giovedì, Dicembre 12

Intelligence privata e prevenzione: limiti e nuove sfide

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Gli ultimi attacchi rivendicati dallo Stato Islamico in Inghilterra hanno spezzato il Paese, non solo per l’atroce lutto, ma anche in termini politici e di sicurezza. Il popolo britannico sarà chiamato a breve -8  giugno- alle urne, e il primo Ministro leader del partito dei conservatori Theresa May sembra aver accusato il colpo compromettendo forse le elezioni imminenti. L’Italia sembra non essere ancora nel mirino del Califfato, ciononostante la paura ha comunque colpito il Paese, basta pensare al panico scoppiato in Piazza San Marco a Torino lo scorso sabato.

Gli attacchi sferrati dallo Stato Islamico in Inghilterra non hanno colpito solo gli equilibri politici britannici, ma hanno fatto puntare il dito contro i Servizi di Intelligence, cui viene attribuita la maggior parte delle responsabilità.

Non è la prima volta che si parla del fallimento di intelligence e che soprattutto si attribuisca l’intera colpa di un attacco ai servizi di un Paese. Il loro fallimento non è semplicemente dovuto alla realizzazione di un attacco terroristico, ma comprende delle sfumature molto particolari e interessanti. Per esempio la politicizzazione dei Servizi di intelligence in un Paese è un enorme ed importante fallimento, che devia il lavoro sia degli ufficiali sia dei politici. Un esempio evidente coinvolge gli Stati Uniti, nonostante vantino di un sistema di sicurezza e informativo alquanto avanzato, i quali hanno visto la strumentalizzazione del lavoro dei Servizi segreti da parte della classe politica dell’Amministrazione Bush per giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003 – caso che ha coinvolto anche l’Australia e l’Inghilterra.

Bisogna considerare però che oggi un settore decisamente in crescita, se non già evoluto, all’estero è quello dell’Intelligence privata cui rendimento risulta essere efficace. L’Italia però sembra essere indietro nel settore, riducendo l’Intelligence privata ad un’attività di scarso interesse e meno importante in termini di sicurezza. Solo le grandi aziende con un interesse strategico al di fuori del territorio nazionale sembrano aver sviluppato un Intelligence privata capace di garantire la sicurezza economica e strutturale.  

Ma perché l’intelligence privata in Italia non ha avuto lo stesso sviluppo rispetto all’estero? Lo abbiamo chiesto alla nostra fonte C.P. la cui vasta ed eccezionale esperienza nel settore può far sicuramente luce su un settore ancora in via di sviluppo nel Paese.

Perché l’Intelligence privata non è sviluppata in Italia come all’estero?

È un po’ come i mercenari, cioè sono quelle attività che trovano un grande sviluppo all’estero, ma che in Italia hanno dei freni legislativi. È difficile sviluppare un’attività di Intelligence privata sul territorio nazionale, se non per cose spicciole. Diverso è il discorso per le grandi aziende di interesse strategico come l’ENI, l’Enel o la Finmeccanica, che lavorando all’estero hanno comunque la possibilità di penetrare in determinate realtà di grande interesse, e hanno anche la possibilità di avvalersi di ottimi analisti molto qualificati. Dopo la pensione ho lavorato al Londra per Finmeccanica UK come responsabile di sicurezza, dove eravamo un Paese amico. Ricordo inoltre di aver visto anni fa il rapporto dell’ENI in Venezuela prima di Chavez, ed era un lavoro impressionante per la profondità con cui affrontava la situazione politica del Paese, e con cui prospettava quello che sarebbe poi successo da li a pochi mesi, cose che poi si sono verificate. L’interesse dell’ENI, essendo il Venezuela un grande produttore di petrolio, è conoscere la situazione del Paese, e devo dire che non ho mai visto rapporti di Intelligence- non solo italiani ma anche stranieri- di tale profondità e accuratezza. Il che significa che l’apparato di intelligence privato se vuole e se può è in grado di produrre dei lavori ottimi, efficienti e fruibili anche dal pubblico a quel punto. Dovrebbe essere un’interazione che a volte da noi ancora è lasciata alle persone, mentre negli altri Stati è un fattore costante. Per esempio, in Inghilterra c’è una sorta di struttura bicefala che fa capo da una parte all’MI5 e dall’altro all’industria privata, è un luogo dove si incontrano e si analizzano le minacce e gli assetti strategici del Paese. La Gran Bretagna ha, inoltre, un sistema per cui quando le grandi aziende di interesse strategico nazionale hanno bisogno di persone in determinati campi,  si rivolgono ai Servizi e chiedono loro delle figure, spesso pensionate . È chiaro che questo costruisce una rete informativa, che è un po’ quello che succede in Italia nel Comando Generale del’Arma, la quale ha interesse spesso a proporre i suoi ufficiali per posizioni chiave per le sicurezza di grandi aziende. Ovviamente questi ex-ufficiali fanno comunque sempre capo al Comando Generale, e questo costruisce una rete informativa estesa che porta beneficio sia all’Arma dei Carabinieri sia alla società privata, il tutto in assoluta legalità.

