domenica, Agosto 25

Iran: la vera bomba atomica è nella testa di Trump Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare, ci spiega il significato delle ultime mosse di Teheran, che ha portato l’arricchimento dell’uranio al 4,5%

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Non sembra fermarsi lescalation della tensione che nelle ultime settimane sta deteriorando sempre di più il rapporto tra Stati Uniti e Iran, mai così distanti dalla rivoluzione khomeinista del 1979 e dalla conseguente occupazione dell’Ambasciata americana di Teheran da parte di studenti iraniani, i quali tennero in ostaggio una cinquantina di cittadini statunitensi all’interno dell’edificio per 14 mesi consecutivi.

Dopo l’abbattimento del drone americano da parte delle autorità iraniane ed il presunto attacco cibernetico comandato da Washington del 20 giugno scorso – con il Presidente americano, Donald J. Trump, che ha inasprito le sanzioni nei confronti della Repubblica Islamica e dei suoi vertici, fra cui l’ayatollah, Alì KhameneilIran è tornato ad implementare il suo programma nucleare.

Domenica 7 luglio, infatti, il portavoce dell’Organizzazione Iraniana per lEnergia Atomica (AEOI), Behrouz Kamalvandi, ha annunciato che lIran ha innalzato larricchimento delluranio, arrivando ad una purezza del 4,5%, sfondando così la soglia del 3,67% prevista dal Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano firmato nel 2015, a da cui gli Stati Uniti sono usciti nel maggio del 2018. 

L’aumento è stato constatato anche dall’Agenzia Internazionale per lEnergia Atomica (IAEA), che già il primo luglio scorso aveva asserito come lIran avesse aumentato le scorte di uranio a basso arricchimento oltre il limite di 300 chilogrammi.

La mossa iraniana oltre, ovviamente, ad essere esplicitamente una risposta alle continue e perpetue minacce dellAmministrazione Trumparrivate anche dopo l’annuncio dell’AEOI –  rappresenta anche un monito per gli Stati europei, rei di non aver agito concretamente ed agevolmente al fine di supportare il commercio iraniano attraverso un meccanismo che consenta di mitigare il peso delle sanzioni americane.

In realtà un piano europeo per facilitare i rapporti commerciale tra i Paesi dell’Unione Europea e Iran cè e si chiama INSTEX, ed è stato lo stesso Ufficio dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’UE ad annunciare ufficialmente la sua operatività lo scorso 29 giugno. Operatività che, stando alle mosse iraniane, non ha ancora raggiunto il 100%. A confermare le difficoltà attuali è lo stesso Alto Rappresentante, Federica Mogherini, che ieri, dopo la riunione del Consiglio Affari Esteri, ha espresso la necessità unanime degli Stati membri di rendere INSTEX più rapido e più operativo

Mogherini si è poi soffermata sul recente arricchimento dell’uranio da parte di Teheran. Un aumento, quello dal 3,67 al 4,5%, non «significativo» a tal punto da richiedere linvocazione dellarticolo 36 del JCPOA, quello sul ‘Meccanismo di risoluzione delle controversie’, per cui si potrebbe ricorrere alla Commissione mista per un’eventuale risoluzione dell’accordo.

Parole non di poco conto, per le quali si aspetta la risposta dell’Iran, che attendeva ansiosamente una mossa europea, che finalmente è arrivata. Il non aver condannato le ultime azioni di Teheran è sicuramente un passo diplomatico importante nel far rientrare la crisi e riprendere il percorso tracciato dal JCPOA. Trump permettendo.

Sotto il JCPOA, infatti, lIran ha eliminato il 98% del suo uranio arricchito; ha rimosso due terzi delle centrifughe installate; ha concordato di convertire il suo impianto di arricchimento dell’uranio di Fordow in una struttura per la ricerca; ha riprogettato il reattore ad acqua pesante di Arak; e ha concesso agli ispettori internazionali un maggiore accesso ai suoi impianti nucleari. E cosa più importante: ha permesso di eliminare – fino all’uscita dall’accordo dagli Stati Uniti – le sanzioni imposte al Paese e, quindi, creare un’apertura diplomatica e politica tra la il Governo iraniano e l’Occidente.

Può, dunque, un aumento del meno dell1%, far saltare un accordo che ha sembra aver portato benefici a tutte le parti in causa?

