domenica, Novembre 29

Ipocriti balconi d’avanspettacolo e vigliacca paura da coronavirus Si è attivata la più grossa compagnia d’avanspettacolo italiana. In quei balconi non c’è l’Italia, quella vera, c’è solo la povera gente che cerca di smitizzare la sfiga in forma di messa in scena

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Mi sento in dovere di intervenire come semplice cittadino su quanto in questi giorni accade sui balconi di alcune città italiane. Chissà se posso permettermi di dire che questi comportamenti, e spero tanto di sbagliarmi, possono anche essere interpretati in un altro modo, e non solo come un’azione positiva rivolta a quanti stanno combattendo la guerra sul fronte dichiarata al Covid19.

Certo, ci mancherebbe a non voler riconoscere il grande valore e il rischioso impegno che medici, infermieri, operatori sanitari, e tutte le forze militari dello stato svolgono quotidianamente per salvare le vite e limitare le morti… Ma credo che si possa anche dire che con quei saltelli, con quei canticon quei tamburelli, con quei microfoni amplificati sui balconi, etc., si può, nel clima di lutto generale, anche esaltare l’incosciente bisogno, tutto italiano, del mettersi in mostra sempre e comunque. Perché il bisogno di rendere spettacolo anche quello che spettacolo non è e non potrà mai essere, non credo che debba esternalizzare in questo modo.

Certo, ben venga il risveglio condiviso di un popolo che vuol vivere ancora, che vuol essere vitale, ci mancherebbe altro che non fosse così. Ben vengano i cantanti famosi a intrattenere la nazione con i loro canti, come ben venga questa rinascita del valore dell’italianità condivisa.

Eppure, tutto questo credo che possa far risuonare qualche stonatura.

Per esempio… ma dove erano tutte queste persone nel momento in cui una certa politica voleva tagliare l’Italia dal Po in giù? Come mai in quel periodo i balconi erano tutti chiusi o apertissimi per stendere il bucato da asciugare? Era forse finito o smarrito il senso di unità della nostra nazione?
E
che dire della frase ormai scritta da tutte le partiAndrà tutto bene?

Bene per chi? Per quelli che non sono all’ospedale? Per quelli che con il tamburello in mano rischiano solo di farsi venire qualche bolla sulle dita? Ma quel davvero ‘Andrà tutta benecome potrà mai essere interpretato da tutti quei poveri vecchietti che, sfortunati fino all’osso, hanno incontrato la morte per colpa del Covid19?

Allora diciamola tutta, quell’Andrà tutto bene è un palese richiamo alla speranza, , ma per noi, per noi vivi, come anche per tutti quelli che hanno assalito all’impazzata treni, flixbus, taxi pur di fuggire dalle zone rosse, e che magari oggi rischiamo di ritrovarli su uno di quei tanti balconi a cantare ‘Fratelli d’Italia… non pensando a quel giovane ventunenne di Goffredo Mameli che per la sua idea di Italia ha sacrificato la pelle anche senza la presenza del Coronavirus.

Certo, sono cosciente, posso anche apparire disfattista, ma credo che un pizzico di verità possa anche emergere fra le righe di questo mio scritto.

Facciamo una veloce parentesi che comunque poi si ricollega alla critica che cerco di focalizzare.

I ricercatori dell’Istituto Superiore della Sanità hanno calcolato, per ogni anno già trascorsoall’incirca 8 mila decessi, collegati sia alla malattia stagionale e/o alle sue varie complicanze. Alcuni anni addirittura sembra che si siano raggiunte 12 mila morti.

E noi, come puri italiani in scena sul balcone, non sappiamo che i numeri sono frutto di una stima che parte dai dati forniti dall’Istat che li raccoglie, non all’istante, ma ogni due anni. Questo perché la mortalità in tempo reale non è poi cosi facile da individuare e quindi catalogare. Ed è cosi quasi in tutti i Paesi del mondo, poiché i sistemi più evoluti di statistica valutano i vari dati di mortalità prendendo in considerazione anche le tante altre cause legate a complicanze dell’influenza. Comunque alla cifra media di 8 mila morti all’anno, ci si arriva valutando anche, tanto per fare un frettoloso esempio, le polmoniti, gli arresti cardiaci, etc.

E intanto, trascurando o facendo finta di non essere a conoscenza di queste cose, le belle frasi unificatrici, i saltellanti balletti, gli inni patriottici, i tamburelli, le trombe e i tromboni squillano dal piccolo proscenio dei balconi e delle nostre finestre di casa. Oggi, in questo strano periodo, si è quindi attivata la più grossa compagnia d’avanspettacolo italiana, con autori che non si conoscono, con personaggi che prima del coronavirus magari pensavano di mutare il tricolore italiano in un solo colore, magari più verso il nero o verso un mordace verdognolo. No, scusatemi se oso, ma in quei balconi non c’è l’Italia quella vera, c’è solo la povera gente che cerca di smitizzare la sfiga in forma di messa in scena.