Le fonti che vengono reclutate dalle agenzie di intelligence private vengono reclutate secondo lo stesso meccanismo e processo dei Servizi istituzionali?

Non necessariamente con la stessa accuratezza, anche perché non avrebbero gli strumenti per analizzare le informazioni, come per esempio l’intercettazione telefonica, o l’accesso a determinate banche dati che possono aiutare a costruire un’identità. Ogni individui è libero di presentarsi all’agenzia di Intelligence privata e proporsi come fonte.

Un altro aspetto anomalo dell’intelligence italiana è che tutt’ora, se un cittadino si volesse rivolgere all’AISE perché ha una situazione di interesse al Cairo, e vuole comunicare delle informazioni o entrare in contatto per eventualmente anche essere reclutata, non ha la possibilità di farlo se non attraverso altre Istituzioni, come l’Arma dei Carabinieri. Negli USA invece un cittadino può semplicemente chiamare ad esempio gli uffici dell’FBI, cui numero sta tranquillamente sugli elenchi telefonici. Noi questa possibilità non ce l’abbiamo se non tramite le forze del’Ordine o conoscenze occasionali private.

È vero che l’Italia è un Paese strategico per il traffico di armi  per le milizie dell’ISIS? Può forse essere questo il motivo per cui il Paese non è stata ancora attaccato?

Strategico non solo per il traffico di armi, che avviene un po’ in tutta Europa, ma anche per il traffico di persone. L’Italia di fatto è l’unico Paese che accoglie oggi masse di migranti, e questo costruisce un serbatoio di sfoghi. Non conosco da dentro la strategia di Daesh per sapere se a loro fa piacere o meno che ci sia questo flusso migratorio, o se intendano servirsi di questo flusso per penetrare il territorio occidentale, mi sembra comunque un po’ aleatoria come ipotesi, però è sul tavolo. Risparmiare l’Italia può anche darsi che sia una scelta strategica dovuta al ruolo che l’Italia ha, ovvero quello di alleggerire le pressioni  e le tensioni da parte di tante popolazioni. Potrebbe essere anche una scelta quella di lasciarla diciamo così in pace per consentirle quest’attività. È chiaro che se ci fosse un’improvvisa esplosione del terrorismo jihadista in Italia, la pressione dell’opinione pubblica fomentata da determinate forze politiche sarebbe tale che difficilmente si potrebbe proseguire in questa attività di accoglienza così estesa. Però ripeto questa è solo una mia ipotesi e opinione. L’attività di contrasto sicuramente è molto efficace e le strutture di sicurezza italiane sono molto preparate grazie anche all’esperienza negli anni passati.

Quanto è probabile un attacco dell’ISIS a Roma?

Direi che è possibile, ma quanto sia probabile non lo so. Credo che nessuno lo sappia. Il fenomeno dei lupi solitari è praticamente inaffrontabile se non a monte, con l’esame del traffico di corrispondenza e delle visite su determinati siti web per capire se qualcuno ha qualche brutta intenzione. È un fenomeno davvero esteso, basta pensare che adesso gli strumenti per colpire sono vari, dal coltello, al camion, al mitra, all’esplosivo fatto in casa.

Come è possibile fare prevenzione in questi casi?

In questi casi non c’è prevenzione, se non quella di obbligare, come ha fatto il capo della Polizia attraverso una circolare,  tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato a circolare armati anche liberi da servizio, cosa che dovrebbe essere già di per se. Ho visto del personale di uffici qualificati non avere l’arma con sé anche in situazioni drammatiche.  Gli operatori dovrebbero essere in servizio permanente effettivo, ovvero l’ufficiale di polizia giudiziaria anche se è libero di servizio, deve intervenire davanti a una commissione di reato. Potremmo entrare nel lato tecnico e suggerire la dotazione di un armamento che diciamo inviti e invogli il personale di servizio a portarsi la pistola. Le assicuro che portarsi la 92-FS in dotazione oggi dalle Forze dell’Ordine è un peso non da poco, soprattuto l’estate. In  commercio esistono delle armi di dimensioni molto più contenute e molto efficaci con un numero di munizioni nel caricatore adeguato per fronteggiare un’emergenza qualsiasi. Questo potrebbe essere già un passo avanti.

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