sabato, Agosto 8

Invasione di Taiwan? L’escalation che non ti aspetti La relazione tra Taiwan e Cina è una delle più complesse al mondo, ne parliamo con Stefano Pelaggi, docente dell’Università 'La Sapienza’ e Ross Darrell Feingold, consulente di questioni politiche di Tapei

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Tra Taiwan e la Cina intercorre una delle relazioni internazionali più complicate al mondo. Attualmente, a più di sessant’anni dalla separazione, l’isola di Taiwan è ancora considerata unaprovincia ribelle’ dal Governo cinese, ma allo stesso tempo, a livello internazionale, è riconosciuta da 21 Stati.

Il Governo della Presidente Tsai Ing-wen ha contribuito al raffreddamento dei rapporti nello Stretto.

Durante la sua presidenza è mancata del tutto la comunicazione con Pechino”, ci spiega Stefano Pelaggi, docente di Nazionalismi e Minoranze Etniche presso l’Università ‘La Sapienza’. È ormai dal 2016, dall’elezione della presidentessa taiwanese, che non si hanno comunicati ufficiali riguardanti rapporti e contatti tra Pechino e Taipei. Allo stesso tempo non si può parlare di ‘indipendenza’ dell’Isola. “Nessuno ha parlato di indipendenza, se non nei partiti che possiamo collocare come estremisti nel panorama politico taiwanese. Non si può parlare apertamente di indipendenza, perché questo creerebbe un ulteriore contrasto, probabilmente insanabile con la Cina. Dall’altro lato, il dilemma politico si basa su un compromesso semantico che era stato raggiunto negli anni precedenti, il consensus del 1992, su appunto una presunta appartenenza di Taiwan alla Cina. Il vero e proprio clou di questo compromesso semantico era che tutte e due le parti affermavano l’esistenza di un’unica ed una sola Cina, e non si specificava quale di queste due parti fosse quella legittima. Ovviamente c’è una parte della popolazione taiwanese che vuole l’indipendenza come c’è anche una piccola parte minoritaria che vuole spingere sempre di più verso la Cina”, dice Pelaggi.

Della stessa idea è Ross Darrell Feingold, consulente di questioni politiche di Tapei, che ci dice: “la Presidente Tsai afferma di cercare di mantenere lo status quo e che non intraprenderà azioni per rendere Taiwan de jure indipendente dalla Cina. Sebbene Taiwan abbia sostenitori internazionali come gli Stati Uniti, al momento non è chiaro quale livello di supporto ci sarebbe se il Governo di Taiwan intraprendesse un’azione del genere. Se i leader volessero intraprendere un’azione del genere, prima di farlo, dovrebbero valutare bene le capacità di difesa di Taiwan, e tale sforzo richiederebbe più anni di quelli del mandato della Presidente”.

Se da una parte, nei giorni scorsi, Tsai Ing-wen in un’intervista rilasciata ad un’emittente locale ha dichiarato «nessuno può escludere questa possibilità», riferendosi ad un possibile attacco della Cina, dall’altra bisogna considerare che le parole di Xi Jinping all’ultimo Congresso, non sono state così drammatiche nei confronti di Taiwan. “Si leggeva tra le righe la possibilità di un’apertura, ma dobbiamo anche considerare che se fino qualche anno fa molti taiwanesi guardavano forse con favore ad un rinnovato rapporto con la Cina, proprio a causa della potenza economica cinese, adesso tutto è cambiato”, continua Pelaggi. “ La Cina sta vivendo non più quella crescita di 10-15 anni fa, la situazione ad Hong Kong è uno specchio abbastanza importante di quello che potrebbe succedere a Taiwan. La crescita economica ad Hong Kong si è arrestata, ci sono molti capitali dalla Cina continentale che sono arrivati, è molto difficile trovare lavoro, i giovani non trovano casa perché tutti i prezzi si sono alzati. Insomma Hong Kong ha perso la possibilità di una rappresentanza democratica, ma dall’altro lato non c’è stato quel grande sviluppo economico che ci si aspettava. Quindi all’interno della popolazione taiwanese c’è un netto contrasto nei confronti di un possibile avvicinamento alla Cina, e questa non sarà una situazione che cambierà, anche perché le giovani generazioni si sentono sempre più taiwanesi e non riconoscono assolutamente quest’ascendenza culturale cinese”.

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