La certezza dei propri pensieri nessuno mai la potrà esprimere come verità assoluta, e tanto meno io, ma quei divertenti e salutari avanspettacoli on the road ci dimostrano qualcosa di molto più in basso di quell’altezza che dovrebbe mostrare un popolo davvero unito, davvero indiviso. L’altezza reale delle finestre e dei balconi non basta per dimostrare ed esaltare l’integrità e la sincerità delle nostre azioni, dei nostri comportamenti.

Cantare, ballare, suonare, schiamazzare, va bene, ma per il periodo delle ‘vacche grasse’.

E noi, personaggi in scena sui balconi, ogni anno andiamo a fare i fatti nostri dove ci pare, senza avere (o voler sapere) notizia di qui tanti decessi non procurati dal Covid19. Oggi, mentre i cittadini di Madrid battono le pentole dalla finestra per ‘sporcare’ il discorso pubblico del loro Presidente, noi, gente dal tricolore facile, cantiamo, balliamo e suoniamo sui balconi di tutto lo stivale, illudendoci pure di essere una nazione finalmente unita. Magari fosse così, smetterei subito di scrivere queste righe che certamente apparirebbero sconclusionate.

No, noi siamo animali ignoranti, che si spaventano ogni mattina quando ci danno il numero dei poveri anziani morti. Facendo finta di nulla se per ogni anno trascorso, per ogni inverno passato, non prendiamo coscienza del fatto che la morte bussa alla porta, si, alla porta dei più inermi. Ma noi, non sapendolo, o forse sarebbe meglio dire, facendo finta di non saperlo, in tutti questi anni senza alcuna presenza del Coronavirus, ma con la costante e inevitabile presenza di altrettante morti, ci siamo fatti i fatti nostri senza scrivere Andrà tutto bene, come d’altronde nessuno è uscito dal balcone per mostrare anche la minima religiosa compassione per queste tantissime e storiche perdite quotidiane. Non ricordo nemmeno alcun famoso cantante che decise di cantare o suonare un brano ‘in memoria’ di un qualsiasi ignoto vecchietto. Tutto questo come se le centinaia di migliaia di morti avvenute in questi anni per una bronchite, per una polmonite, per un mal di cuore valesse molto meno di queste attuali morti. Ogni morte, come ogni vita, richiedono lo stesso valore e lo stesso rispetto. Ma chissà forse, per qualcuno, vale ancora il vecchio detto: ‘Orecchio non sente, Cuore non duole’.

In breve, ogni anno, se fossimo davvero persone coscienti, dovremmo recuperare la forza di uscire dai balconi di casa e stare fermi, zittiperché tutto quello che si fa o si dice non è certamente più importante e rispettoso del silenzio, che ormai non sappiamo più fare.
E
dovremmo fare così, per i poveri vecchietti che ogni anno ci hanno lasciato, ma ancor di più dovremmo farlo per porci in pubblico ludibrio a colpa della nostra ignorante e comodadisattenzione. Una disattenzione che ci piace tenere stretta stretta fra i miliardi di neuroni,tanto da poter permetterci di dire: ‘Ma noi non sapevamo nulla!’ con gli occhi esterrefatti e il rosso traditore sulle nostre guance. No! Tutti lo sapevamo, eccome! E se non lo sapevamo avremmo dovuto sentire, nel profondo del cuore, la coscienza e la responsabilità di saperlo.
Dovremmo avere anche la forza di riconoscere che siamo animali così paurosi della morte che ne prendiamo coscienza solo quando percepiamo anche il timore che possa toccare anche a noi.

La morte è esperienza quotidiana! Non richiede nessuna messa in scena sul balcone, anche se la storia ci insegna che pur di vivere siamo disposti a far di tutto come pure a finta di nulla.

In quei balconi, in quella nostra paura della morte, abbiamo preferito non conoscere la realtà della vita umana. Invece di uscire dal balcone, avremmo fatto meglio a rispettare le morti odierne ricordando tutte le morti di cui abbiamo preferito dimenticare, far finta di non sapere come ci ha insegnato nel periodo nazista il pastore tedesco Martin Niemöller con questa sua famosa introduzione a un sermone:
«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Un giorno quando la morte verrà a prendermi, ci rimarrei molto male, no per la morte giunta, ma a sapere dall’aldilà che, nel rispetto della mia assenza, qualcuno dal balcone si è messo a battere due coperchi d’alluminio.

Scusatemi tanto… anche se non mi conoscete… per me… sul balcone… fate scena muta… se potete… non togliete dalle pentole i loro-vostri ambigui coperchi… Grazie!

«Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare…»

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