La stessa percentuale di arricchimento annunciata dall’Iran del 4,5%, secondo gli esperti della Arms Control Association, non rappresenta un rischio di proliferazione a breve termine e non avrà un impatto immediato sul tempo di breakout dell’Iran, cioè il tempo necessario per produrre abbastanza materiale fissile per un’arma nucleare. Per arrivare ad ottenerla, infatti, dovrebbe produrre almeno 1.050 chilogrammi di uranio arricchito al 3,67%, cioè quasi quattro volte il suo stock.

Al di là dei proclami e dei titoloni per vendere qualche copia in più di un giornale o aumentare le visualizzazioni, laccordo non è morto e sepolto, ma è ancora in piedi, seppur soffocato da sguardi politici che, al momento, puntano i loro occhi in direzioni differenti.

Per capire quanto sia effettivamente importante l’arricchimento dell’uranio annunciato da Teheran e quanto l’Iran sia vicino alla costruzione della bomba atomica, abbiamo contattato Massimo Zucchetti, ingegnere nucleare del Politecnico di Torino, il quale ha attivamente preso parte alle trattative per i raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015. 

 

LIran ha alzato l’arricchimento dell’uranio oltre il 4,5%, superando la soglia del 3,67% imposta dal JCPOA. Cosa vuol dire in termini tecnici? A cosa serve l’arricchimento a quota 5 e quale sarebbe una percentuale di cui preoccuparsi?

Più l’uranio è arricchito e più ha potere di rilasciare energia per unità di massa. Così si può, quindi, ricavare più energia – e questo di per sé non è un male – ma solo spingendo questo processo fino ad arrivare ad altri ordini di grandezza, sul 90%, l’uranio può diventare anche un materiale bellico, pericoloso dal punto di vista militare. Per questo motivo era stato imposto il limite del 3,67%. In realtà, percentuali tra il 5 ed il 7% vengono utilizzate molto spesso in reattori di ricerca, per attività sperimentali sempre collegate all’uso pacifico dell’energia nucleare. Sinceramente questo aumento non è preoccupante. Lo è, invece, il fatto che, forse anche giustamente, l’Iran – visto che gli accordi sono appesi ad un filo e a come si sveglia la mattina il signor Trump – abbia iniziato a fare qualche attività di ricerca non prevista dal JCPOA. Questo è grave perché abbiamo lavorato molti anni al fine di trovare un accordo che andasse bene a tutti e tale lavoro può esser vanificato nello spazio di un mattino. 

Behrouz Kamalvandi, portavoce dell’AEOI, ha dichiarato: «Se gli europei e gli americani non vogliono agire in conformità con i loro impegni, anche noi, riducendo i nostri impegni, controbilanceremo e torneremo alla situazione di quattro anni fa». Cosa significa tornare alla situazione di 4 anni fa?

Il JCPOA sanciva una serie di passi non solo da parte dell’Iran, che finora ha rispettato i termini, ed era un accordo abbastanza duro per gli iraniani, perché prevedeva una completa ispezione di tutte le facilities. Al contempo, c’erano dei doveri da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, ovvero un progressiva rimozione di alcuni bandi, soprattutto commerciali. In realtà, questo problema del nucleare ha poco a che fare con l’ambito militare e le bombe atomiche: è una questione di equilibri politici. Anche se Teheran arrivasse ad arricchire ancora un po’ di più l’uranio, non avrebbe alcuna importanza di fronte ad una potenza nucleare come gli USA, che ha intorno al Golfo Persico due portaerei, ognuna delle quali ha a bordo 80 missili intercontinentali balistici nucleari, e che può radere al suolo l’Iran nel giro di un attacco. Si tratta, quindi, di prestigio, di politica, di equilibrio diplomatico. Certamente, nell’ultimo anno, da parte degli Stati Uniti di Trump non si è avuto nessun buon segnale che facesse presagire ad un comportamento ragionevole, a differenza dell’era di Barack Obama che, sulla questione iraniana, si è dimostrato una persona estremamente ragionevole. Forse è uno dei motivi per cui ha ottenuto in anticipo il Nobel per la Pace. Questo perché le trattative non sono state fatte col Dipartimento della Difesa, ma col Dipartimento dell’Energia. Io ho dato un piccolo contributo in mezzo a migliaia di altri e abbiamo visto che fra tecnici ci si intendeva molto bene e si capivano subito i termini del confronto. Si è tornati alle minacce e a mostrare i muscoli sia da una parte che dall’altra: così non si va avanti e di fronte ad un tale scenario abbiamo poco margine di ragionevolezza.

