venerdì, Maggio 24

Intelligenza Artificiale: in guerra non si spara più L’Intelligenza Artificiale (AI) in guerra può cambiare per sempre gli equilibri mondiali, ne parliamo con Giovanni Cerino Badone

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In un mondo globalizzato e sempre più tecnologico, l’Intelligenza Artificiale (AI) ha un ruolo sempre più familiare nella vita di molti. C’è ma non si vede. Eppure se si osserva si nota, eccome se si nota. Negli ultimi anni, è sbarcata anche nei nostri eserciti. La fantasia di molti trascina il discorso ad armi completamente automatiche e generali elettronici. Intanto, le grandi potenze mondiali investono solidamente sull’AI in campo militare, mantenendo i piedi ben ancorati al terreno.

Nel mondo, gli eserciti hanno già iniziato da tempo una guerra cibernetica: la cyberwarfare è di casa, ormai. Parliamo di attacchi informatici che possono minare la sicurezza nazionale in diverse maniere: oggi, discutiamo dell’aspetto militare e della minaccia cibernetica per le comunicazioni militari. Questi attacchi minacciano di far crollare un intero esercito, come fece la Macchina Enigma nella guerra ai nazisti tedeschi. Al giorno d’oggi, questi attacchi cibernetici vengono respinti dalla cyberdefense, che dobbiamo immaginare come un complesso antivirus a protezione della propria sicurezza nazionale.

I Paesi che maggiormente investono nella ricerca e nello sviluppo di AI sono Stati Uniti, Russia e Cina. L’India è tra i Paesi maggiormente affannati nel provare a raggiungere gli altri tre Paesi. Intanto, notizia di ieri: gli Stati Uniti perderebbero contro Russia e Cina in una guerra non nucleare, ma combattuta sul campo di battaglia.

In questo scenario di azione e reazione militare, che fino ad ora si mantiene cauto, si apre un interessante discorso su quale possa essere l’impiego ed il vantaggio di implementare l’AI in campo militare. Essendo una materia complessa quanto affascinante, per approfondire il tema abbiamo intervistato Giovanni Cerino Badone, professore di Storia Moderna e di Storia Militare all’Università del Piemonte Orientale.

 

Quale è il Paese davanti a tutti nel campo dell’AI militare?

Nonostante la percezione che riescono a dare Cina e Russia, in questo momento gli Stati Uniti sono ancora i leaders, sotto tutti i punti di vista. Banalmente, basti pensare alla fetta di PIL dedicata alla sviluppo della difesa e delle forze armate. Dopodiché, i grandi competitors rimangono Russia e Cina.

Quali sono i principali utilizzi dell’intelligenza artificiale nel campo militare?

A livello operativo e tattico, l’intelligenza artificiale viene sfruttata per bloccare le comunicazioni tra il comando nemico e le persone sul campo di battaglia. Poi, su altre applicazioni si possono solo fare delle supposizioni, ad oggi. Sintomatico rimane il caso dei cellulari delle unità ucraine di artiglieria, datato 2014. Un’app scaricata da server russi ha permesso alle forze russe di geolocalizzare sul campo di battaglia le unità ucraine. Nei combattimenti del Donbass, le unità ucraine vengono individuate e bombardate dai russi: viene annientato il 14% della combat power di quelle unità. Va da sé che vari eserciti stanno adottando unità dedicate alle contromisure nei confronti di queste azioni: l’esercito italiano, ad esempio, ha iniziato il suo programma di difesa cibernetica nel 2018.

Perchè un programma italiano di difesa, e non di attacco cibernetico?

Ad esempio, Russia e Cina possono essere molto aggressivi nella guerra cibernetica per assenza di restrizioni legislative. Mentre nel caso italiano si è vincolati ad un’azione di cyberdefense. Questi sviluppi dottrinali e tecnici sono in corso d’opera. Rimane da capire come in futuro, ad esempio, la NATO voglia implementare queste tecnologie e capacità nella guerra.

Mentre per quanto riguarda la strategia, l’AI può essere implementata?

Nella gestione l’AI è implementata, mentre l’AI non può essere ancora implementata nel processo di pianificazione e di decisione. La decisione deve essere sempre umana, perché in questo momento non esiste un elaboratore capace di sostituirsi per questo tipo di compiti. Basti pensare alle difficoltà NATO in Iraq e, soprattutto, in Afghanistan: una risposta altamente tecnologica a problemi tattici non è sempre vincente. Mentre, per quanto riguarda il settore logistico, l’AI è sicuramente implementabile in campi come l’approvvigionamento.

E per quanto riguarda le armi ‘intelligenti’?

