sabato, Agosto 8

Intesa Parigi-Roma: alba di una cooperazione rafforzata? Il nuovo impulso a un rapporto d’eccezione. I nuovi dossier di politica comune e uno strumento inedito di intesa bilaterale. Intervista a Jean Pierre Darnis, Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) e Professore all’Università di Nizza Sophia-Antipolis

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Il 2017 è stato un anno di particolare tensione nei rapporti tra Francia e Italia: dagli attriti nel settore industriale navale (relativi alla scelta fatta dal Presidente Emmanuel Macron, lo scorso luglio, di nazionalizzare i cantieri di Saint-Nazaire), che hanno preceduto l’intesa di settembre sul controllo ‘temperato’ di Stx France da parte di Fincantieri, al vertice del 25 luglio all’Eliseo con i due principali leader libici, non condiviso con il Governo italiano; dagli interessi strategici di Parigi sul Fezzan (l’area della Libia più ricca di petrolio e prossima alla regione saheliana, storicamente controllata dalla Francia) alle ricadute ‘gestionali’ sull’Italia della politica di sbarramento ai flussi migratori.

Le cose sono cambiate con il bilaterale di Lione dello scorso 27 settembre. Oltre alla distensione raggiunta sul dossier Stx, in quella sede si è discusso con prudenza dell’influenza di Vivendi su Telecom, a meno di un mese dal regolamento che applica il ‘golden power’ riservato allo Stato per operazioni straordinarie in settori strategici (come è, appunto, quello delle telecomunicazioni), che prevede l’istituzione di un’unità organizzativa di sicurezza per attività di rilevante interesse nazionale. Non solo: è tornata sui tavoli l’alta velocità, nell’urgenza – avvertita da ambo le parti – di aggiornare un progetto ormai ventennale al fine di avviare, con l’assistenza di un gruppo di lavoro interministeriale, la realizzazione del tunnel di base. In ambito politico europeo, a un clima concorde in materia di Sicurezza e Difesa comuni, preludio all’istituzione della PeSCo in sede UE, ha fatto riscontro l’avvertita necessità di riformare il sistema comune di asilo, prevedendo di «rispondere meglio ai flussi migratori, per mezzo di un meccanismo di solidarietà effettiva».

Dopo l’annuncio, da parte francese, di un immediato aumento delle ricollocazioni («da 50 a 200 persone al mese») dall’Italia, la volontà condivisa di «preservare l’integrità del sistema Schengen e di rafforzarne le frontiere esterne» si è accompagnata a quella di aumentare l’impegno nella lotta al terrorismo e alle attività dei trafficanti di beni e persone lungo le rotte criminali che, attraverso i Paesi saheliani e sahariani, arrivano al Mediterraneo. In questa prospettiva, ferma restando l’attenzione prestata dal Governo al ruolo dell’Italia come attore europeo, si inserisce anche la missione militare italiana in Niger, largamente approvata alla Camera il 17 gennaio scorso con voto favorevole da parte di Forza Italia come del PD.

Sono questi solo alcuni dei temi affrontati durante il vertice lionese, che ha spaziato dall’istituzione di un ‘Pass Culturaeuropeo sul modello del nostro ‘Bonus cultura’ (agevolazione di 500 euro per gli studenti neo-maggiorenni, compresi stranieri residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno) allo sviluppo di progetti industriali e di sostegno alle piccole e medie imprese, dalle misure di attuazione dell’Accordo di Parigi – ratificato da Francia e Italia nell’ottobre 2016 – a un più forte coordinamento delle posizioni italo-francesi non solo in ambito europeo, ma alle Nazioni Unite e all’interno di altri organismi di governance mondiale come l’OSCE (che quest’anno vede l’Italia alla Presidenza) o il G7.

Sulla scia del «nuovo impulso» così impresso alle relazioni con il vicino d’Oltralpe, l’11 gennaio, in occasione dell’incontro a Palazzo Chigi tra il Presidente francese e il premier Paolo Gentiloni, è stato lanciato il ‘Trattato del Quirinale’. Alla redazione del documento, che dovrebbe vedere la luce alla fine del 2018 – in occasione, cioè, del prossimo bilaterale, che si terrà in Italia – è preposto un ‘gruppo di Saggi’ (6 in tutto, 3 per parte, tra i quali l’ex-Ministro Franco Bassanini), che lavorerà per definire nuove modalità di coordinamento, più efficaci e sistematiche, su ogni materia e questione oggetto di interesse bilaterale, nel più ampio quadro internazionale. L’attuale agenda, come si è visto, è stata scritta al summit di Lione.

Significativamente, il Trattato, pur rappresentando una novità nella relazione franco-italiana – e, forse, proprio per questo –, contiene un richiamo ‘funzionale’ al passato che, nell’evoluzione dei rapporti tra la Francia e l’imprescindibile attore tedesco, ha dimostrato nel tempo la sua piena validità.

Lasceremo, allora, la parola a Jean Pierre Darnis, Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) e Professore all’Università di Nizza Sophia-Antipolis.

