per ribadire la centralità dell’Iran come attore chiave all’interno delle dinamiche regionali.

Perché la proposta iraniana dovrebbe trovare consensi alla luce degli ultimi eventi che hanno portato ad alzare il livello della tensione?

Secondo me, questa proposta di Rouhani serve all’Iran per portare avanti delle posizioni chiare che possano poi essere negoziate. La questione non girerà intorno a quanti consensi troverà la proposta iraniana, ma quanto sarà efficace al fine di far partire un negoziato. L’importante è mettere dei punti fermi sulle posizioni iraniane dalle quali partire per negoziare, inserendo poi le esigenze degli altri attori.

Crede che una volta riconosciuto Teheran come attore regionale di primaria importanza possa velocizzarsi il processo che porti ad un tavolo negoziale sul nucleare Washington e Teheran?

Potrebbero verificarsi due scenari. Da una parte, una volta riconosciuto l’Iran come attore chiave all’interno delle dinamiche mediorientali potrebbe verificarsi un acceleramento del processo negoziale; dall’altra, a mio parere l’ipotesi più probabile, ciò potrebbe portare Teheran ad avere delle posizioni più ferme rispetto a quelle che sono le proprie esigenze e, di conseguenza, rallentare l’istituzione di un tavolo negoziale. Secondo questo scenario, gli Stati Uniti si troverebbero di fronte un attore che ha delle posizioni sulle quali non vuole cedere. 

Quali le prospettive di questo piano con un Israele impantanato nel processo elettorale? un Netanyahu in bilico, comunque depotenziato, crede che possa esserci un riavvicinamento tra Tel Aviv e Teheran?  

Israele sta attraversando un momento di impasse che solo nei prossimi giorni riusciremo a capire come si risolverà. Al momento è difficile per Netanyahu presentare delle posizioni di forza nei confronti di queste proposte iraniane. Si sta verificando un certo momentum affinché l’Iran possa portare avanti le proprie posizioni. Tuttavia, bisognerà capire se effettivamente verrà formata questa nuova grande alleanza all’interno del Knesset e in che modo si porrà rispetto alle coalizioni estere. In che modo, quindi, questi nuovi attori di Governo vorranno porsi nei confronti dell’Iran: se mantenere delle posizioni di forte rigidità oppure se essere maggiormente disposti a negoziare sulle posizioni iraniane.

Oggi, di fronte l’Assemblea delle Nazioni Unite, Trump ha detto che le sanzioni statunitensi saranno rafforzate a meno che il comportamento minaccioso dell’Iran non cambi. Perché, nonostante i toni forti del primo momento, gli USA hanno fatto di tutto per evitare un’escalation? Solo perché c’è di mezzo la campagna elettorale?

Tutte quelle che sono le posizioni statunitensi che stiamo registrando in questi giorni devono essere inserite in una cornice elettorale. Trump si sta presentando come l’uomo che vuole sfilare gli USA dai conflitti in Medio Oriente, quindi, vuole evitare un confronto militare con l’Iran. Questo è un punto chiave. Trump, inoltre, si presenta come l’‘uomo dei deal’, perciò, qualora dovesse presentarsi un’escalation significherebbe posporre un risanamento degli equilibri regionali che permetterebbe di tornare ad un tavolo negoziale. Trump, sicuramente, vuole uscire vincitore dalla situazione intorno al nucleare; vuole quindi evitare di mettersi in una posizione per la quale poi l’Iran non sia più disposto a dialogare.

Qualora raggiungessero un accordo molto conveniente sul nucleare iraniano, gli Stati Uniti lascerebbero la sicurezza della regione in mano a Teheran?

Assolutamente no, ne dubito fortemente.

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