giovedì, Aprile 2

Intorno a noi, un mondo di plastica Gli Stati Uniti tra i maggiori produttori di plastica al mondo. I piani risolutori ed il deficit di consapevolezza

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NEW YORK. Basta guardarsi intorno per accorgersi di quanta plastica è intorno a noi. Negli Stati Uniti, quasi in tutti i supermercati, compri dieci articoli ed esci con sei buste di plastica. Gli americani, -specie nelle grandi città dove la vita è frenetica-, sono abituati a consumare cibo da asporto in contenitori di plastica. Ed il riciclo è ancora un meccanismo imperfetto.

La plastica è ovunque -non solo qui-, ed evitarla sembra un’impresa impossibile, specie in una società come questa, così abituata a farne uso. E quando il problema è culturale e rappresenta la normalità, è ancor più complesso estirparlo. Tutto ciò ha probabilmente avuto inizio negli anni ’50, quando le fabbriche hanno iniziato a produrre plastica su larga scala. La creazione di quello che nient’altro è che un sottoprodotto dell’industria petrolchimica, impiega circa il 6% di tutto il petrolio estratto in un anno e lo incanala in vari processi produttivi. Insomma, ciò che ci ritroviamo oggi, è il prodotto di decenni e decenni di sovrapproduzione.

Siamo sovrastati da tonnellate di rifiuti prodotti ogni giorno. Plastica dei contenitori, negli oggetti monouso, in quelli che usiamo quotidianamente, nei vestiti, nei letti, nei tubi di scarico. Le particelle di plastica sono anche negli shampoo, nel dentifricio, nel sapone. La plastica è in ciò che mangiamo, nei nostri oceani, nei nostri sistemi di trattamento delle acque e nei nostri spazi pubblici. La respiriamo, ci mangiamo, ci beviamo, è parte della nostra quotidianità. E poi rimaniamo attoniti davanti alle immagini di animali soffocati e di mari in cui la plastica galleggia distendendosi in spazi indefiniti. Secondo le stime della ‘Ocean Conservancy, ogni anno, oltre 8 milioni di tonnellate di plastica inquinano gli oceani e, se non correremo al riparo, nel 2025 ci sarà circa una tonnellata di plastica per ogni tre tonnellate di pesci marini. Ma abbiamo una qualche percezione reale di ciò che sta accadendo?

Il fatto che la plastica che tutti noi usiamo stia causando danni al nostro ecosistema, è ormai un fatto di dominio pubblico. Ecco che, con una certa cadenza, sorgono iniziative qua e la con il fine -quantomeno- di tentare di arginare il problema, un problema che, però, tutti sanno, aver assunto ormai proporzioni colossali. E proprio questo sembra essere il motivo per cui tutte le idee risolutive rischiano di fare un bel buco nell’acqua.

Alcuni stati americani -tra cui la California– hanno preso in considerazione il problema vietando o tassando l’uso di sacchetti di plastica. Ed, ora, alcuni grandi marchi, hanno annunciato di voler attuare dei piani per ridurre l’impatto della plastica nell’ambiente. Tra le aziende, la McDonald’s Corp. e la Coca-Cola Co., che hanno annunciato iniziative volte a ridurre la quantità di rifiuti di imballaggio nelle loro operazioni globali. Secondo quanto riporta ‘Bloomberg’, «nel 2025, McDonald’s ha fissato l’obiettivo di realizzare il 100% del suo packaging di consumo con ‘materiali rinnovabili, riciclabili e certificati’». Coca-Cola, avrebbe, invece, l’obiettivo di riciclare l’equivalente del 100% del suo imballaggio entro il 2030. Ed entrambi parlano di impegno nel riciclo. Ma non tutti i grandi marchi concordano sul come agire; qualcuno, infatti, è preoccupato dei costi a cui si andrà incontro sostituendo la plastica con altri materiali.