Gli esperti della Arms Control Association, nel gennaio scorso, hanno affermato che l’Iran non sta attualmente intraprendendo attività chiave necessarie per produrre un ordigno nucleare. Ma l’Iran la vuole veramente la bomba atomica? Perché superare il limite del JCPOA? Quanto è lontano dal costruire un’arma nucleare a questo punto, sia in termini operativi e di tempo?

L’Iran è lontanissimo dallo sviluppo di un’arma nucleare, oltretutto si tratta di armi – quelle che potrebbe sviluppare – che avrebbero bisogno di vettori missilistici e di tutta una tecnologia a latere. Quella iraniana è una tecnologia molto vecchia: noi siamo, più o meno, 70 anni avanti a loro rispetto. Il superamento del limite credo sia dovuto ad esigenze, o volontà, di ricerca. Ad esempio, i reattori veloci –  che sono un tipo di reattori di ultima generazione – hanno bisogno di arricchimenti un po’ più elevati. Secondo me, l’Iran ha sbagliato a fare questo passo, se non con l’accordo perlomeno dell’Europa, perché dall’altra parte c’è l’Amministrazione americana che non aspetta altro che una scusa. Sebbene gli iraniani non sia per niente degli agnellini, qui siamo al ‘superior stabat lupus, longeque inferior agnus’: bisogna stare attenti quando si è i più deboli, per quanto l’Iran sia una Nazione rispettabile. Bisognerebbe tornare ad un tavolo di trattative e per farlo è necessario che cambi il Presidente degli Stati Uniti. Credo che sarà possibile grazie ad un’Amministrazione con una volontà simile a quella Obama, che è riuscita a far ragionare perfino gli iraniani, che, quando si parla dipendenza e di ingerenza nel loro territorio, diventano molto rigidi e strumentalizzano questa cosa per stimolare l’orgoglio nazionale e deviare l’opinione pubblica da qualche problema interno, ossia di democrazia e di benessere.  Il gioco è palese. Da una parte gli USA cercano il prossimo nemico, dall’altra gli iraniani vogliono cementificare il fronte interno usando questo grande avversario come spauracchio: in mezzo, poi, ci siamo noi tecnici che cerchiamo di trovare un accordo basato su numeri, su emissioni di radiazioni e su verifiche molte strette. L’Iran, comunque, è molto lontano dal mettere a punto la bomba atomica e, sinceramente, non penso ne avrebbe molta utilità, anche avendo come vicino Israele che ne ha un centinaio già pronte. Sarebbe bene che Teheran si tenesse lontano da questa arena di pugilato e rimanesse a fare quello che sta già facendo, cioè sviluppare la tecnologia nucleare. Per esempio, a Bushehr, vicino le acque del Golfo Persico, hanno un reattore che funziona molto bene e che da solo mantiene l’intera regione.

La Mogherini ha detto che l’aumento dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran non è significativo al fine di invocare l’articolo 36 dell’accordo. Quanto ha inciso il JCPOA nel rallentamento del programma nucleare dell’Iran? Si è creato adesso un divario incolmabile per cui l’accordo è a tutti gli effetti carta straccia?

