venerdì, Ottobre 2

Intesa Parigi-Roma: alba di una cooperazione rafforzata? Il nuovo impulso a un rapporto d’eccezione. I nuovi dossier di politica comune e uno strumento inedito di intesa bilaterale. Intervista a Jean Pierre Darnis, Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) e Professore all’Università di Nizza Sophia-Antipolis

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Come?

Trovando subito i modi per contrastare problematiche idonee a suscitare quelle percezioni da ambo le parti – come, appunto, è accaduto la scorsa estate. Quindi, ci sono un aspetto strutturale (l’uscita del Regno Unito e la conseguente forte dimensione continentale dell’UE) e uno congiunturale (le crisi molteplici intercorse tra Francia e Italia, anche negli ultimi anni: questa tensione non è mai cessata!).

Tutto questo ha spinto il Governo francese a cercare di replicare, nel rapporto con l’italia, uno dei pilastri storici della politica europea francese, che è il pilastro franc- tedesco.

Potrebbe citare ancora qualche virtù propria del modello franco-tedesco come potenziale meccanismo preventivo di crisi?

In base a questo sistema, ogni anno si fanno riunioni costanti tra i Ministri degli Esteri e della Difesa, ossia: c’è un Comitato permanente. Le spirali negative tra Francia e Italia, che si sono innestate su alcuni dossier mediorientali e, ancora recentemente, sulla Libia sarebbero state in gran parte evitate con un Trattato funzionale, perché molti errori, oltreché percettivi, erano dovuti al non prendere in considerazione in modo propedeutico le posizioni degli altri. Ad esempio: la Francia non si rende conto degli effetti che una sua decisione produce sull’Italia e l’Italia non capisce le dinamiche francesi. Se ci fossero ‘luoghi’ di comunicazione molto più diretti e istituzionali, come quelli eventualmente previsti da un Trattato, questo tipo di effetti sarebbe evitato – ed è questo che spiega la solidità del rapporto franco-tedesco, nell’ambito del quale, come appare, quelle aberrazioni non si producono – se non altro, in quelle proporzioni.

Potrebbe fare un esempio di ‘cattiva percezione’ rispetto alle diverse responsabilità in ambito internazionale (pensiamo agli interessi sulla Libia, alle frontiere chiuse e alla gestione comune dell’asilo, alla cooperazione militare)?

Quali sono i maggiori fattori che provocano un vizio di percezione da parte di entrambi i contesti?

Da tempo, ormai, ci sono importanti vizi di percezione tra Francia e Italia. In Francia c’è una certa indifferenza nei confronti dell’Italia, che non è compresa: si ragiona ‘in termini francesi’, quindi non si tiene conto delle sensibilità e della visione italiana. In Italia c’è, invece, una grande paranoia nei confronti della Francia: si interpreta in modo fuorviante e, spesso, complottistico qualsiasi azione della Francia nel mondo che sarebbe ‘diretta contro l’Italia’. Le due visioni sono negative. Certo, le rispettive sovranità sono importanti, ma il Trattato non guasterebbe nulla, anzi: se sui tavoli tecnici ministeriali, almeno 2 volte l’anno (come previsto per il meccanismo franco-tedesco), esistesse una concertazione governativa superiore a quella attuale – attualmente c’è un bilaterale l’anno – si avrebbero solo vantaggi. Una riprova è il fatto che, ogni volta che si arriva al bilaterale si trovano nuovi consensi: è il caso dell’ultimo bilaterale a Lione.

Perché un solo bilaterale non basta, considerando i consessi e le occasioni di dialogo a livello europeo?

Per l’importanza della relazione e la rilevante continuità degli argomenti. Certamente, Francia e Italia sono molto impegnati nel contesto di Bruxelles. Tuttavia, anche se in sede UE il rapporto c’è e deve progredire, rapporti bilaterali migliori e consensi migliori fra i Paesi fondatori dell’Unione vanno in direzione di una maggiore fluidità e di un progresso sostanziale anche rispetto all’integrazione europea.