Insomma, l’America si sta muovendo ma sembra essere rimasta in silenzio per troppo tempo. Ed il problema principale sembra essere la scarsa consapevolezza. Secondo quanto sottolinea ‘Orbmedia, tutto ciò che si ottiene dalle agenzie federali sono «risultati contrastanti e incertezze» sul potenziale impatto delle sostanze chimiche legate alla plastica. I governi, in altre parole, testano o analizzano gli impatti delle singole sostanze chimiche per determinare i livelli di esposizione potenzialmente pericolosa, ma non si focalizzano sull’effetto complessivo che tutte queste sostanze chimiche -derivanti da materie plastiche- rischiano di avere sull’uomo.

Documentari e studi scientifici stanno tentando di renderci consapevoli dell’inquinamento che ci circonda, ma, forse, ancora ignoriamo come la nostra salute sia realmente influenzata dalle sostanze chimiche e dagli additivi sintetici usati per dare vita alla plastica. I ricercatori hanno studiato l’inquinamento atmosferico provocato dalle microparticelle di plastica che piovono sulle città, sparate in aria da macchine e cantieri, da macchinari di lavaggio e dagli imballaggi per alimenti. Ma l’inquinamento non riguarda solamente le aree esterne, anzi. Gli spazi interni sembrerebbero ancor più pericolosi: pensiamo ai mille oggetti che usiamo quotidianamente in casa. E’ stato ipotizzato che, se respirassimo le particelle in questione, queste potrebbero entrare in circolo nel nostro sangue, nel tessuto polmonare, nell’intestino e persino nel latte materno. Alcune di loro potranno anche entrare nel nostro corpo alcuna causa, ma altre, al contrario, possono insediarsi in noi e provocare danni anche irreversibili.

Secondo le ultime statistiche, l’uso della plastica è addirittura in aumento del 10% l’anno. I danni sembrano, quindi, destinati ad aumentare. A conferma, gli ultimi studi riportano che il 94% dell’acqua potabile ed il 93% dell’acqua in bottiglia nel mondo sono stracolmi di particelle e sostanze chimiche, tra cui metalli pesanti, ftalati, pesticidi ed altro, tutte concause di gravi malattie come il cancro, l’insulino-resistenza, la ridotta immunità e tante altre. Ma i danni non sono veicolati soltanto dall’acqua. Negli ultimi anni, microfibre nocive della grandezza di un capello umano o ancora meno, sono stati trovati in una gamma di prodotti vastissima: miele, zucchero, molluschi, birra, cibi lavorati, sale da tavola e bevande analcoliche.

Forse, il problema, quindi, è proprio questo: non abbiamo abbastanza consapevolezza. Non sappiamo come agiscono sul nostro corpo le microparticelle che la plastica rilascia, non sappiamo quale sia il rischio preciso che corriamo mangiando, respirando e toccando plastica ogni giorno. Non abbiamo un’idea precisa dell’effetto che questo avrà nel corso degli anni, non solo per noi, ma per l’intero ecosistema di cui facciamo parte.

E la millantata soluzione al problema che punta il dito contro le bottigliette, le tazzine di caffè o le microsfere nei cosmetici facendoci credere che eliminando con accortezza queste piccole abitudini risolveremo tutto, ci fa andare probabilmente fuori strada. Certo è che limitarne l’uso può essere un buon inizio. Alcuni Paesi hanno già iniziato a farlo, adottando una politica orientata alla sensibilizzazione ed al rispetto verso l’ambiente; altri, però, non si stanno impegnando abbastanza. E se stiamo parlando di giganti che di plastica ne ultilizzano davvero troppa, le cose appaiono ancor più gravi.

Negli anni ’50 la produzione di plastica nel mondo ammontava a circa 2 milioni di tonnellate all’anno; questa cifra oggi è aumentata esponenzialmente, arrivando ai 330 milioni di tonnellate ed i ricercatori affermano un aumento continuo. E’ chiaro, quindi, che concentrarsi sulla bottiglietta o su singoli elementi, non estirperà quella che è ormai una consuetudine.

E’ ora di agire. Prima che sia troppo tardi.

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