Il JCPOA è stato un mezzo miracolo, perché quando sono iniziati i lavori le due parti erano molto distanti e, in fondo, l’EAIA e l’UE non erano le parti in causa poiché la trattativa era tra Washington e Teheran. Avere messo a punto questo trattato, che aveva scadenze molto lontane nel tempo fino ad una magica data in cui l’Iran sarebbe tornato nella lavagna dei buoni, è stato, ripeto, un miracolo. Fino ad ora l’Iran aveva seguito in maniera seria ogni step, dato che ad ogni step era prevista una ricompensa, come la caduta di alcuni embarghi dal punto di vista commerciale che, col nucleare, avevano poco a che fare. In questo senso, un buon punto l’aveva segnato la Germania, da sempre in ottime relazioni commerciali con l’Iran, che ha portato l’Europa ad essere quella che inizialmente si faceva carico dei premi che, alla fine, sono premi comuni, perché commerciare senza bandi con l’Iran è una cosa che conviene sia all’Iran stesso ed anche a noi. Le deviazioni che ci sono state sono tali da poter essere recuperate con una settimana di trattative, purché avvengano tra tecnici. Bisogna solo convincere gli iraniani che, in una situazione del genere, non è per niente raccomandabile evadere anche solo di un millesimo gli accordi del JCPOA, che sono un po’ la loro polizza di assicurazione sulla vita. L’accordo, quindi, non è assolutamente carta straccia, bisogna però raggiungere un clima di ragionevolezza. Diceva il Presidente inglese, Arthur Chamberlain, parlando di un accordo fatto con l’Italia fascista che poi non era andato a buon fine, che «per fare un accordo tra gentiluomini bisogna essere gentiluomini da entrambe le parti». In questo caso, gli iraniani sono sempre ondivaghi e non si sa mai quanto siano vittime del loro fronte interno, mentre dall’altra parte gli Stati Uniti hanno delle difficoltà al vertice.

È possibile ipotizzare un tavolo ad ampio raggio, che includa sia Paesi con il nucleare, sia quelli che ci stanno lavorando, per porre le basi di un accordo globale sul nucleare? Cosa presupporrebbe oltre alla volontà politica?

Questa cosa non succederà mai. Nel senso che abbiamo il Trattato di non proliferazione (TNP) che prevede che cinque Paesi possano detenere legalmente l’arma nucleare, mentre poi se ne sono aggiunti altri quattro, che sono Pakistan, India, Israele e Corea del Nord. In passato, sforzi sono stati fatti dalle Amministrazioni americane e sovietiche, e poi russe, per ridurre il numero di armamenti nucleari. L’anno scorso è passata una bella delibera delle Nazioni Unite, a cui anch’io ho partecipato come firmatario, in cui si dichiarano illegali le armi nucleari. So che fa abbastanza ridere, ma è un primo passo. È un po’ come un malato di AIDS: per farlo guarire ci vorrà molto tempo. Bisognerà passare attraverso una moratoria, una riduzione delle armi e, io credo, ad avere un’entità sovranazionale a cui Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Cina e Francia, diano i loro armamenti nucleari per un controllo congiunto. Non si pensava, quindi, di abolire le armi nucleare, ma porle sotto il controllo internazionale. Ma è una cosa lontanissima, molto difficile. 

Lei ha preso parte alle trattative per il JCPOA. Ci può raccontare dei fatti poco noti all’opinione pubblica?

Durante  queste trattative per arrivare al JCPOA, per le quali io ed un altro collega italiano abbiamo dato un piccolo contributo, il passaggio cruciale è stato quando gli USA hanno deciso di esautorare completamente il Dipartimento della Difesa e di passare le trattative all’Environmental Protection Agency. Ci siamo allora ritrovati, finalmente, ad avere dei tavoli di trattative in cui non era seduto neanche un militare: questo è stato il punto che ha fatto passare le trattative da impossibili a possibili. Un’altra cosa interessante, poi, è che gli esperti iraniani sono di un livello altissimo, hanno una grandissima sapienza tecnica, ma sono connessi con il regime, per cui molte volte si notava come, di fronte ad affermazioni ovvie, avessero bisogno di riferire il tutto alle autorità e conoscere il responso politico. In alcuni casi ci siamo trovati a compatire questi colleghi, perché lavorare così, essendo sorvegliati da politici che vogliono strumentalizzare la tua tecnologia ai loro fini, è veramente difficile. Io sono stato un paio d’anni in Iran a livello di università, ma l’ultima cosa che vorrei è essere un esperto nucleare iraniano, perché è veramente una brutta vita. 

Quindi, in conclusione, per rientrare negli accordi servirebbero più esperti e meno politicanti.

Esattamente ed anche se ritorna un clima di ragionevolezza fra i Governi per mettere a punto, per esempio, un protocollo aggiuntivo che preveda dei controlli più stretti in caso di arricchimenti superiori al 4,5%. Ci sono mille modi per cui se gli iraniani volessero fare degli esperimenti per produrre energia con i reattori veloci potrebbero farlo senza mettere in allarme nessuno. Si tratta solo di volerlo. Credo, infine, che quanto successo si stata una sfida sbagliata che il Governo iraniano ha provato a lanciare.

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