Professore, ripensando al senso di una cooperazione rafforzata e con l’attenzione rivolta ai potenziali contenuti del futuro Trattato, come saranno declinati gli interessi di due Paesi che, negli ultimi anni –e  in diversi ambiti – hanno interagito lungo una linea di tensione quasi continua?

Occorre prendere il Trattato per ciò che dovrà essere: per comprenderne la portata, dobbiamo partire dalle procedure che esso crea, pensando all’eredità e all’esperienza importante del Trattato siglato nel 1963 da Konrad Adenauer e Charles De Gaulle, detto ‘dell’Eliseo’. Dopodiché, sarà possibile parlare di eventuali politiche che andranno a riempire questa formula. I contenuti, tuttavia, sono un complemento rispetto alla sua fase costitutiva. Pur nella consapevolezza che le tensioni hanno a che fare, in ultima analisi, con aspetti sostanziali, bisogna prima partire dalla riflessione sull’opportunità, l’importanza e la bontà di un trattato franco-italiano sul modello franco-tedesco.

Per quali motivi e in che misura quel modello può essere applicato alla relazione bilaterale tra Francia e Italia?

Il Trattato franco-italiano, lanciato a gennaio dai nostri Governi con due commissioni di esperti che stanno lavorando alla sua redazione, è un’opportunità in quanto vuole replicare un meccanismo che esiste già, con un buon successo, in ambito bilaterale tra Francia e Germania. Cosa molto importante, che sarà probabilmente replicata nel nuovo Trattato, è il fatto che esso definisce un modus operandi diverso: riunioni ministeriali frequenti, una comunicazione fra Governi costante, alcune commissioni specializzate su temi comuni (pensiamo, ad esempio, a tutto il dibattito sulla Sicurezza)… Tale sistema definisce anche – in questo il  Trattato del 1963 è stato anche perfezionato – scambi di alte dirigenze della pubblica Amministrazione: una specie di ‘Erasmus’ che consente, ad esempio, ad alti dirigenti francesi di passare alcuni anni nei Ministeri italiani a lavorare per il Governo di Roma e viceversa, creando una conoscenza reciproca e reti di comunicazione che, in seguito, saranno estremamente utili per l’elaborazione di qualsiasi dossier più specifico. Tale scambio continuo permetterebbe, soprattutto, di evitare fraintendimenti importanti, poiché i canali di comunicazione esisterebbero ai vari livelli.

Cosa intende, concretamente, sul piano del coordinamento amministrativo?

Mi riferisco a collegamenti più frequenti e sistematici fra i Governi, ma anche canali fra l’alta dirigenza – le cosiddette Direzioni Generali dei Ministeri – e altri organi amministrativi di vertice. Ritengo che questa modalità, che chiamo ‘funzionalista’ e che ha prodotto risultati tangibili nel modello franco-tedesco, sia molto importante per gli attuali rapporti tra Francia e Italia.   Detto questo, ciò non significa nulla – lo ripeto – in termini di politiche, nel senso che l’essenziale, in questa fase istitutiva, è il meccanismo. Potrà rivelarsi opportuno come no includere nel Trattato alcune indicazioni politiche: dipenderà dagli orientamenti del momento, dalle maggioranze, dai Governi. Non c’è nessun percorso obbligato. Se, però, il meccanismo non funziona, pregiudicherà anche il coordinamento e le intese su quelli che saranno i contenuti.

Pensando al contestuale rafforzamento dell’intesa franco-tedesca, come è stata accolta l’iniziativa nel contesto italiano?

Devo dire che, spesso, in Italia il rapporto tra Francia e Germania è guardato con sospetto. Non si capisce che esiste già questo Trattato, molto solido, che fa sì che, anche quando i Governi non hanno un orientamento politico condiviso o personalità capaci di dialogare, tuttavia mantengono ‘cinghie di trasmissione’ molto efficienti. Questo è un dato di fatto, che proviene dall’esperienza franco-tedesca e sarebbe molto positivo in ambito franco-italiano: al di là delle specifiche posizioni italiana e francese, nella varietà delle opinioni, che potranno ben divergere – una circostanza politicamente del tutto lecita – , tale sistema di trasmissione permetterà, quantomeno, di dissentire su punti sostanziali e non su eventuali errori di apprezzamento. L’effetto finale è un incremento delle possibilità di convergenza sui vari dossier.

Si tratta primo esempio in base al quale si tenta di replicare quel modello?

Assolutamente: finora, in Europa, non si era ancora proposta una replica. Consideriamo che il momento è doppiamente rilevante. Anzitutto, a valle di Brexit, la Francia vuole rinforzare la solidità dell’Europa continentale: dopo la Germania, il secondo partner economico e politico continentale per la Francia è l’Italia, che diventa così un Paese prioritario. L’altro fattore è che, in passato, ci sono stati moltissimi screzi e incomprensioni, compresi conflitti politici. L’estate del 2017 ha visto intrecciarsi diverse spirali estremamente negative tra i due Paesi. Credo che si sia raggiunta la consapevolezza, da parte dei Governi, che è possibile non solo superare le crisi, ma trovare un meccanismo che, pur senza evitare la dialettica politica, sia abile a creare condizioni che scongiurino percezioni troppo negative.

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