Per i diversi dossier sopra citati – dai dossier diplomatici a quelli militari – esistono oggi canali di comunicazione, ma sono attivati ad hoc, sul momento, e tale attivazione arriva spesso in tempi di crisi , magari in seguito allo scalpore suscitato da un articolo pubblicato a Parigi. Parimenti, è successo che, a Parigi, qualcuno abbia preso una decisione senza prendersi cura di consultare le autorità italiane, rendendosi conto troppo tardi degli effetti collaterali negativi su altri dossier con l’Italia.

Pensa al 2017?

L’estate scorsa è stata piena di esempi simili.  La spirale negativa è iniziata con la decisione, da parte di Macron, di sospendere e cambiare l’accordo di ripresa dei cantieri Stx da parte di Fincantieri, suscitando un putiferio in Italia e una catena di criticità per tanti altri dossier nei quali i francesi, legittimamente, erano presenti.

La visione sulle migrazioni e intorno alla Libia non ha mai trovato spazi di dialogo sufficienti tra Francia e Italia, quest’ultima vedendo in modo ossessivo il fatto che la Francia possa ogni tanto occuparsi della Libia e la Francia non capendo perché l’Italia non raggiungesse una visione ‘anti-terroristica’ per mantenere una stabilità in tutta la zona saheliana. Le due prospettive, in fondo, potrebbero convergere, ma spesso si sono espresse – o sono state interpretate – in termini antitetici. Tutto questo, ovviamente, sullo sfondo della questione migratoria, molto importante, e della difficoltà di gestione della frontiera comune anche a Ventimiglia.

Ci sono, insomma, diversi dossier ‘popolari’, che hanno avuto risalto sui media, soprattutto italiani, mentre in Francia spesso erano rilevati poco o nulla. Si è fatto ricorso, allora, a ‘pompieri politici’, che andassero a spegnere il fuoco là dove era stato appiccato. Dei tavoli sistematici previsti da un trattato bilaterale avrebbero permesso di confrontarsi in modo quasi propedeutico, cioè di evitare che alcune decisioni fossero prese senza consultare l’altro (e, a maggior ragione, in assenza di una logica ponderata da parte francese): se in Italia si grida al complotto, le decisioni di Parigi possono essere il frutto di dinamiche politiche molto più semplici. Senza dubbio, occorrerà anche alzare il livello di mutua consapevolezza dei rispettivi ordinamenti democratici: sistemi che hanno tantissimi punti in comune, ma anche grandi differenze. Questo è il bello dell’Europa.

Lasciandoci con una previsione sul dossier immigrazione, ritiene che, in forza dell’implementazione del nuovo Trattato, la situazione a Ventimiglia potrà essere diversa, con minori probabilità di violazioni di diritti della persona, ma anche di incomprensioni a livello di vertice?

Penso che questa sarà forse la partita politica più delicata, in quanto l’opposizione all’immigrazione da parte delle forze populiste e dell’estrema destra esiste, in Francia, da oltre 40 anni, soprattutto nel Sudest del Paese, compresa la zona tra il nizzardo e le Alpi Marittime. Qui c’è una fortissima presenza del Front National, e una altrettanto forte politica locale anti-immigrati. Questa tematica è cresciuta anche in Italia e, ultimamente, è stata veicolata da partiti che hanno avuto un grosso riscontro a livello elettorale.

Direi, anzi, che ormai c’è un parallelismo: in entrambi i Paesi c’è una tensione che percorre forze politiche importanti sullo scacchiere e che esprimono posizioni chiaramente orientate in senso anti-immigrati.

Poi c’è la realtà dei flussi, molto delicata, con un’Italia che li riceve e il desiderio per molte persone di uscirne, transitando dalla Francia per raggiungere il Nordeuropa. Il problema della frontiera diventa un rebus particolarmente complicato. Se non ci sono progressi globali, se nessuno firma un trattato con la Francia e, se, pertanto, non si intavolano rapporti più strategici e ‘più permanenti’, lo stato delle cose sicuramente non migliorerà. Serve, allora, approntare strumenti più articolati di dialogo tra Francia e Italia, grazie ai quali si prendono in considerazione, in un contesto globale, sia i dossier industriali – molto consistenti tra i 2 Paesi – che i dossier di politica estera e migratoria.

In questa seconda direzione, se l’equazione del trattato prende a funzionare, si aumenta il dialogo e, perciò, gli scambi politici. Allora si avranno margini, anche per l’Italia, per ottenere di più: è necessario un gioco a somma crescente.

 

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