In queste ore, si discute sull’utilizzo di un ultratecnologico cannone al plasma magnetizzato da parte dei cinesi, sperimentazione che si protrae da anni. Bisogna, però, tenere a mente sempre due cose: chi usa queste armi e come le usa. Per un assetto particolarmente sofisticato serve un operatore addestrato ad hoc, che spesso manca. Poi, dal punto di vista della manutenzione diretta sul terreno, si registrano spesso difficoltà con alcuni armamenti nuovi, rispetto ad altri più vecchi. Non a caso, l’AK-74 gode di un’invidiabile longevità di utilizzo tra i russi. Mentre, gli Stati Uniti hanno deciso di mantenere in linea gli A10, piuttosto degli cibernetici F35. Gli A10 vennero introdotti negli squadrons di supporto tattico dall’Aeronautica Militare degli Stati Uniti (USAF) nel marzo 1977. Questo per ricordare che la risposta ipertecnologica non è la panacea delle risposte sul campo di guerra.

E allora come conciliare la Multi-Domain Battle americana con l’intelligenza artificiale?

Nella Multi-Domain Battle tutti gli assetti sul terreno sono comandati da un’unica unità di comando. L’assetto navale, quello aereo e quello terrestre sono a disposizione di un comando centralizzato. Questo comporta una notevole capacità nel processare le situazioni, analizzarle e, soprattutto, mettere in comunicazione i vari assetti. Ecco perché l’aspetto cyber può diventare decisivo nel migliorare l’interconnessione ed evitare che attacchi cibernetici interrompano le comunicazioni.

Lei cosa ne pensa dell’iniziativa americana nel campo dell’AI applicato al campo militare? Crede sia soddisfacente?

L’Amministrazione americana è capace di attivare eccellenze, grazie ad una sinergica e funzionale collaborazione delle forze armate con le università americane. Gli studenti si occupano di sviluppare software e programmi per nuovi assetti, poi integrabili nella Multi-Domain Battle. Il dialogo tra le due parti si sviluppa da un punto di vista storico (cosa è successo in passato), da uno intellettuale (che cosa si vuole) e da uno materiale (che cosa serve). L’Amministrazione Trump segue una direzione intrapresa già durante la guerra fredda. Per adesso, gli Stati Uniti lavorano principalmente sulla cyberdefense: sono in una fase di reclutamento e di studio. Ma i primi eventi concreti si sono già registrati: pochi mesi fa hanno dichiarato di aver bloccato un attacco cibernetico da parte russa.

Gli alleati europei invece?

In Unione Europea non c’è continuità e non si investe per reclutare giovani in modo da sviluppare una dottrina europea di cyberdefense. Sicuramente, sono due mondi completamente diversi: gli Stati Uniti hanno creato il loro modello di sviluppo ancora durante la guerra fredda. I sottomarini nucleari della Classe Los Angeles, ad esempio, sono stati sviluppati anche grazie all’apporto degli universitari.

Su cosa devono scommettere gli Stati Uniti?

Gli Stati Uniti devono scommettere nel settore cibernetico per competere con Russia e Cina, come detto in precedenza. Poi, altra grande scommessa sarà quella riguardante la componente aeronavale: le truppe di Marines dovranno essere aggiornate, migliorate ed integrate. Nel caso di competizione con la Cina, i campi di battaglia sono la Corea e Taiwan. E tutto sarà giocato su chi avrà il controllo del mare e del cielo. Non a caso, nelle pubblicazioni ufficiali americane si lamenta una scarsa preparazione delle unità marines per un eventuale conflitto ad alta intensità contro Russia e/o Cina. Per gli Stati Uniti sarà necessario mantenere e migliorare la propria efficienza nel campo della cyberdefense e degli assetti aeronavali, come deterrente per eventuali aggressori. Solo così gli Stati Uniti potrebbero mantenere lo status di prima potenza.

La NATO scommette nell’intelligenza artificiale in campo militare?

In generale, la NATO modifica la dottrina americana e cerca di portarla agli altri Paesi membri. Prima di pensare alla creazione di una propria dottrina sulla cyberdefense, bisogna istituire un comando unificato, ma sotto il controllo di chi? Immagino, sotto il controllo del socio di maggioranza, gli Stati Uniti. Da vedere, anche, se gli Stati Uniti vorranno mantenere inalterata la loro presenza sul continente europeo. Soprattutto, se vorranno mantenere inalterato lo status attuale della NATO. Tenendo a mente anche il periodo difficile che vive l’Unione Europea, non vedo grandi cambiamenti all’orizzonte.

Invece, su cosa lavora il Governo cinese di Xi Jinping?

I cinesi sono stati tra i primi (insieme ai russi) ad adottare un comando per la guerra cibernetica: parliamo di circa sei mila uomini specializzati. L’approccio cinese alla guerra cibernetica è molto deciso. Inoltre, stanno lavorando molto sulla parte dedicata alle operazioni aeronavali: costruiscono isole artificiali nel Mare del Giappone e stanno ampliando le unità della fanteria di marina. Gli intenti strategici regionali di Pechino sono molto chiari. Ricordo che in futuro, inoltre, sarà fondamentale la gestione, il controllo e la difesa della Nuova via della seta.

La Cina in cosa eccelle?

La Cina eccelle, innanzitutto, dal punto di visto numerico. Avere sei mila operatori davanti a un terminale che elaborano strategie è un grosso vantaggio nella competizione. Inoltre, nel campo tecnologico, la Cina non ha grossi vincoli legislativi per una guerra cibernetica aggressiva: sono abilitati a creare danni ai sistemi di comunicazione e ai sistemi elettronici avversari.

Cosa sta facendo la Cina che preoccupa gli Stati Uniti?

Agli Stati Uniti preoccupano eventuali attacchi cibernetici. Ad esempio, nel 2016 degli hackers cinese hanno intasato le comunicazioni interne via email della portaerei Ronald Reagan. Una portaerei è un centro di comando vero e proprio, che carica aerei e testate nucleari. In una situazione di conflitto. Avere un centro di comando isolato dal mondo e impossibilitato a comunicare tra i vari ponti di comando significa perdere un’unità importante in combattimento. Gli Stati Uniti stanno concentrando i loro sforzi perché questo non possa mai accadere.

La Russia di Putin che posizione ricopre nello scenario internazionale dell’AI in campo militare?

La Russia vive una posizione di forza, che si è abilmente costruita. Questa, forse, è dovuta da un’incapacità di risposta efficace ai loro assetti da parte degli altri competitors oppure da una non volontà di non essere così aggressivi nei loro confronti. L’Occidente ha dei vincoli di tipo legislativo e normativo. La posizione che si è creata la Russia è forse il frutto di una grande regia, ma di sicuro le azioni russe sono ben coordinate. Adesso, sarà interessante vedere, dati gli indirizzi per lo sviluppo militare, cosa avverrà nei prossimi anni.

La cyberwarfare russa?

Il caso del conflitto in Georgia è emblematico: nelle prime ore del conflitto sugli schermi di comando del Presidente georgiano compare una scena fissa, che rende impossibile comunicare. Le unità sul terreno sono attaccate, senza ricevere alcun tipo di comunicazione e di ordine. La Russia eccelle nell’impedire completamente le comunicazioni tra gli uomini in campo e i centri di comando. Ricordiamoci, però, che in caso di guerra ‘non convenzionale’, la guerra cibernetica ha poca voce in capitolo: se gli avversari usano mezzi rudimentali e non convenzionali è impossibile combatterli ciberneticamente.

I russi investono più nella difesa o nell’offesa cibernetica?

Gli investimenti russi sono equiparabili tra offesa e difesa cibernetica. A partire dall’anno scorso, è in atto un programma di svecchiamento di tutta la forza armata russa per quanto riguarda gli equipaggiamenti. Sono iniziati programmi di svecchiamento e di manutenzione dell’arsenale nucleare. I russi stanno sviluppando sistemi missilistici a medio e corto raggio, che sono stati per la prima volta adoperati in Siria e che sono assolutamente equiparabili ai missili da crociera Tomahawk in dotazione alle forze americane. Inoltre, sono diventati abili ad abbattere i droni senza l’utilizzo del fuoco, agganciandosi alle loro comunicazioni radio, così da farli precipitare dalla distanza.

Intanto, l’India come si muove?

L’India è un grande punto di domanda. Nel futuro investirà molto per elevare la sua condizione, ma dipende tutto da chi sarà il suo futuro antagonista. Se continuerà ad essere il Pakistan, non ci saranno grandi cambiamenti di rotta. Mentre se dovesse diventare la Cina, anche gli indiani dovranno adottare il prima possibile assetti quanto meno simili a quelli americani.

Qual’è lo stato di sviluppo indiano nel campo dell’AI militare?

Gli indiani fanno volare ancora i MiG-21, tecnologie di fine anni Cinquanta. In questo senso, riuscire ad integrare la realtà militare indiana con sistemi di cyberwarfare sarà veramente difficile. Occorrerà aspettare anche quattro o cinque anni per avere un’idea chiara dell’iniziativa indiana: per capire come penseranno il loro campo di battaglia e, soprattutto, contro chi.

Secondo Lei, quale è quella tecnologia che, se sviluppata, significherebbe un immenso vantaggio sul campo di battaglia?

L’utilizzo di veicoli senza personale umano riceverà una sempre maggiore attenzione. Per varie ragioni, evitare perdite umane ma, soprattutto, per avere a disposizione assetti ibridi anche in situazioni non convenzionali, come nella guerra in Siria. Ciò significherebbe avere a disposizione soldati esperti e capaci nell’operare le nuove tecnologie, al riparo dai proiettili: uno Stato non può permettersi di sprecare i suoi immensi investimenti umani al primo proiettile. Ecco perchè ci sarà sempre più resistenza tra gli eserciti regolari ad impiegare truppe umane sul campo di battaglia.

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